L’addio

Antonio Moresco



Da oggi è in libreria L’addio (Giunti).
Qui sotto trovate il prologo e il primo capitolo.

Prologo

Sono qui da solo, con il telefono staccato, le ante chiuse, nella città spopolata in questi giorni di ferragosto. Sono venuto qui per scrivere questo romanzo d’addio.
La mia situazione è questa:
Ho pubblicato un anno fa Gli increati e mi trovo in un momento cruciale della mia vita, in cui ho bisogno di stare il più possibile da solo. Ho bisogno di tornare sotto terra, da dove sono venuto, ho bisogno di ricongiungermi a quella dolorosa libertà e a quella forza, a quella parte di me stesso dalla quale non mi sono mai separato e che è rimasta sempre là ad aspettarmi.
Non riesco più a sopportare i rapporti umani così come sono configurati in questa epoca, dove ogni cosa viene immiserita e rimpicciolita, anche l’elezione, l’amicizia e l’amore, dove ogni anelito si trasforma in delusione, ferita e perdita irreparabile. Non riesco più a sopportare il cinismo dominante, il piccolo cabotaggio esistenziale, la ristrettezza di orizzonti, la mancanza di grandezza, di sentimento, di libertà, di invenzione.
Da quando, dopo i trent’anni e in un momento di disperazione e di buio, ho cominciato a scrivere libri che poi sono usciti quindici anni dopo – ma forse anche prima, fin da quando scrivevo i miei diari di adolescente, le mie povere poesie, i miei racconti e i miei piccoli romanzi per lo più finiti nelle immondizie – ho vissuto il mio essere scrittore in modo fusionale e intimamente insurrezionale. Nel momento in cui ho messo fuori la testa da sotto terra e ho visto come stavano veramente le cose ho avuto di fronte a me due sole strade: o arrendermi e adeguarmi oppure combattere, magari alla cieca, senza speranza. Così ho dovuto sostenere un combattimento, la mia stessa nascita come scrittore è stata segnata da un lungo ed estremo combattimento, anche se non mi piaceva e non mi piace combattere, anche se sono portato ad altro, alla solitudine, alla contemplazione irradiante, allo sconfinamento, alla tracimazione e alla visione.
Ora non so che cosa mi succederà. A me pare di essermi sempre spinto al limite, di essere sempre stato come una navicella spaziale intrusa che è riuscita ogni volta a passare dall’altra parte un istante prima che le gigantesche porte metalliche della base aliena in cui era intrappolata si chiudessero. Ho lasciato dietro di me molti libri ormai introvabili che vorrei venissero ripubblicati, insieme ad altre raccolte che spero di avere il tempo di poter riordinare e curare di persona e a cose inedite che ho nel cassetto da anni e addirittura da decenni. Stanno cominciando a uscire alcuni miei libri all’estero, con un’accoglienza molto diversa da quella avuta per anni in Italia, e so che li dovrò accompagnare ancora per un po’ con la mia persona. Ma quello che farò di nuovo come scrittore non lo so. Perché Gli increati è una cesura profonda, un salto di piani, un punto di non ritorno e dopo questo magnete in forma di libro non posso andare avanti come se niente fosse. Ogni tanto mi sorprendo a fantasticare che forse, se ne avrò il tempo, se ne avrò le forze, potrò scrivere ancora qualche piccola cosa nuova che ho in mente, per inquietudine, per inconciliabilità, per lacerazione, per abbandono, per libertà, per ardimento, per divertimento, per sprezzo del pericolo, per imprudenza, per strappare ancora qualche piccolo spazio alla prigione e al buio della vita e del mondo.
Essere scrittore non è per me uno status. Uno scrittore può ritenere, a un certo punto della sua vita, di avere concluso la sua missione e desiderare di continuare a sentirsi libero e solo di fronte all’avventura e all’ignoto.
