Da Edipo a Amleto. Le nuove famiglie

Tiziano Scarpa



Allora ho preso il microfono e ho detto: «Mio padre, l’inventore della mia morte». In sala è sceso il gelo. I papà e le mamme sedute ai banchi dell’auditorium si sono fatti scuri in volto. Solo i loro figli piccoli hanno continuato a ciangottare qualche strillo allegro, in braccio, sui carrozzini, nei marsupi.

Forse non è stata una buona idea, citare Thomas Bernhard alla tavola rotonda su I nuovi padri: dal padre autorevole al padre materno, nelle giornate del convegno Famiglia Punto Zero: il Festival delle famiglie che cambiano, a Roma domenica scorsa. Perché mi è uscito questo spiffero di nichilismo nel cuore di un raduno che festeggiava, non solo a parole, la propagazione della vita?

Perché sono stato invitato

Sono stato invitato al festival per aver scritto, anni fa, un romanzo che ha come protagonista un neopadre che tiene un diario per suo figlio neonato, con l’idea di consegnarglielo a quattordici anni, quando il ragazzo gli si rivolterà contro; gli scrive in anticipo, per disinnescare il conflitto, perché prevede il dissidio benefico che consoliderà il carattere di suo figlio adolescente. Il romanzo comincia con una scena di quasi-allattamento maschile: nella prima pagina è il padre che offre il proprio capezzolo al bimbo, per calmarlo.

Gli organizzatori hanno invitato alla tavola rotonda una psicoanalista, un papà-blogger, un sondaggista, ma ci tenevano ad avere anche la voce dell’immaginazione narrativa, l’apporto di chi le cose non le ha necessariamente vissute, ma le ha fantasticate e raccontate. Se è per questo, in un mio romanzo più recente ho immaginato anche la voce di qualcuno a cui non è stato concesso di nascere.

I diritti dei non ancora nati

E d’altronde i non ancora nati stanno diventando persone concrete, soggetti paradossali: non hanno consistenza giuridica, però sono titolari di diritti morali, e come tali sono entrati da decenni nel dibattito pubblico, nei documenti ufficiali delle istituzioni internazionali. Nel suo recente saggio Senza adulti, Gustavo Zagrebelsky cita la Carta delle Nazioni Unite del 1945, in cui per la prima volta si parla di responsabilità verso i non ancora nati, affermando la volontà dei popoli di “preservare le generazioni future dal flagello della guerra”; e poi c’è la presa di posizione dell’Unesco del 1997, che fin dal titolo presenta una Dichiarazione sulle responsabilità delle generazioni presenti verso le generazioni future. Dobbiamo consegnare a questi figli e nipoti non ancora nati un mondo vivibile, possibilmente senza ridurlo a un deserto allagato, ricoperto di plastica galleggiante, olio fossile esausto, cellulosa carbonizzata, nebbia abrasiva.

La mia impostura

Seduto in mezzo a saggi ed esperti, al convegno sulle nuove famiglie, mi sentivo un impostore. Forse però gli organizzatori mi avevano invitato anche perché impersono la forma più estrema di padre odierno: oltre alle paternità adottive, assistite, monogender, oltre ai papà mammi, post-autoritari o adultescenti, io che non ho generato né accudito sono la punta più avanzata della paternità di questi anni: un padre senza figli.

La tavola rotonda è stata vivace, umoristica, assennata. Un convegno simile rappresenta una delle situazioni tipiche della nostra epoca: è necessario rimettere in discussione tutto, anche le cose più ovvie, reinventarsi ogni ruolo; quelli che un tempo erano comportamenti spontanei oggi si sono trasformati in dubbi sistematici su tutto: come far nascere?, come stare insieme?, come morire? Tutto ciò è appassionante, per certi versi, ma anche sfibrante, porta all’esaurimento nervoso; anzi, all’esaurimento etico. Forse è per questo motivo che le dottrine morali meno elastiche, più strutturate, come le religioni o gli stili di vita radicali, stanno recuperando un sèguito che sembrava affievolirsi: perché forniscono risposte pronte, annullando il pathos della decisione, lo stress della scelta. Quando innovare è troppo angosciante, ci si rifà alla “tradizione”, che, come ci hanno insegnato gli storici, spesso è un’invenzione fatta su misura per l’oggi, una retroproiezione della nostra volontà di potenza, sia sugli altri che su noi stessi.

Dare alla vita, consegnare alla morte

Nella tavola rotonda, la psicoanalista Simona Argentieri ha commentato un dipinto del Settecento, in cui si vede una scena domestica della Sacra Famiglia: San Giuseppe, in casa, si prende cura del bambino, mentre sullo sfondo Maria è seduta a leggere, con una interessante inversione dei ruoli classici. A me è venuto da pensare che la tradizione cristiana non ci ha consegnato soltanto questa figura del Padre materno (è il titolo di un saggio di Argentieri), ma anche altri ribaltamenti e cortocircuiti vertiginosi. Ricordo una Natività di Lorenzo Lotto, del 1523: ci sono, naturalmente, Gesù bambino e i suoi genitori santi, ma sullo stipite della capanna è appeso un crocefisso. Di quel neonato si sa tutto in anticipo, sarà torturato e suppliziato. Il suo destino è già scritto. E proprio oggi, nell’anno liturgico in corso, la festa dell’Annunciazione coincide con il Venerdì Santo: l’inseminazione divina fa attecchire nell’utero della Madonna l’embrione di una vittima, le mette in grembo un condannato a morte.

