“Celui qui poète”: Albert Samain

Andrea Amerio



Quand elles savent par coeur ce qu’il y a de pur dans Verlaine, les jeunes femmes d’aujourd’hui et de demain s’en vont rìver Au Jardin de l’Infante … Albert Samain est l’un des poetes les plus originaux et le plus charmant, et le plus dèlicat et le plus suave des poetes.

Remy de Gourmont

Quando arrivò a Parigi James Joyce conosceva molto bene la poesia francese moderna e contemporanea. Ammirava Paul Verlaine ed era capace di recitarne molte poesie a memoria. Stando a quanto racconta Wyndham Lewis, quando bevevano assieme nei caffè parigini, le prostitute chiamavano Joyce “le poète” perché dopo qualche bicchiere attaccava con i versi del maudit. Una volta lui e Lewis approdarono a un bar dopo l’orario di chiusura e, affinché il gestore accettasse di riaprire i battenti e servire loro da bere, Joyce dovette declamare nella notte una poesia di Verlaine in francese.
Si direbbe che a Trieste non avesse fatto altro che studiare sistematicamente la poesia francese. A proposito esiste un voluminoso taccuino triestino su cui si possono leggere trascrizioni di poesie di Rimbaud e prose dalle Divagations di Mallarmé. Poi ci sono Valéry, Fargue e Soupault, di cui conosceva a memoria il famoso incipit da “Ebauche d’un serpent”. Niente di strano ma nello stesso taccuino (e arriviamo così al nostro tema) sono trascritti anche alcuni versi di un autore molto meno noto di quelli di cui sopra che risponde al nome di Albert Samain (1858-1900).
Negli stessi anni, dall’altra parte d’Europa, anche nelle prime poesie di Samuel Rosenstock, un giovane rumeno che si era scelto il nome di Tristan Tzara, si avvertono echi da Le jardin de l’Infante, la raccolta del 1893 cui Semain deve la sua - ancorché effimera - risonanza).
E se, tornando a Parigi, persino l’enfant terrible Alfred Jarry per una volta accettò di indossare i panni del critico, nel suo ultimo testo pubblicato (e immediatamente ricusato per via delle veste editoriale scadente), lo fece esclusivamente per questo autore a lui così caro, che nella lista di nomi che figura nel primo Almanacco di Padre Ubu, definisce “celui qui poète”.

***

In una Storia della Letteratura Francese abbastanza recente che ho trovato qui alla National Library di Valletta, e di cui non intendo fare il nome (David Coward, A History of French Literature From Chanson de geste to Cinema, Blackwell Publishing, Oxford 2004), il nostro Semain si ritrova rubricato come un paradossale “Simbolista classicista” (p. 223) influenzato dall’École Romane fondata nel 1891 da Jean Moréas, l’inventore del simbolismo francese, oggi molto meno letto dei simbolisti che aveva inventato – Apollinaire, invece, (eresia) preferiva Moréas a Rimbaud.
In questa fase della sua carriera Jean Moréas intendeva liberarsi delle esagerazioni romantiche e – cito dalla Storia della Letteratura Francese abbastanza recente che ho trovato alla National Library di Valletta – puntare su “una poesia diretta e regolare” come quella rappresentata da Semain, ovvero, “riconnettersi alla tradizione rinascimentale, medioevale e romana” (come se, tra l’altro, rinascimentale, medioevale e romana fossero una cosa sola). In questa Storia della letteratura Semain non è ritratto in maniera molto invitante poiché la sua la sua poesia rifletterebbe

a need for order and stability against the political turmoil of the fin de siècle … aimed to refurbish the image of France’s national muse (p. 224).

[un bisogno di ordine e stabilità da opporre al caos politico della fine del secolo … che puntava a rinnovare l’immagine della musa nazionale francese]

Poetone nazionale nostalgico e reazionario allora? Adagio con i pregiudizi: un Sergio Corazzini, piuttosto, o un Guido Gozzano. Entrambi infatti, ne furono attenti lettori e ne subirono le influenze, come d’altronde Corrado Alvaro. Perché se esiste una voce capace di tradurre in parole l’estenuato sentimento fin-de-siècle che a un certo punto parve permeare buona parte se non tutta la letteratura occidentale, questa è la sua – con buona pace delle recenti storie letterarie, e a conferma che il fiuto degli auctores Joyce, Tzara e Jarry era molto più affinato e sensibile di quello dei moderni commentatori o antologisti che dir si voglia.
Mi avvedo che Samain è escluso anche dal canonico The Penguin Book of French Poetry 1820-1950 (1994) con le seguenti motivazioni:

… much admired in his time but rarely read now Samain is perhaps typical of the empty mystique and gutlessness of Symbolism. His sensibility is dreamy, elegant, nostalgic, his versification languidly musical and atmospheric. But his verse is thematically conventional and devoid of vigour, lacking in stimulating irony or originality of imagery.

[… molto ammirato ai suoi tempi ma oggi raramente letto Samain è forse tipico della vuota mistica e pavida inanità del simbolismo. Sensibilità sognante, elegante, nostalgica, versificazione languida musicale e d’atmosfera. Ma tematicamente il suo verso è convenzionale e manca di vigore, d’ironia e originalità di immaginazione].