Avevo in mente di scrivere queste cose personali in una lettera aperta da indirizzare ad amici e lettori, a chi mi è stato vicino in questi anni e a cui sentivo di dovere una spiegazione. In questa lettera avrei parlato direttamente, senza veli, del fatto che avevo sostenuto per molto un terribile urto, il tempo che occorreva per portare al culmine l’opera della mia vita, che avevo sostenuto il dolore che comporta la verifica ravvicinata e bruciante dell’inconciliabilità e dello scarto col mondo, anche con quello della cultura, ma che ormai la sproporzione era tale che non potevo più sopportarla. Avrei scritto – e lo scrivo anche qui – che mi sarei tagliato molti ponti alle spalle, che non mi avrebbero più trovato dove erano soliti trovarmi e neppure al mio numero di telefono e indirizzo e-mail, che sarei stato altrove, perché sono già altrove, anche se continuo e credo che continuerò a portarmi dietro come uno strascico quella parte di me che si ostina stupidamente a sognare e a soffrire.
Poi è successo qualcosa d’altro. Un paio di mesi fa, mentre stavo facendo un lungo cammino nel cuore della Sardegna e le cose mi venivano incontro come apparizioni, mi è venuta l’ispirazione per una storia che, da quando vi si è insediata, non vuole più abbandonare la mia mente e il mio cuore.
Così, invece che con una lettera, cercherò di esprimere tutto questo e di congedarmi con un romanzo.
Una cosa poteva sostituire l’altra, potevo scrivere il mio romanzo e mettere tutto lì, esibire il neonato già tutto profumato e imborotalcato, senza mostrare le doglie della nascita, il sangue e il muco di cui era ricoperto. Ma ieri notte, mentre camminavo per le vie della mia città deserte come per un coprifuoco, ho pensato all’improvviso di non rinunciare a questa irruzione diretta e di far precedere il romanzo da questo preambolo.
Lo so che non si fa, che al romanziere si chiede di raccontare senza tante storie la sua storia, che non si deve entrare così, nudo e crudo, sfondando la porta. Ma io lo faccio lo stesso.
Questo romanzo entra da prima di dove culminano Gli increati, altrimenti non avrebbe potuto essere scritto, viene dall’incontrario, da dietro, viene dopo perché viene prima. Ma non avrebbe potuto nascere se non mi si fosse aperto tutto l’orizzonte con Gli increati. E neanche senza la costellazione di romanzi-meteorite che hanno accompagnato e seguito la sua comparsa tormentando e sfondando con continue sortite questo limite che è stato posto tra la vita e la morte.
Ma un suo primo e lontano seme si trova già in un romanzo intitolato Romanzo di fuga che avevo scritto più di trent’anni fa tra Clandestinità e La cipolla e che ho poi scartato, dove faceva la sua apparizione un detective della polizia di nome D’Arco. Chiamerò così anche il protagonista del romanzo che sto per scrivere, anche se questo guerriero pieno di dolore e furore avrà poco in comune con il personaggio di allora, anche se lo getterò in una storia, in una dimensione e in un regno completamente diversi. Non mi metterò a cercargli un altro nome. Si vede che anche lui era là ad aspettarmi, con il suo brandello di nome.
Ora riverserò tutto quello che avrei detto in quella lettera d’addio in questo romanzo d’addio. Lo farò con il gesto più inaspettato, attraverso una narrazione che prenderà le mosse da quel tipo di storie poliziesche che vi continuano a rifilare per intrattenervi in attesa della vostra morte e per ripetere e riconfermare un’idea astratta e convenzionale della vita, della morte, di voi stessi e del mondo. Ma qui non troverete le consuete reti di protezione, vi verrà chiesto di più e vi verrà dato di più.
Quest’ultima storia sarà come una cometa che si è staccata da un corpo infinitamente più grande e che solca il buio con il fulgore della sua coda di polveri cosmiche appena nate.
Ecco, il romanzo è questo.