A un certo punto della tavola rotonda è arrivato il momento oracolare dei sondaggi: tot percento si è sentito padre quando ha avuto la notizia che la compagna era incinta, un’altra percentuale solo dopo il parto; e poi, le quote di chi cambia i pannolini e di chi dà il biberon… È stato in quel momento che mi sono reso conto che le nostre poltroncine, lì dentro, nella sala conferenze del Museo delle Arti del Ventunesimo Secolo di Roma, poggiavano sulla sottile crosticina del presente, fatta di tendenze e sociologia e monitoraggio del qui e ora, ma sotto di noi c’erano gli abissi dei secoli, e ho pensato che io ero lì come un (indegno, inadeguato) portavoce di una tradizione millenaria, ero un padre senza figli, un impostore che si fonda sulla più grande impostura dell’umanità, la letteratura, fatta di immaginazione e fantasia e proiezioni e ubbie e paranoie infondate, e allora ho fatto una profezia.

La mia profezia

«E dunque, fratelli e sorelle viventi, ascoltatemi: da qui, poggiando i piedi sulla nuvola inconsistente e abissale della letteratura, io proclamo che, così come i figli del passato furono Edipo, i neonati di oggi, nonché giovani di domani, saranno Amleto.»

La famiglia del passato si presentava come una necessità. Bisognava subirne la costrizione. La situazione famigliare è stata all’origine di innumerevoli romanzi nell’Ottocento, che raccontavano delizie e paturnie dell’essere sposati, dell’avere genitori autoritari o teneri, oppure, nel caso degli orfani, del non averne affatto… Porre un’istituzione come necessaria ha una conseguenza: genera tragedie. Si patisce una sofferenza senza averne una colpa. È così perché è così. Perché bisogna sposarsi. Perché bisogna restare marito e moglie. Perché bisogna avere figli. Perché bisogna obbedire ai genitori. L’eroe tragico è quell’individuo che sconta una punizione della necessità, senza avere una colpa consapevole o diretta. È la vittima innocente di uno stato di cose. Nel caso della famiglia, non è perseguitato da un dio ma da una struttura sociale. In Italia tutto questo è durato per gran parte del Novecento, almeno fino alla legge sul divorzio. Basti pensare al film di Pietro Germi, Divorzio all’italiana: ancora nel 1961, per liberarsi delle catene matrimoniali la soluzione più pratica era procurare un amante alla moglie, sorprenderla in flagrante adulterio e farla fuori, per sfruttare la legge sul delitto d’onore e uscire di prigione in pochi anni.

Dalla necessità alla volontà

Poi il patto sociale ha cominciato a spostarsi dal polo della necessità collettiva a quello della volontà individuale. Ora il traguardo è raggiunto. Sei tu che imposti la tua vita come vuoi. Ti puoi sposare e ti puoi separare, nessuno ti costringe a passare il resto della tua vita con chi non ami più. Già adesso, o fra non molto, puoi avere figli anche se non potresti, adottati, inseminati, con embrioni e spermatozoi tuoi o altrui, prendendo uteri in affitto – se non in Italia, andando all’estero. Puoi figliare fra uomo e donna, fra donna e donna, fra uomo e uomo, o anche da sola, da solo...

Gli adolescenti di domani saranno cresciuti in forme di famiglie molto diverse fra loro, ciascuna frutto della volontà dei genitori che hanno deciso di stare uniti o disgiunti o soli in quel modo peculiare, e di figliare in quella maniera particolare. E siccome sarà inevitabile e benefico che, per marcare la loro differenza generazionale e costruire la propria identità, gli adolescenti critichino l’istituzione famigliare, succederà che la imputeranno non più alla necessità sociale, ma alla volontà dei loro padri e madri personali. La tragedia si trasformerà in un processo domestico, la colpa mitica in una lista di responsabilità precise.

Qualunque scelta, agli occhi dell’insofferenza adolescenziale, risulterà un crimine dei genitori. Perché mi hai adottato sradicandomi dal mio paese? Perché mi hai comprato da una ragazza povera? Perché hai divorziato e te ne sei andato di casa? Perché non vi siete separati invece di restare qui dentro a litigare per anni? Perché avete deciso di avere figli, voi che siete una coppia di maschi (o di femmine), sapendo benissimo che così mi avreste sottratto l’amore materno (o paterno)? Perché hai deciso di concepire un figlio, me, senza avere un compagno che ti aiutasse a crescerlo? Eccetera. Aggiungete voi tutte le situazioni immaginabili, tutte le combinazioni e possibilità, le invenzioni relazionali che stanno sbocciando e fruttificando in questi anni, nella biodiversità dei rapporti famigliari. In ogni caso, la salutare ribellione adolescenziale contro l’istituto-famiglia si rivolgerà contro la volontà diretta di quel papà e quella mamma.

Amleto, domani

Amleto scopre che c’è un usurpatore in casa. Lo spettro del padre gli fa sapere che suo zio, con la complicità di sua madre, lo ha fatto fuori per prendere il suo posto sul trono e nel letto matrimoniale. Gli spettri del padre e della madre tradizionali – di una tradizione inventata o no che sia – verranno a visitare gli adolescenti di domani, reclamando di essere stati fatti fuori, cancellati del tutto, o sostituiti da nuove figure parentali. I ruoli fantasmatici di papà e mamma appariranno nelle buie notti adolescenziali, inveiranno contro questo nuovo mondo di zii acquisiti che sono diventati capifamiglia usurpatori, aizzeranno i figli ispirando in loro stati d’animo rivendicativi, laceranti rinfacci. O magari accompagnando tutti, genitori e figli, a una saggezza e una comprensione più grandi.

Lo spettro del padre appare ad Amleto in un disegno di Johann Heinrich Füssli.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 25 marzo 2016