L’utopia malinconica di Daniele Del Giudice

Tiziano Scarpa



Questi sono i primi paragrafi della mia prefazione ai Racconti di Daniele Del Giudice, in libreria da oggi.

C’è un’utopia malinconica nei racconti di Daniele Del Giudice. Si trova in una scena ricorrente: qualcuno comunica a qualcun altro la sua passione conoscitiva; e, nel farlo, trova nell’altro una rispondenza, una condivisione; suscita una curiosità viva, sincera.

Di conseguenza, la relazione a due è la più vera, perché solo nelle relazioni a due si può fondare la fiducia necessaria per aprirsi a vicenda una soglia, e ospitarsi l’un l’altro. Ma questo tipo di fiducia – è la prima sorpresa che procurano questi racconti – non consiste nel comunicare una situazione interiore; al contrario, il suo contenuto è qualcosa di esterno. Non si fa una confidenza intima, non ci si racconta un segreto ma si descrive un oggetto, un mestiere, una caratteristica tecnica: i particolari di un quadro, la polvere, l’orecchio assoluto, la decomposizione, la lotta, l’architettura cimiteriale, le fortezze militari, le comete…

Il rapporto fra due persone ha bisogno di una triangolazione, un tertium: i loro sguardi debbono convergere su una cosa messa a fuoco in comune.

È questa la scena primaria dei racconti di Daniele Del Giudice: ed è anche la loro scena ultima, perché lì convergono non solo gli sguardi e gli interessi cognitivi, ma soprattutto i desideri, le attrazioni, le destinazioni sognate dai protagonisti.

C’è una salutare forzatura utopica, in queste scene: ah, – sembrano suggerire, – se nella vita ci fosse dato di incontrare persone così! Se tutti ci descrivessero con cura e passione ciò a cui tengono davvero, le attività a cui si dedicano, le cose che li infiammano!

[continua qui].

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pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 5 aprile 2016