Euforia di Lily King e la scomparsa dell’Altrove nelle narrazioni “selvagge”

Silvio Bernelli





1933. Papua Nuova Guinea.
Lungo il fiume Sepik, nel mezzo di una foresta popolata da tribù che vivono all’età della pietra, si scontrano i destini di tre antropologi: Margaret Maed, il marito Leo Fortune e Gregory Bateson, che tempo dopo sarebbe diventato il secondo marito della donna.
Da questa spedizione sul campo, documentata nella biografia Margaret Maed, A life di Jane Howard, prende spunto Lily King per il romanzo Euforia, appena pubblicato da Adelphi nella traduzione di Mariagrazia Gini (pp. 242, € 19). I nomi dei protagonisti cambiano e anche le loro sorti successive sono ben diverse rispetto a quelle toccate ai veri antropologi, ma resta intatto il quadro di tensioni che scuote il terzetto. Una donna famosa desiderata da due uomini meno famosi di lei. E proprio da questo soggiorno nella foresta, la Maed trasse gli insegnamenti per uno dei suoi libri più apprezzati, Sesso e temperamento, nel quale si occupava di abitudini e riti delle tribù Arapesh, Mundugumor e Tchambuli. Nel romanzo di Lily King la ricerca etnografica, l’impegno scientifico, la febbre della scoperta totemica, l’indagine di culture sull’orlo dell’estinzione fanno da sfondo all’attrazione che sconvolgerà le vite dei tre occidentali.

Dei personaggi re-inventati da Lily King il più riuscito sembra il compassionevole Andrew Bankson-Gregory Bateson, che nel libro parla in prima persona. Schiacciato dalla morti violente dei fratelli, dalla consapevolezza di aver abbandonato la madre al suo destino e da un goffo tentativo di suicidio, si addentra nella foresta della Nuova Guinea alla ricerca di un riscatto. Qui vive alcuni mesi insieme a Nell Stone-Margaret Maed e il marito Schuyler “Fen” Fenwick-Leo Fortune. Il racconto in terza persona della coppia si alterna a quello di Bankson. Nell Stone è preda della ricerca antropologica, della sua smania classificatoria di comprendere una società lontanissima dall’America in cui è cresciuta; e in più, dal desiderio frustrato di diventare madre. Fenwick è un uomo febbrile e violento, pronto a tutto pur di dimostrare alla moglie di essere anche lui un antropologo di vaglia. Sarà infatti Fenwick il colpevole di un evento tragico che scompiglierà l’esistenza dei tre, sciogliendo i nodi che la lunga convivenza nel villaggio sul fiume Sepik aveva stretto tra loro. Le dinamiche che scattano tra i protagonisti sono tanto profonde da meritare l’attenzione del lettore desideroso di una storia originale, anche se l’energia calamitante del romanzo resta l’ambientazione. La foresta della Nuova Guinea non assomiglia affatto al paradiso del “Buon selvaggio” del mito, quanto più a un microcosmo ostaggio di una ferocia incomprensibile per l’uomo moderno. Qui i neonati vengono uccisi senza rimorso. I corpi degli adolescenti sono sottoposti a dolorose scarificazioni rituali. L’esistenza di chiunque può essere in ogni momento interrotta dal capriccio degli spiriti o dall’attacco di una tribù nemica.

Sotto questi aspetti, Euforia rivela una serie di assonanze con il curioso romanzo-biografia di Julia Blackburn Daisy Bates nel deserto, pubblicato nel 2002 da Instar libri nella traduzione di Mariapaola Déttore. E se la Daisy Bates del titolo più che una studiosa era stata una protettrice degli aborigeni, e lo scenario non era la foresta di Papua Nuova Guinea ma il bush australiano bruciato dal sole, è identico il tentativo di costruire una voce narrante occidentale in un contesto ostile e sfuggente, nel quale lo scontro tra la modernità e l’era paleolitica è fonte di spiazzamenti continui.
Si tratta dei medesimi spiazzamenti raccontati da un altro libro abbastanza recente, un mémoir bizzarro che con Euforia condivide l’ambientazione nella foreste inaccessibili di Papua. È Il turista nudo di Lawrence Osborne, ne avevamo parlato a suo tempo proprio qui. Quello di Osborne era un viaggio alla ricerca dell’ultimo Altrove disponibile, l’ultimo luogo al mondo senza automobili giapponesi, magliette firmate e smartphone. E fa pensare che, in contrapposizione al libro di Osborne, che in fondo è solo del 2006, la stessa società che sulle griffe e la tecnologia si fonda, quella della televisione insomma, abbia provveduto lei stessa a fare piazza pulita di ogni possibile altrove rimasto.

Per capirlo, basta dare un’occhiata a questo reality show sulle tribù appartate del mondo.

Qui i poveri Kombai, gli stessi “primitivi” raccontati da Osborne nel Turista nudo, parecchio simili a quelle studiati da Margaret Maed & compagnia, offrono l’occasione a Mark e Holly, i due conduttori di Discovery Channel, di girare nudi (astucci penici a parte) per un villaggio di frasche, giocando a fare i guerrieri armati di lance o i pacificatori di eterne vendette tra clan rivali. Insomma, come sembra suggerire il romanzo di Lily King, oggi che il futuro non sembra granché, l’unico Altrove rimasto è il passato. E come sempre, la macchina del tempo più affidabile per raggiungerlo è la letteratura.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica libri il 8 maggio 2016