Cianuro

Sergio Baratto



La Steppa (Mondadori) è in libreria. Questa è una delle sue storie.

«Via del Fontanile nasceva dietro il cimitero, scorreva per un chilometro come un fiumiciattolo tra palazzine basse e dignitosi condomìni di quattro o cinque piani, curvava all’altezza dell’ex fienile diroccato e, facendosi di metro in metro più sconnessa e lacerata, lambiva i moli di porfido delle ville bifamiliari.
Nell’ultimo tratto, prima di diventare sterrata e svanire nella caligine, con gli squarci nell’asfalto ormai fitti come crateri lunari, costeggiava una lunga schiera di villette monofamiliari. Erano casupole quadrate, graziose al limite dell’orrido, riproduzioni miniaturizzate delle ville più grandi che le precedevano sulla medesima riva. Due piani, due camere, cucina abitabile, soggiorno, servizi con vasca da bagno, ampio garage con possibilità di cantina e tavernetta. L’orto minuscolo sul retro, davanti il microscopico giardinetto coi nani e anatre di gesso. La cancellata arrivava all’ombelico. I muri verdi, bianchi e beige esalavano odori di minestra di porri e armadio. Tutto molto curato, molto pulito.
Parecchia gente che conoscevo abitava lì. Bambini che avevo frequentato durante le vacanze estive o vecchi compagni delle elementari. Alcuni li incontravo ancora, tutte le mattine, nei corridoi della scuola. Tizi della mia età che ammazzavano i pomeriggi dalle quattro alle sette impennando col motorino, che alle medie mi avevano picchiato due o tre volte e poi si erano dimenticati di me, famosi per essersi fatti una sega in pubblico durante una verifica di matematica o per essere stati sorpresi dai genitori mentre cercavano di scoparsi la sorellina.

La casa di Cianuro era l’unica che manifestasse un po’ di miseria. Il giardinetto era trascurato, ovunque alti steli di erbe infestanti, niente rose. Nessuno si premurava di riverniciare l’inferriata ogni primavera.
Lo zio di Cianuro era un omino basso, pelato, così secco che sembrava fosse stato risucchiato da dentro. Lo vedevo ogni tanto aggirarsi tra gli scaffali del supermercato spingendo il carrello carico di vino rosso in tetrapack, assente da sé stesso, con un’espressione vacua a coprire lo sforzo di quella fuga continua.
Il vino era per la moglie. Passando veloce in bici davanti alla villetta la sentivo gridare. Urlava “Figli di puttana, vi ammazzo, mi ammazzo”, ogni sera sempre le stesse frasi con voce blesa, strascicata.
Il terrore domestico quotidiano aveva trasformato Cianuro in un bambino gonfio di psicofarmaci, incattivito, crudele con i coetanei, e poi in un adolescente chimicamente balordo. A quindici anni, l’unica sua attività fuori da scuola era la sosta a tempo indefinito nei bar con sala giochi, dove razzolava per gran parte dei pomeriggi con altra gente malmessa, figli di operai ludopatici o trattoristi semidisoccupati affetti da lieve ritardo mentale, imparando a fumare e facendo gare di sputi o qualsiasi altra cosa gli servisse da pretesto per starsene il più a lungo possibile lontano da casa.
Se ogni volta tornava in via del Fontanile, verso il giardinetto incolto e le urla di sua zia, era solo per il cane, un pastore tedesco che aveva ricevuto in regalo dieci anni prima dallo zio in uno dei suoi rari momenti di presenza.
Il cane era la sola creatura vivente per cui Cianuro provasse amore. Un paio di volte, durante le mie peregrinazioni in bicicletta, l’avevo sorpreso mentre chino su di lui dietro l’inferriata arrugginita lo solleticava sul collo sussurrandogli parole tenere. Al cigolio dei miei pedali, Cianuro aveva alzato istintivamente la testa. Per un frazione di secondo, prima che potesse ricomporsi sotto la maschera della canaglia, avevo scorto sulla sua faccia tumefatta un sorriso ebete, da bambino piccolo, e una nuda beatitudine nei suoi occhi.

