L’America nel barile

Roberto Gerace








Di ritorno dal suo primo viaggio alla scoperta delle Indie, alla metà di febbraio del 1493, le navi di Cristoforo Colombo si imbatterono in una tempesta violentissima. Temendo di perdere la vita, e che con essa naufragasse per sempre anche la memoria della propria impresa, l’ammiraglio mise per iscritto in fretta e furia quanto era necessario che il mondo sapesse per servirsene a sua volta. Nel chiuso della sua cabina, così, dopo aver lasciato sottocoperta la ciurma assorta in preghiera, annotò velocemente su una pergamena uno schema della rotta da seguire; scrisse una lettera d’accompagnamento indirizzata a Ferdinando e Isabella, sovrani d’Aragona e di Castiglia; avviluppò entrambe in un involto di tela cerata, che cacciò poi nel ventre di un barile a chiusura stagna; infine gettò il barile nell’oceano e pregò in cuor suo che arrivasse, chissà come e quando, a destinazione.
Mentre Colombo e il suo equipaggio, com’è noto, riuscirono fortunosamente a salvarsi e ad annunciare a un’Europa dapprima istupidita, infine attonita, che si poteva raggiungere l’Est veleggiando alla volta dell’Ovest, di quel barile fino ad oggi s’era persa ogni traccia. Gli storici di ieri e dell’altroieri, affidandosi a un semplice criterio di buon senso, hanno creduto che in quella lettera non vi fosse nulla di radicalmente discorde da quanto lo stesso ammiraglio genovese venne scrivendo negli anni successivi, una volta approdato, per esporre ai sovrani o al papa il suo traguardo. Quanto si sbagliavano! È infatti a più di cinquecento anni di distanza che (
stupor et mirabilia facta sunt in terra, massime fra gli addetti ai lavori) un ricercatore italiano del dipartimento di storia moderna dell’Università di Boston, Massachussetts, in visita di studio alla Biblioteca Apostolica Vaticana, ha trovato un foglio vergato a mano, piegato e malamente infilato nella controguardia di una cinquecentina (un opuscolo del Falloppio sulle pestilenze) e ha pensato bene di recarlo in pasto ai filologi. Esso si presenta come una traduzione in vernacolo toscano di quella lettera che si credeva divorata ormai dai flutti, e di cui pure i secoli scorsi non furono avari di falsificazioni; e tuttavia questo brogliaccio è molto antico, riconducibile alla mano d’un letterato, più che d’un falsario (il quale, a rigore, d’una minuta del genere si sarebbe servito per farne una pubblicazione, di cui però non v’è l’orma); ed è di un tenore assai più disperato e toccante che non le altre che fin qui si eran lette, e mostra un altro ammiraglio, nascosto e come estraneo a quello delle storie tramandate, la cui voce è percorsa d’un certo struggevole accento, come di colui che conosce da vicino l’aspro sapore del trionfo che si volge in catastrofe, e dispera scamparvi.
V’è chi nega del tutto l’autenticità dello scritto, chi invece la propugna con alacrità di notule e postille, chi sulla scorta di rilievi di stile ne proroga la composizione alle soglie del secolo decimonono, chi fa addirittura il nome del Rapisardi quale probabile contraffattore. Comunque la si pensi, il dibattito è aperto. Ma sarà solo dall’assorta auscultazione del testo che segue che se ne potrà sceverare l’esatta soluzione.
Con tanto più orgoglio siamo dunque lieti di proporvelo.
Il direttore,
Aldo Maria Pellegrini De Amoribus



Da recapitarsi a li invittissimi Ferdinando et Elisabetta, Reali d’Aragona et di Castiglia.