***
Basta così. Sono un comparatista, non un francesista, ma ho pensato di avventurarmi ugualmente in questo territorio insidioso per tentare di portare all’italiano la delicata sensibilità della sua voce al netto dei (pre)giudizi storici. Per di più, nell’ultimo verso della seconda poesia tradotta mi sono permesso una licenza: “Rime” al posto di “versi” a favore della dea ambiguità (sicché “rose” diventi leggibile tanto come sostantivo quanto participio passato).
Enjoy.

Nota

Un ritratto di Samain efficace e sintetico in Remy de Gourmont, Le livre des masques. Portraits symbolistes, Mercure de France, Paris 1896, da cui l’epigrafe. Le sbronze parigine di Joyce in Richard Ellmann, James Joyce, revised edition (New York: Oxford University Press, 1982, pp. 515-16; tr. it. di P. Bernardini Feltrinelli, Milano 1964; nuova ed. Castelvecchi, Roma 2014). Il taccuino triestino è descritto in J. Joyce, Archive 2, Notes, Criticism, Translations, and Miscellaneous Writings, a cura e con un introduzione di Hans Walter Gabler, pp. 375-83. L’influenza di Samain su Tzara fu segnalata da Claude Semet nell’introduzione alla sua traduzione francese di Primele poeme, le ‘Prime poesie’ scritte in rumeno e pubblicate a Bucurest per l’editore Unu nel 1934 (T. Tzara, Les premiers poemes, Seghers, Paris 1965, p. XXII). Oltre che in Corazzini (vedi Maria Carla Papini, Sergio Corazzini, La nuova Italia, 1977) e Gozzano (vedi A. Piromalli, Ideologia e arte in Guido Gozzano, La Nuova Italia, Firenze 1973), segnalate tracce del suo simbolismo “en robe de parade” nelle giovanili Poesie grigioverdi (1917) di Corrado Alvaro (Domenico Cara, Corrado Alvaro, La nuova Italia, 1971). Le poesie qui tradotte sono le citate da Jarry nel breve saggio che ho citato: Albert Samain (Souvenirs), Librairie Victor Lesmasle, Paris 1907 (inedito in Italia).

***

Botanique

Oui, chaque fleur, madame, est l’ardente maîtresse
Du soleil empourpré, qui se couche là-bas.
Voyez, comme suivant son déclin pas à pas,
Chacune tend vers lui sa tige avec détresse.

Sur le jardin palpite une suprême ivresse;
Car, de l’âpre bruyère au suave lilas,
Toutes veulent sentir sur leurs seins délicats
Glisser l’or tiède et doux d’une oblique caresse.

Mais, quand l’ombre a rempli l’horizon jusqu’au bord,
Naïves, elles croient que le soleil est mort:
Et le sol sent en lui frémir leur petite âme.

Alors, toute la nuit, leur amour enfantin
Pleure sous le ciel vide, et c’est pourquoi, madame,
Leurs calices sont pleins de larmes le matin.

***
Botanica

Sì, ogni fiore, signora, è il signore ardente
del sole imporporato che va a letto laggiù.
Guardate come vedendolo pian piano venir giù
tutti protendono i loro steli con destrezza.

Sul giardino palpita una suprema ebbrezza
perché dall’ape operosa al soave lillà
tutti voglion sentire sui loro seni delicati, qua
scivolare tiepida e dolce un’obliqua carezza.

Ma quando l’ombra colma l’orizzonte fino all’orlo,
ingenui, i fiori credono che il sole sia morto.
E, dentro, il suolo sente fremere la loro anima piccina.

Allora tutta notte il loro amore infantile
piange sotto quel cielo vuoto e per questo, signora,
la mattina i loro calici traboccano lacrime.


***

[Je rêve de vers doux et d’intimes ramages]

Je rêve de vers doux et d’intimes ramages,
De vers à frôler l’âme ainsi que des plumages,

De vers blonds où le sens fluide se délie
Comme sous l’eau la chevelure d’Ophélie,

De vers silencieux, et sans rythme et sans trame,
Où la rime sans bruit glisse comme une rame,

De vers d’une ancienne étoffe, exténuée,
Impalpable comme le son et la nuée,

De vers de soir d’automne ensorcelant les heures
Au rite féminin des syllabes mineures,

De vers de soirs d’amour énervés de verveine,
Où l’âme sente, exquise, une caresse à peine,

Et qui au long des nerfs baignés d’ondes câlines
Meurent à l’infini en pâmoisons félines,

Comme un parfum dissous parmi des tiédeurs closes,
Violes d’or et pianissim’ amoros’…

Je rêve de vers doux mourant comme des roses.


***

[Versi dolci sogno e d’intimi gorgheggi]

Versi dolci sogno, e d’intimi gorgheggi,
Versi che rasentino l’anima come piumaggi,

Versi biondi, dal senso fluido, che si spiglia
Come sottacqua i capelli d’Ofelia,

Versi senza ritmo, silenziosi, che non tramo
Ove la rima scivola senza rumore, come un remo

Versi di vecchia stoffa, estenuata,
Impalpabile come il suono e l’aria rannuvolata

Versi d’una sera autunno che ammaliano le ore
Al rito femminino di sillabe minori,

Versi di sere d’amore tagliente di verbena
Dove l’anima sente, squisita, una carezza appena,

E che al largo dei nervi lambiti dalle onde in fusione
Muoiono all’infinito, in felina adorazione

Come un profumo diffuso da chiusi tepori
‘Pianissimo’ e ‘amoroso’ suonati da viole fatte d’ori…

Rime dolci sogno, che muoian come rose.








pubblicato da a.amerio nella rubrica poesia il 25 aprile 2016