Venne dicembre. Il fuoco di fila dei compiti in classe prima delle vacanze di Natale non mi dava tregua. Mi struggevo per ore sui libri senza capire nulla, le formule algebriche mi parlavano come lingue aliene, i rudimenti di fisica mi procuravano atroci attacchi di sonno. Una delle ultime volte che me ne andai a zonzo nel freddo del crepuscolo, prima che mio padre infuriato per i voti bassi mi chiudesse definitivamente in camera, trovai le villette di Via del Fontanile agghindate a festa, con gli alberelli cosparsi di palline colorate. In ciascun giardino, i nani di Biancaneve sfoggiavano sulla fronte ghirlande di plastica argentata. Per eccesso di zelo, i vicini di Cianuro avevano installato in giardino anche un congegno musicale che suonava a ripetizione melodie natalizie in sincrono con le lucine intermittenti dell’albero.
Nella casa accanto, come sempre, la zia di Cianuro urlava. Sembrava volesse sanare lo scandalo di quell’atroce nenia metallica a colpi di bestemmie.
Mi rituffai nella foschia, pedalando veloce senza nemmeno scansare le buche nell’asfalto, e mi ripromisi di non tornare più.

Tre giorni dopo, in un pomeriggio inaspettatamente mite, di sole e nuvole, la zia di Cianuro uscì in giardino. Indossava una vestaglia da notte e il golf di lana grigio del marito. Da molto tempo non si mostrava più, o solo di sfuggita, da dietro le finestre.
Il figlio dei vicini stava pulendo il motorino, accovacciato davanti al cancelletto di casa. Alzò lo sguardo e la vide avvicinarsi al cane di Cianuro, che stava sonnecchiando acciambellato in una porzione d’erba bagnata da un raggio di luce. Vide che la donna alzava il braccio e che stringeva in mano qualcosa. Capì che era un martello solo quando lei lo calò sul cane per la seconda volta, tra la testa e la schiena.
La zia di Cianuro continuò a martellare finché il sangue non cominciò a imbrattarle la vestaglia.
Il figlio dei vicini balzò in piedi e accese il motorino, con le gambe che all’improvviso gli tremavano tutte. Senza degnarlo di uno sguardo, la donna lasciò cadere il martello e tornò in casa.
L’altro schizzò via e andò in centro a cercare Cianuro. Lo trovò che beveva una birra fuori dalla sala giochi. Fermò il motorino davanti a lui e, senza scendere, gli parlò con gesti concitati delle braccia.
Cianuro scagliò la lattina semivuota in mezzo alla strada, prese lo scooter che aveva posteggiato dietro l’angolo e partì. Il figlio dei vicini rimase fermo sull’uscio e scroccò una sigaretta a uno che passava.
Cianuro percorse tutta Via del Fontanile senza fermarsi agli incroci. Arrivò davanti a casa, spense lo scooter e lo parcheggiò davanti al cancelletto. Scese in garage e ne uscì con una vecchia coperta di lana e un badile. Trovò il cane immobile in una pozza di sangue, vide la postura innaturale delle zampe, la testa spaccata e deformata. Lo avvolse nella coperta e lo posò sull’erba. A destra e a sinistra, i vicini sgusciati fuori dai loro tinelli lo fissavano a distanza di sicurezza, con sguardi mortificati e pieni di spavento.
Cianuro scavò una buca larga e profonda tra le erbacce del giardino. Lavorò per mezzora senza fermarsi, con la faccia come una maschera di marmo e gli occhi stretti come fessure. Poi prese il fagotto insanguinato, lo accarezzò per l’ultima volta e lo depose nella buca. Quando ebbe richiuso tutto, appoggiò il badile e il martello al muro vicino agli scalini dell’ingresso e si sedette in silenzio a guardare la strada.
Fumò due o tre sigarette, alzandosi di tanto in tanto per sgranchirsi le gambe. Poi prese il martello ed entrò in casa.
Trovò sua zia in cucina, seduta al tavolo davanti a un cartone di vino. Stava sfogliando una rivista con fotografie di vip nudi al mare. Aveva ancora indosso la vestaglia e il golf sporchi.
La fissò. Lei gli chiese cosa avesse da guardare. In malo modo, come sempre, con voce rauca, stizzita.
Cianuro le sfondò il cranio con una martellata. Il ferro penetrò nel punto in cui la fronte si congiunge con il cuoio capelluto. La donna crollò per terra, sul pavimento sporco, e lo annaffiò col proprio sangue.
Poi scese da basso, riprese lo scooter e sparì in direzione dei campi. Poco dopo la cappella votiva, l’asfalto terminava e la strada ormai ridotta a una specie di sentiero carrozzabile in terra battuta si biforcava. A sinistra portava nel luogo spoglio e prosciugato dove un tempo si trovava il fontanile. Ma Cianuro svoltò a destra e sobbalzando sui sassi si addentrò nei campi, con una nuvola di polvere gialla dietro di sé, a mo’ di strascico, che la luce del crepuscolo tingeva di scuro.
Arrivò alla vecchia barriera arrugginita che segnava la fine della strada. Spense lo scooter, lo sdraiò sull’erba, aggirò la sbarra di ferro. Davanti a lui, in alto, i bagliori residui del tramonto pulsavano tra gli strati di nuvole in lento transito. A una decina di metri dalla barriera scorreva la striscia grigionera della statale.
Invisibile da quel punto ma non lontano, sulla sinistra, un tir proveniente da Ottala ripartì dalla piazzuola di sosta del self-service. Il camionista, rimasto senza sigarette, ci si era fermato con una parola muta di gratitudine rivolta alle sue divinità personali, quando aveva visto l’insegna dei tabacchi.
Cianuro lo vide comparire subito dopo, massiccio, grondante di gas di scarico. Aspettò paziente che si avvicinasse e, quando fu a pochi passi, gli corse incontro.
Fu tutto così rapido che il camionista non fece nemmeno in tempo a frenare.

