L’agonia delle minoranze spacciate per élite

Tiziano Scarpa



«Elitario non è chiedere più spazio per la letteratura di qualità, elitario è coprirne la voce con il rumore di fondo rendendola accessibile e visibile solo alle élite, con il rischio che ne venga messa in discussione la sostenibilità economica e, di conseguenza, l’esistenza.»

Così scrive Davide Mazzocco su Booksblog, in un bell’intervento che consiglio di leggere: parla di strategie di costruzione del pubblico nei reticoli sociali; del disarmante sentimentificio dei nuovi romanzieri d’amore; delle loro reazioni indispettite e intolleranti alle critiche; del modo in cui i seguaci si mobilitano per umiliare e zittire ogni dissenso culturale. E, di conseguenza, di come possa passare sostanzialmente inosservata nei nuovi media la pubblicazione dei racconti di un grande scrittore.

In particolare, la citazione che ho riportato qui sopra coglie un meccanismo importante: c’è una retorica maggioritaria che, non contenta della visibilità totalizzante in cui gozzoviglia, taccia di élitismo e sprezzatura una minoranza ormai ridotta alla lotta per sopravvivere, come una specie in estinzione. Lo traduco nel gergo specialistico della sociologia e della teoria letteraria: cornuti e mazziati. Oltre al danno della marginalizzazione, la beffa dell’accusa di separatismo aristocratico. Dal loro superattico in centro, i nuovi ricchi puntano il dito contro le baracche chiamandole torri d’avorio.

Negli archivi dello stesso blog ho trovato un vecchio articolo, con un video che, per analogia con quanto ho detto finora, illumina un altro meccanismo ricorrente nel rapporto fra minoranze culturali in via di sparizione e nuove maggioranze pigliatutto.

Una ragazza – una delle ultime superstiti che parlano in quechua – si è ridotta a cantare nella sua lingua un’insulsa canzoncina universalmente nota, per mendicare attenzione sulla propria agonia culturale («con la finalidad de revalorar nuestra lengua ancestral “El Quechua”», dice la didascalia).

Tante sono le considerazioni che mi ha suscitato. Ne dico due.

La prima: il puntinismo sillabico di questa versione straniata e, alle nostre orecchie, incomprensibile, mette in primo piano l’involucro melodico e ritmico: così fa spiccare la povertà musicale di una marcetta accattivante come mille altre, e che però è riuscita a imprimersi nei cervelli dell’intero pianeta solamente grazie al volume di fuoco dei media che ha potuto cavalcare per decenni.

La seconda considerazione, più importante: il reale risultato del gesto allegramente disperato di questa quattordicenne è che il motivetto pop si è annesso anche il cantuccio residuale di una cultura, che, un istante prima di morire, depone ogni differenza, si arrende spontaneamente e spalanca anche le ultime, intime porticine all’invasione. Come canto del cigno, la ragazza quechua ha scelto di intonare l’inno stolido e ferocemente lieto del suo uccisore.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica qualità quantità il 11 aprile 2016