Il lutto: crescere o restare piccoli; amare o odiare.

Michele Cocchi



Scrivere su L’invenzione della madre di Marco Peano è difficile, perché significa scrivere sulla morte di una madre. Inoltre è risaputo: ogni storia parla inevitabilmente del suo autore – in maniera più o meno esplicita e in maniera più o meno consapevole. Mi sono domandato se il fatto di conoscere Marco direttamente, di avere un legame di amicizia con lui, condizioni i miei pensieri. Li condiziona perché Marco è vivo. Può scrivere una storia e ascoltare ciò che gli altri hanno da dire su questa. Non è vero che una storia smette di essere dell’autore una volta divenuta pubblica. Tra l’autore e chi si fa carico di leggere e parlare del suo lavoro si crea un legame emotivo. È inevitabile. La conclusione, assurda, cui condurrebbe questo pensiero, è che sarebbe opportuno commentare soltanto i libri degli autori non più in vita, ci solleverebbe dal sentire che le nostre parole graveranno sul loro stato emotivo.

Probabilmente queste considerazioni – sulla paralisi della scrittura – sono legate al tema del libro: una madre uccisa da un cancro. È un libro che commuove. Fa piangere, a tratti. Ci costringe a fare i conti con la nostra, di madre. Viva o morta che sia. Con la nostra, d’infanzia. Presente o passata che sia. Paralizza chi – nella vita reale, così come nella storia narrata –, debba farci i conti, prima nella malattia, poi nella morte. Soprattutto quando una madre, come in questa storia, muore troppo presto.

Il libro di Marco parla di questa paralisi, riproduce una perfetta immobilità. Il tempo scorre, eppure ogni cosa resta immobile, prigioniera della morte, del dolore che produce. Della impensabilità dell’evento: le infinite cure, scritte con una precisione quasi maniacale, crude, tanto vivide da risultare talvolta insopportabili; la conoscenza della malattia, il tentativo di analizzarne ogni aspetto, come per individuare il punto debole di un nemico; i piccoli, insormontabili, obiettivi quotidiani, che richiedono infinite energie per chi si prende cura del malato; i numerosi commenti dei medici, le loro parole, i loro diversi punti di vista. È una spirale, un tempo che si avvita su se stesso trasmettendoci la sensazione – appunto – di una paralisi.

Mattia, il protagonista, è un ventenne, e da anni – dieci anni – è al capezzale della madre malata. Per tutta la durata della lettura niente mi distoglierà dall’idea che Mattia è più piccolo della sua età. Non so se questo dipenda dal fatto che l’autore ha traslato la storia di Mattia bambino – con i suoi stati emotivi e il suo stato mentale – nel corpo di Mattia adulto; oppure – e mi piace pensare che sia questo il motivo – la morte ci rende tutti più piccoli. Ci porta indietro nel tempo. E Mattia torna bambino: con le fantasie, i bisogni, le azioni di un bambino. La volta in cui Mattia ha detto Che sonno, poi ha appoggiato la testa sulle gambe della madre, e lei ha preso a accarezzargli i capelli cantandogli una ninna nanna. Ancora: Ha messo sul cranio calvo della madre un cappello di lana, le ha poggiato una coperta sulle spalle […] e sono fuggiti insieme. Ancora: D’inverno insieme alla madre si lanciava giù dal prato per quella breve discesa, e poi quando si stufava dello slittino rotolavano insieme nella neve, un corpo contro l’altro. Lei lo stringeva a sé, lo abbracciava. Negli ultimi vent’anni, Mattia non è mai uscito da quell’abbraccio.