Serenissimi et plenipotenti Principi Re et Regina nostri Signori,
sia lode a Dio et nient’altri che a Dio. A chi render grazie, in verità, se la presente trovarrà fra i laberinti sdrucciolenti del mondo l’isquisitissima strada de le mani vostre, come l’Indie han trovato or non è molto la mia, se non a’ disegni de lo Spirito Santo, a le sue vie imperscrutate, a’ suoi divini offizii? Priegovi perdonare la laidezza et a tratti oscurità de la grafia con cui vi scrivo: avrete clemenza. Come che disperiate omai da lungo tempo di rivocare a li occhi la fisonomia de l’humile ammiraglio vostro Cristobal Colon, appo voi sien benvenute le malcerte sue parole estreme.
Sono ne la mia cabina. La nave, se ben faccio di conto, non molto è lungi da le Azzorre; ma poco nemmeno. Fuora maladetto è un conquassar di procellosi nembi, una vasta zuffa di venti, un sifolar da indur li prieghi come un gran tremuoto, che già la Pinta ha estolto al guardo et forse – lo dico et ho il tremacuore – a le tenèbre ha consegnato, et a la vorago. Et priega invero tutto l’equipaggio – et come altrimenti potrebbe? – come colui che a morte certa avvia tristi pensieri et stoltamente tentarebbe, et indarno, volendo figurarsi una salvezza. La quale pure abbiamo dimandata, così dirò, a nolo, impromettendoci per voto peregrini, sanza risparmio, a’ luoghi santi di Nostra Segnora di Guadalupe, de la Madonna di Loreto amatissima in quel d’Italia et di soverchio, temendo non bastasse, al caro monistero di Santa Chiara giù a Moguer, in Andalusia, ove la zia di Vostra Eccellenza Re Ferdinando è abbadessa, nonché lumiera intemerata di virtù, nonché guida preclara, et savio verbo, com’ognun sa del rimanente. Ma sia com’esser si debbe, se il ciel lo vuole, a cui ci commettiamo.
Et dunque, giacché ’l tempo è poco, raffiderovvi oggimai di quel che più v’ambascia: la via di ponente a l’Indie esiste; et la vidi; et fra gran tribulazioni, dubbi, ubbie sopravegnenti et mai al tutto dome, et sogni et amari slanci, pure, la percorsi; et l’invocai a duello, come da Voi stessi V’avvedete, infino a nodrir perentro ’l core dotta di mia vita et, s’altro non si intermette alfine, omai perirne. Ma son pur l’Indie, quelle ch’io avvisai? O non è per avventura un gran terrestro paradiso, amen giardino et opimo, qual doppo Adamo occhio mortale più non vide? Ch’assai maggio mi parve sua beltade, che non è mostro ne li antichi conti, né favoleggiato mai colà né altrove. O pur m’inganno? O non son vivo? O forse vien rincontro un nume ascoso, un dio o un’imago, ne le cui fole i’ mi saria, come colui che troppo vi s’attarda, quasi balordo et ebbro fatto meco, et ch’or mi fa contremere la mano? Et nondimen perché m’eleggerebbe a così ardita et grave impresa, di mettersi in aventura, et sottigliar le rotte ognora, et mane et sera attapinarsi al capriccio de’ ventora, et compitar clessidre tuttavolta, et acchetar malcontenti, et lagne, et tafferugia, et sospettar l’orizzonte et strologar vieppiù segnali, et farsi smagar da vaghezza di casa, et financo avere orror de’ cieli, et de’ mari, et de’ lor tuoni esangui, et avere il cuore a poppa tuttafiata, et il guardo a prua? A che cagione, finalmente, tanta parte d’empireo lassarne traveder, che colà n’è data in sorte, se poi ne mena tutti a tanto scorno? Se come femminella omai sospiro et piango, io ch’a le navi fui arcangelo et cattaneo, et pugno, et guardo?
Ma stolido son io, che goccia sono, a dimandar contezza a l’oceàno. Parea volessi cavalcar la capra et mi troncar le corna, quand’io brigava per salpare in suso e in giuso. Volea trovar topazi, et argenti di coppella, et rorida ubertà di frutti, et spezie, et animai strani, et nove genti, come colui che a Marco Polo presta fede, et a Pietro d’Àilli et a San Brendano, et a le sposizioni imaginose loro: ciò che Voi già sapete. Or mi rimembra che volea scovar le ricche, ma finite cose; et le mirabili ma vane; et, le cercando, un po’ de l’infinite trovai forse.
Deh, lasso! Altrove mai, ma all’atro bulicame...

Eppure... A ponente! A ponente! A ponente! Esiste! Esiste!
Ma forse io scrivo omai pel mare il mio latino, che morrà ne ’l gorgo... Et mia condanna è scritta, et perirò ne l’imo.
Ch’Iddio mi serbi almeno Diego, et Fernando!


Cristoforo Colombo, famulo de la marineria de la Santa Corona d’Aragona e di Castiglia
il 16 di febbraio 1493, tra flutti ignoti
di sua mano scrisse.






L’immagine è presa da qui.








pubblicato da r.gerace nella rubrica racconti il 29 aprile 2016