Distillati di silenzio

Jonny Costantino



Oscillazioni di Federico Ferrari è un libro adamantino.

Il diamante viene estratto in superficie ma si forma in profondità, nelle viscere del mantello terrestre. Da lì affiora mediante eruzione, attraverso condotti vulcanici. La formazione del diamante avviene in condizioni di altissima pressione. Una pressione ultramillenaria. Qualcuno afferma che la scintilla che genera il diamante sia l’impatto di un meteorite – come dire: il trauma di una crosta terrestre esposta alle frantumazioni del firmamento.

Del diamante Oscillazioni possiede la durezza e la brillantezza. La pressione che lo spinge in superficie viene dalle origini del pensiero, dai primi inarticolati vagiti della mente che, indistinta dal cuore, tenta di esprimersi e figurare. È la pressione di una necessità lampante, prepotente. È la pressione del sottosuolo. Quel sottosuolo dell’anima e della materia, quel fondo silente dell’esistenza che l’autore chiama, appunto, l’indistinto.

Frammenti di un’autobiografia è il sottotitolo di Oscillazioni, auto/bio/grafia la cui limpidezza sconfina nella violenza e della violenza ha l’imperiosa incuranza nei confronti dei compromessi, la tensione verso l’assoluto. Vale per Federico Ferrari quello che Anacleto Verrecchia scrisse di Arthur Schopenhauer, il saggio di Francoforte: «Questo è un filosofo che si fa capire e non lascia alcun margine di guadagno per gli interpreti, i commentatori e i sensali: scrive in maniera così chiara ed essenziale che il volerlo filtrare sarebbe come voler ridistillare la grappa». Ferrari è agli antipodi dai pensatori che insegretendo intorbidano. Egli fa piazza pulita di una gran quantità di pose e infingimenti e giochi delle tre carte intellettuali.

Questo mosaico ondivago è un libro di oscillazioni, certo, ma anche di accensioni e folgorazioni, febbri ed ebbrezze, variazioni e rintocchi, esercizi di fortificazione spirituale e ammirazioni trasfuse in rilanci amorosi. Un libro che esige palati raffinati e stomaci forti. Pochi possono reggere certe gradazioni della verità. Certe irradiazioni.

Chi pensa che Eraclito sia il migliore, che Quaderni di Cioran sia un libro di straziante bellezza, che la ferocia esercitata da Thomas Bernhard a colpi di scrittura che sono colpi d’ascia sia la più grande pietas incontrata in letteratura, che la prima suite per violoncello di Bach dispieghi fino alla massima evidenza, nello spazio dell’ascolto, ogni problema metafisico – ebbene, chi la pensa e la sente così, come l’autore e del resto il sottoscritto, non può mancare l’appuntamento con questa lezione di tenebra e insieme di stile.

Senza tenebra e senza stile non c’è luce né creazione.

Oscillazioni è un libro che fa luce e fa silenzio. La sua onestà intellettuale è disarmante quanto la sua intimità. L’autore si denuda e si fa a pezzi, letteralmente. Ricomponendoli, a mente e a cuore, ne trarremo un autoritratto in divenire. Spietatamente affettuoso. Lucidamente vertiginoso. Musicalmente spiroidale.

Ho aperto questo libro che raschia e rischiara durante un viaggio intrapreso all’alba, stordito e diretto verso un luogo di oscuri annodamenti. Difficile immaginare un compagno di viaggio migliore. Altrettanto difficile sarebbe stato trovarmi in un posto migliore per giungere all’ultimo aforisma. Ho chiuso questo libro brighter than bright in riva al mare, davanti allo schiumare della risacca, mentre il tramonto oscillava tra il rosa pelle e l’arancio cromo.

Venti oscillazioni

Dettaglio di Shōrin-zu byōbu di Tōhaku Hasegawa

I

Se c’è un dipinto che, più di altri, fa risuonare quella che potremmo chiamare l’oscillazione fondamentale è lo Shōrin-zu byōbu di Tōhaku Hasegawa. I pini, disegnati con l’inchiostro nero, si stagliano, quasi scomparendo, sulla carta intelaiata di due paravento. Modulazione di un ritmo primario, sospeso tra l’apparizione e la scomparsa.

II

Una prosa che non sia poetica può dare origine solo a un pensiero frigido.

III

Il desiderio di essere riconosciuti è il più misero dei desideri, perché nessuno potrà mai davvero riconoscere in noi quello che nemmeno noi sappiamo di noi stessi. Al limite, esistono solo oscure e inspiegabili affinità elettive.

IV

Il pensiero rettilineo è di una noia annichilente. Le onde del pensiero, il ritmo che fa piegare ogni slancio su se stesso, per poi farlo rinascere, questo sì ha un fascino inesauribile.

V

Senza stile non si pensa: si argomenta.

VI

Si scrive rivolgendosi a una ventina di persone, al massimo. Poi c’è lo sconosciuto: lì il rischio è massimo e la speranza anche.

VII

Quel che mi disturba negli idealisti, conservatori o progressisti, è il loro rinviare sempre la felicità a una dimensione temporale distinta dal presente.

VIII

Un libro riuscito è un libro senza via d’uscita.

IX

Io sono le necessità del mio corpo.

X

Lo scrittore di frammenti ha il gusto della dissezione: fa a pezzi il pensiero per comprenderne il funzionamento. Lavora solo su cadaveri, non per necrofilia, ma per cercare di afferrare il segreto della vita. Il suo ideale è La lezione di anatomia del dottor Tulp.

Dettaglio di La lezione di anatomia del dottor Tulp di Rembrandt

XI

La scrittura è impietosa oppure è cattiva letteratura, fatta di sentimenti di carta.

XII

L’inquietudine non coincide con la semplice sofferenza e nemmeno con l’insofferenza per la propria condizione; l’inquietudine è il vibrare della vita stessa sul baratro del nulla che la sorregge. Scrivere significa a imparare a convivere con la vertigine – al limite, ad amarla.

XIII

Scrivere non è né una gioia né un’arte; molto più banalmente, è una necessità per non soccombere all’insensatezza del tutto.

XIV

Pensare, scrivere, fare arte significa esporsi al miracolo dell’esistenza.

XV

Non rispondere alle provocazioni; non polemizzare; non abbassarsi mai. Semplicemente tacere, scansare e continuare sulla propria strada.

XVI

La normalità anestetizza l’amore e rende inoffensiva la verità. Verità e amore sono enormi, come l’estensione della volta celeste.

XVII

La bellezza femminile, sfiorendo, diventa sublime.

XVIII

L’estasi come forma di conoscenza.

XIX

Guardare le immagini è un modo per approssimarsi al mistero della metamorfosi, il solo davvero miracoloso.

XX

Un piccolo quadro di Goya, Vuelo de brujas, vale per me più di tutta l’arte contemporanea.

Vuelo de brujas di Francisco Goya

Federico Ferrari, Oscillazioni. Frammenti di un’autobiografia, SE, Milano 2016.








pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 20 maggio 2016