La sera, prima della chiusura della videoteca in cui lavora, quando oramai il negozio è vuoto, Mattia inserisce delle videocassette in un videoregistratore e osserva la madre, filmata anni prima, in piena salute. La guarda. Ne registra mentalmente i movimenti. La respira. Prova a immagazzinare quante più immagini possibile. Quante più esperienze emotive possibile. Dettagli. Impressioni. L’effetto per il lettore è scioccante. Viene da pensare: Non è realistico, nessun ventenne farebbe una cosa simile. Ma Mattia non è un ventenne qualunque, è un ventenne che da dieci anni vede la madre morire. Osservando la madre respirare, gli era venuto in mente di riempire dei palloncini con il suo fiato, per poi tenerli da qualche parte come proviste per l’inverno. Quello di Mattia è un innamoramento. Lo stesso che prova un neonato quando nei primi giorni di vita osserva il volto della madre. Della donna che gli fornisce calore, cibo e, soprattutto, amore. Il neonato ama la madre e la madre ama il neonato. Mattia scava, si direbbe forsennatamente, nel passato, come se fosse alla ricerca della traccia zero di quel nastro, come se dovesse – per restare a galla e non cadere nella follia –, ritrovare il punto esatto in cui quell’amore è iniziato. Mattia è un bambino. Non è un adulto.

Nel mio lavoro di psicoterapeuta incontro persone che chiedono aiuto per elaborare un lutto di un genitore, di un coniuge, nel peggiore dei casi di un figlio. Il libro di Marco parla di loro. Dando un ordine alle loro parole, caotiche, confuse, incoerenti, complicate, sempre addolorate. E riesce a trasformarle. A narrarle e ri-narrarle. A plasmare una materia così bruciante da risultare talvolta inavvicinabile, e a renderla una storia, raccontabile e fruibile. Soprattutto, a renderla tollerabile a noi lettori. Gli psicoterapeuti cercano nelle storie dei loro pazienti delle verità che tentano di racchiudere in una teoria, astraendole dal contesto di appartenenza e universalizzandole. Sempre, però, col rischio di snaturarle. Marco riesce a restituire la forza e l’immediatezza dell’esperienza senza la necessità di rendere tutto teorico e astratto.

Mattia mi ricorda Giovanni, un mio paziente di venticinque anni che è venuto per elaborare il lutto del padre, morto di cancro quando lui ne aveva sedici. Un giorno, Giovanni, riesce a dirmi: “Io dottore vorrei crescere, diventare grande. Vorrei liberarmi. Liberarmi di lui. Essere libero. Ma non posso. Sarò per sempre lì. Per sempre resterò intrappolato lì”. In quella seduta Giovanni tocca una corda importante: l’impossibilità di diventare adulti. Questo, per lui, significherebbe, sia a livello simbolico – come accade fisiologicamente per gli adolescenti –, sia a un livello molto più concreto, eliminare il proprio padre e sostituirsi a lui. Per il mio paziente è impossibile diventare grande, perché diventare grande significa – per lui che il padre lo ha già perso fisicamente –, perderlo anche mentalmente. In questo caso la morte del padre avviene, come per Mattia, in coincidenza di un periodo in cui è normale desiderare il distacco, in cui Giovanni sente la spinta oppositiva e separativa, ma se questo non può farlo – perché costretto al capezzale del genitore morente –, tutto ciò che fantastica e che riguarda la sua autonomia, la sua crescita, il suo desiderio di scegliere la propria strada, sarà vissuto con un profondo senso di colpa. Allora Giovanni, come Mattia, trova la soluzione di restare piccolo, e di ripetere ossessivamente i medesimi gesti, rimanere all’interno della stessa organizzazione mentale. Marco narra questo stato di impantanamento: la trappola in cui rischiamo di cadere quando dobbiamo occuparci precocemente della morte di un genitore; di occuparcene proprio quando la nostra vita dovrebbe spiccare un salto in avanti. Mattia non può pensare una convivenza o una progettualità con la fidanzata. Ogni aspirazione è velleitaria, una menzogna che racconta a se stesso. L’unico obiettivo reale è quello di gravitare intorno al letto della madre che muore. E poi, quando sarà morta, intorno all’immagine della madre morta.