Questo succedeva nel tardo pomeriggio dell’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze, perciò tra studenti non si poté commentare la faccenda che al rientro, dopo l’Epifania. Ma a quel punto era già stata sviscerata fino alla nausea in famiglia, in ogni singola casa di Arimiate e Mortonago, tanto che nessuno tra una lezione e l’altra ebbe più molta voglia di parlarne, se non per riportare voci incontrollate sui dettagli da bassa macelleria, cose che solleticavano la curiosità morbosa di vecchi e giovani, cos’aveva trovato lo zio di Cianuro sul pavimento della cucina rientrando dal lavoro, cos’era rimasto sull’asfalto della Ottalese e sulle ruote del tir, cosa avevano raccolto di Cianuro i volontari del pronto intervento, a colpi di paletta e conati di vomito.
Si seppe poi che lo zio, apparentemente senza uscire dal suo stato di perenne assenza, anzi sprofondandovi se possibile ancora di più, aveva incaricato un’agenzia immobiliare di vendere la villetta e se n’era andato altrove, lontano da Arimiate. Forse da una sorella che abitava in una provincia speculare, remota, dall’altra parte della Pianura, ma solo per finire di lì a poco internato con una grave forma di demenza precoce in una struttura per invalidi non autosufficienti, dove avrebbe trascorso lunghi anni dimentico di sé.
L’agenzia provò per mesi a vendere, ma senza successo. Nessuno voleva andare a vivere in quel posto, incuneato tra identiche villette come un dente cariato. La casa restò vuota, e buie le fessure delle imposte chiuse. Le erbacce crebbero sempre più alte e più fitte nel praticello in cui Cianuro aveva sepolto la capacità d’amore che gli era rimasta.
I bambini del quartiere si inventarono per scherzo una storia di cani fantasma, ci credettero davvero e si spaventarono sul serio. Passarle davanti di corsa in preda all’eccitazione della paura, a piedi o in bici, divenne un gioco diffuso, quasi una prova di eroismo e un rito di passaggio a cui nessun ragazzino di Arimiate poteva sottrarsi.
Ma all’epoca ero ormai troppo grande per quelle cose, e poi conservavo troppo vivido in me l’ultimo ricordo di Cianuro chino sul cane, della sua faccia scomposta dalla tenerezza.»








pubblicato da s.baratto nella rubrica libri il 17 aprile 2016