Diario di un’insurrezione

Sergio Baratto



È uscito il mio Diario di un’insurrezione. Fa parte dei Fiammiferi del Primo amore e parla di certe cose che sono accadute nel mondo, in Italia e nella mia vita diversi anni fa, all’inizio del decennio passato. Parla di cose successe prima, durante e dopo il G8 di Genova, nel corso sempre più limaccioso degli anni Zero.
Quello che segue è un brano del libro.

Il 2001 si è chiuso con il lontano bagliore dei bombardamenti in Afghanistan («La guerra era inevitabile, impossibile pensare che una nazione colpita in modo così plateale non reagisse militarmente, soprattutto se si tratta della prima potenza mondiale»… «Sì ma, come erano incolpevoli le segretarie d’azienda che lavoravano nelle Twin Towers e hanno gettato i loro trent’anni dalla finestra per precipitare in volo verso la morte, così sono incolpevoli anche i montanari pashtun di ogni sesso ed età che le bombe americane mutilano e smembrano»…) e un dolore sordo allo sterno dell’anima, come se mi stessero strappando in due. Fremevo per la rabbia e la voglia di riprendere la strada che si era interrotta a Genova, risoluto come prima persino a mettere alla prova i limiti della mia prudenza e della mia paura – eppure quasi ogni giorno dovevo combattere il senso di nausea che mi davano le piccinerie e le stupidaggini della mia parte: i proclami farlocchi, la fuffa retorica barricadiera, il settarismo narcisista… Ero pronto ad arruolarmi, ma l’«Esercito Chandleriano di Liberazione dell’Umanità» nelle cui file avrei volentieri combattuto da soldatino semplice e anonimo pareva esistere solo nella mia testa, come quei sogni particolarmente vividi che ti lacerano il sentimento dopo il risveglio con uno struggente senso di perdita, come vite parallele mancate…

Dopo Capodanno, Io e Maria ce ne siamo andati per qualche giorno ad Antibes, a scialacquare i nostri pochi spiccioli come ussari in un romanzo russo dell’Ottocento.
Le serate, mi ricordo, erano fredde e limpide. Maria oziava per un’ora leggendo feuilleton nella vasca da bagno, immersa in una nube di schiuma e con un generoso bicchiere di Sauternes posato sul bordo. Io invece mi sedevo fuori, in balcone, anch’io col mio bicchiere di Sauternes. Guardavo le stelle nel buio, le luci delle case, il mare bagnato di luce lunare in fondo, a destra, verso Juan-les-Pins. Oppure leggevo, ben infagottato nel mio cappotto contro la brezza tagliente.
I libri mi hanno salvato dalla disperazione, in quel periodo fosco. Tre in particolare, come una specie di mia personale Trinità, giunti fino a me da tempi remoti con voci ancora possenti: gli Annali di Tacito, il Genji Monogatari di Murasaki Shikibu, la più grande romanziera di tutti i tempi, e l’immenso affresco umano delle Storie di Erodoto…

Alla vista di tutto l’Ellesponto coperto delle sue navi e di tutta la spiaggia del mare e la pianura di Abido piene dei suoi soldati, Serse si considerò felice; ma subito dopo scoppiò a piangere.
Se ne accorse Artabano, suo zio paterno (…). Quest’uomo, avendo osservato che Serse piangeva, gli disse, in tono di domanda: «O re, quanto è diverso il tuo modo di comportarti ora da quello di poco fa; prima infatti ti ritenevi un uomo felice, ora piangi». E quello replicò: «Sì, perché mi è sopraggiunto un senso di commiserazione, al pensare quanto è breve nel suo complesso la vita umana, se di tutta questa enorme folla nessuno sarà in vita fra cento anni.»