Francesca, di diciannove anni, che ha perso la madre per cancro quando ne aveva tredici, dice: “Non la sopporto più, mi sta sempre tra i piedi. Ogni volta che dovrei essere felice penso che lei non potrà vedere il motivo della mia felicità e mi rattristo. A volte lo odio”. Poi, pensando a suo padre, dice: “Odio anche lui. Si è rifatto una vita. Come se lei non fosse morta, ma si fossero soltanto separati. Doveva fare di più. Doveva proteggermi meglio…” L’Invenzione della madre è anche un libro sulla rabbia. La narra in maniera sottile, sotterranea talvolta, in brevi pennellate di una vividezza e di una ferocia disarmanti. Ed è allora che Mattia, nell’ordine, maledice tutto questo: lo sfintere di sua madre che ha deciso di cedere proprio ora, il dito di suo padre che ha premuto il tasto del telecomando, le sue stesse orecchie che hanno sentito il suono […] E mentre sta per arrivare di là, si augura che la diarrea della madre, quella notte, sia così abbondante e così violenta e così pietosa da seppellire tutti loro quando lui aprirà la porta. È la rabbia irrazionale nei confronti di chi ci lascia, di chi rimane, di chi avrebbe potuto fare di più, di chi non ha fatto abbastanza, di chi non ha resistito, di chi non ha lottato come avrebbe dovuto, di chi si è messo irresponsabilmente nei guai. La rabbia e l’odio che vedo nei pazienti, e che trovo in Mattia. La rabbia e l’odio di chi non può accettare che un padre o una madre muoiano troppo presto. Talvolta si manifesta contro le persone che fanno parte del sistema sanitario e che troviamo distanti, insensibili, meccaniche; contro le quali, normalmente e comprensibilmente, i familiari dei malati si avventano. Talvolta si manifesta nei rapporti con gli impresari delle pompe funebri, che ci appaino sempre troppo formali, o indelicati, per qualche verso sbagliati. Si manifesta, in generale, contro un nemico esterno, immaginario o reale che sia, come quello che lascia bigliettini dal contenuto inappropriato, per non dire orribile, nella cassetta della posta di Mattia. Si manifesta, e sono la rabbia e l’odio che comprendiamo meglio, contro il cancro: il cancro diviene la personificazione del nemico, l’oggetto contro cui avventarsi, da conoscere e sconfiggere. Ma il cancro, paradossalmente, in alcuni attimi di sconforto, di quasi delirio, è anche l’oggetto amico che nel male unisce la famiglia tanto da far pensare a Mattia che il cancro sia in realtà il legame, ciò che li tiene uniti, ciò che permette di continuare a sommare un giorno agli altri giorni.

In Mattia, a differenza di Francesca, questa rabbia e questo odio sono meno espliciti, più sotterranei appunto. Se Mattia fosse un mio paziente penserei che la componente rabbiosa dell’elaborazione del lutto non fosse ancora del tutto esaurita, e mi augurerei che non si manifestasse contro uno dei suoi punti di forza: il rapporto con il padre. Mattia è in fatti in grado di proteggere il padre dal rancore e di mantenere con lui un rapporto vitale. Il padre è la sua ancora di salvezza, come lui lo è per il padre. Sono due figure che si sostengono a vicenda, e in questo momento devono pensarsi reciprocamente come puri, veri, sinceri, forti, giusti. L’orribile biglietto di accuse verso il padre è la prova che Mattia deve sostenere: deve fidarsi. Non può fare altrimenti. Pena, la solitudine e il crollo. Si muovono in sintonia. Dove c’è uno c’è l’altro. Dove non arriva uno arriva l’altro. Quello del rapporto padre-figlio è uno dei più commoventi del romanzo; lasciato sullo sfondo, eppure sempre presente. Come un terreno solido sul quale si può esser sicuri di posare i piedi.

Il libro si conclude, come si conclude una terapia. La vita di Mattia, di Giovanni e di Francesca no. Rimangono dentro di noi. Continuiamo a domandarci cosa sarà di loro e della loro vita. La terapia, come del resto la scrittura, è una forma di rielaborazione, di conoscenza e, nella migliore delle situazioni, di trasformazione. Tanto nei pazienti, o personaggi, quanto nei terapeuti, o narratori.








pubblicato da r.gerace nella rubrica libri il 31 marzo 2016