Un pomeriggio siamo andati alla Garoupe. In cima alla collina del faro che domina il capo ci sono una cappella dedicata a Sant’Elena, la madre dell’imperatore Costantino il Grande, e il piccolo santuario della Madonna dei pescatori. La cappella risale ai primi secoli dopo Cristo e sorge nel punto esatto in cui anticamente esisteva un luogo di culto dedicato a Iside Pelagia («del mare aperto») e a Selene, le dee femminili delle acque e dei naviganti, della maternità e della Luna… Selene, S. Hélène: il passo in realtà è molto breve. Dietro tutti i camuffamenti e le rinominazioni, dopo migliaia di anni, colei che rimane sulla sommità della collina, ritta in maestà ieratica di fronte al mare, è sempre la stessa Dea Madre.
Da lassù, il frastuono delle guerre e degli uomini-bomba giungeva ovattato, come da una lunghissima distanza. Volevo pregare perché tutto quell’orrore finisse, ma non avevo divinità a cui rivolgermi.
C’erano poche tracce dell’unico Dio, lì. Il paganesimo impregnava ogni cosa come una polvere. In una nicchia la Regina dei mari, Notre-Dame de Bon-Port, reggeva tra le mani il Bambino e un vascello. Sulle pareti, nella penombra, erano appesi centinaia di ex-voto. I più consunti recavano date vecchie di due secoli. Alcuni erano semplici disegni vergati da mani infantili. Tutti testimoniavano una devozione fanciullesca, un abbandono totale nelle braccia della Grande Madre. Su una fotografia dai colori esasperati, legata con un filo a un chiodo nel muro, una donna e una bambina con gli stessi lunghi capelli biondi si stringevano accovacciate nell’obiettivo. La donna sorrideva e la bimba si teneva in mano un piede. Sul retro, a biro e con mano tremolante, c’era scritto: «Notre-Dame de Bon-Port protégez-les de leur maladie».
Dopo un po’ sono dovuto scappare fuori, con gli occhi rossi.
La Madonna e il mare… Il cristianesimo si inabissa in fretta.
«Non puoi cristianizzare il mare» mi ha detto Maria.

Tutto lo scialo da gran signori è finito in fretta. Sono tornato a Milano e ho ricominciato la solita trafila.
Nelle pause di tempo, sul lavoro, scrivevo tormentate lettere aperte ai disobbedienti, ai giornali della stagnazione o alle rivistine del movimento, ma non le finivo mai e le abbandonavo così, pastrocchi a penna sulle pagine gualcite dei miei quaderni a righe.
Mi buttavo in strada appena potevo, alla minima occasione, con un senso d’angoscia e desiderio: marce della pace straordinarie contro la violenza militare israeliana, scioperi generali, manifestazioni sindacali…

Poi è venuto il Forum Sociale Europeo di Firenze. Novembre 2002.
Oriana Fallaci sul Corriere strilla che come i turchi di Mehmed II caleremo, distruggeremo tutto, appiccheremo il fuoco ai club privé. Capita a volte di incrociare qualcuno che straparla, al bar o sul tram, tuttavia è difficile che i suoi deliri razzisti vengano pubblicati da un grande editore, conoscano tirature milionarie e si guadagnino un posto d’onore tra le pagine del più importante quotidiano nazionale, quello di cui si dice che è il quotidiano «moderato e autorevole» per antonomasia. Ma tant’è: obbedendo all’esortazione di una giornalista apparentemente sopraffatta dai suoi incubi personali – «Chiudete i negozi. Chiudete i ristoranti, i bar, i mercati.
Chiudete i teatri, i cinema, le farmacie. E non mandate i bambini a scuola» – i bottegai inchiodano assi di legno alle vetrine.
Arriviamo in migliaia. Decine di migliaia. Non aspettavo altro per dirmi «No, è stata la debolezza di un momento, ci siamo ancora, non siamo meno forti».
Nella mia memoria cammino con gli occhi lucidi di commozione per le strade della città… la gente ai balconi che applaude, la musica, i canti, il chiasso, una marea di gente come me, come me!
Ancora adesso, a quasi dieci anni di distanza, se rievoco le immagini di quella giornata posso chiaramente percepire il riverbero di quell’ebbrezza. È rimasto in me come una specie di radiazione di fondo. Non si è ancora spento.

Sergio Baratto, Diario di un’insurrezione, Effigie 2012, pp. 119, 10 €

UN PENSIERO SU “DIARIO DI UN’INSURREZIONE”
Il manesco Alcibiade e la nuova vita del mio libricino








pubblicato da s.baratto nella rubrica annunci il 28 ottobre 2012