Primo capitolo

Mi chiamo D’Arco e sono uno sbirro morto.
Sono in forza da tre anni presso la Centrale di polizia della città dei morti.
Tre anni... ho detto così solo per cercare di farvi capire, perché qui non ci sono gli anni.
Sono stato ammazzato una notte durante un’indagine nella città dei vivi, di cui magari vi parlerò. Perché io sono un detective. O meglio lo ero, quando facevo tutte quelle cose che fanno i detective: raccogliere prove, cercare la verità, perseguire gli assassini e consegnarli alla giustizia. Adesso non me la sento più di fare le stesse cose, non ho più tempo da perdere. Ma vi parlerò anche di questo...
Quello che sto per raccontarvi è cominciato una sera di una decina di giorni fa, se volete qualche coordinata di tempo, anche se qui non c’è il tempo.
Ero ancora nel mio ufficio, sesto piano, quinta porta a sinistra, lontano dagli altri uffici operativi della polizia dei morti, che sono ai piani di sotto, perché io sono un detective un po’ particolare, ve l’ho detto, sono un battitore libero, mi sono conquistato uno statuto a parte.
Quella sera stavo per lasciare il mio ufficio, che è poi un buco pieno di cavetti sparpagliati, sandwich addentati e piantati lì, tovagliolini unti, lattine di birra schiacciate, bicchierini di plastica con il fondo annerito dal caffè, tastiere buttate di traverso su pile di scartoffie inutili e caricatori di armi, con una sbarra al soffitto a cui mi appendo come una scimmia quando mi prende la disperazione per tutto il male che c’è nel mondo.
Gli abitanti della città dei morti credono che il nostro compito sia facile. Anche quelli della polizia dei vivi, quando si mettono in contatto con noi e ci chiedono collaborazione per risolvere qualche caso di cui non riescono a venire a capo. «Facile per voi!» ci dicono attraverso i cellulari tarati per la comunicazione tra vivi e morti, oppure nelle e-mail criptate che ci scambiamo in casi estremi attraverso computer in dotazione alle polizie dei morti e dei vivi. «Rintracciate il morto ammazzato e gli chiedete chi è stato ad ammazzarlo, e il gioco è fatto. Il migliore investigatore è l’investigatore morto!» Credono che la città dei morti sia il luogo dove si può finalmente trovare la verità che non riescono a trovare in quella dei vivi. Ci tengono così tanto a quella loro cazzo di verità che sono disposti a farla coincidere con la morte.
Avevo già messo via alcuni tabulati e alcune chiavette con file di riprese e intercettazioni telefoniche di morti, spingendoli a forza in un cassetto pieno come un uovo. Sentivo intorno a me un grande silenzio. Tutto l’edificio della polizia dei morti era piombato in un improvviso, enorme silenzio, segno che se n’erano andati via quasi tutti e che i lunghi corridoi erano deserti e bui, le sale delle riunioni, gli uffici, l’armeria, che erano rimasti solo gli uomini di guardia e quelli di turno imbambolati di fronte ai loro video e alle loro consolle, al grande quadro luminoso che monitora la sterminata città dei morti, con quel reticolo di piccole luci che palpitano qua e là e poi scompaiono.
Quando mi sono girato verso la porta per uscire, ho capito che qualcuno era entrato senza fare rumore nella stanza.
Non lo vedevo bene in volto, perché era andato a mettersi controluce, ma anche perché la strana luce che c’è nella città dei morti sfalsa certe volte i lineamenti e i contorni dei volti.
Mi stava guardando senza parlare.
«Lei chi è?» gli ho chiesto, perché non aspettavo nessuno.
«Sono una specie di sbirro anch’io» mi ha risposto.
«Come si chiama?»
«Può chiamarmi Lazlo.»
Doveva essere vestito con eleganza, perché scorgevo il bagliore di una camicia bianca, mentre io stavo fermo di fronte a lui con i miei jeans e la mia logora maglia indossata direttamente sul corpo pieno di cicatrici, con il mio volto attraversato da ferite e da solchi.
«Che cosa vuole?» gli ho chiesto ancora.
È rimasto in silenzio per un po’ prima di rispondermi.
Capivo che mi stava guardando intensamente e taceva.
«I bambini cantano...» ha detto all’improvviso, a bassa voce, in un soffio.
L’ho guardato in silenzio, senza capire.
«I bambini della città dei morti si sono messi improvvisamente a cantare...» mi ha sussurrato ancora.
Ero sempre fermo di fronte a lui.
«Non ci ha fatto caso anche lei?» ha domandato.
Non sapevo cosa rispondere, vedevo solo, di fronte a me, il bagliore della sua camicia che creava riverbero.
«No, non lo so, non mi pare...»
«Allora vada in giro di notte e si metta in ascolto.»
Sono rimasto di sasso.
«Qual è il problema?» gli ho detto, dopo avere riacquistato il mio sangue freddo. «Se cantano, lasciamoli cantare!»
«Sì, ma perché si sono messi a cantare?»
«E io cosa ne so!»
Ho sentito un rumore indefinibile venire dalla sua parte, come se avesse emesso un profondo respiro.
«Lei ha mai avuto le loro vocine nelle orecchie?» mi ha chiesto.
«No, non lo so... Adesso che mi ci fa pensare mi pare di avere sentito ogni tanto qualche voce venire qua e là dai grattacieli, di notte... Ma non so se erano proprio canti, magari era gente che si metteva a parlare a voce alta, litigava, gridava, non ci ho fatto caso...»
«E allora ci faccia caso. Trovi questi bambini e scopra perché si sono messi improvvisamente a cantare, anche se non sarà facile farselo dire...»
È rimasto in silenzio, per un po’.
Ho provato a guardare il suo volto, ma non lo vedevo bene, capivo solo che stava continuando a guardarmi intensamente, come se anche lui facesse fatica a parlare.
«Sì, lo so» allora ho cominciato a dire tutto d’un fiato, anche se non vedevo chi avevo di fronte e non sapevo bene chi era. «Quelli della città dei vivi credono che basti chiedere ai morti che cosa è successo per conoscere la verità. Ma non è così. I morti non sono più sinceri dei vivi, i morti non dicono la verità, come i vivi. Forse più ancora dei vivi. Io non so perché. Non trovo una risposta. Quando sono arrivato nella città dei morti credevo che avrei conosciuto finalmente la verità. Invece anche le vittime non dicono la verità. Non solo i carnefici. Le vittime meno ancora dei carnefici. Chissà perché? Io non so darmi una spiegazione...»
«Perché non si espia solo il male che si è inflitto, si espia anche il male che si è subito. E l’espiazione del male subito è la più terribile, la più lunga, la più dolorosa...»
Si è interrotto.
Sentivo ancora il suo sguardo su di me, come se mi stesse passando da parte a parte.
Ho abbassato gli occhi, io che non li abbasso mai di fronte a nessuno.
C’è stato un lungo silenzio.
«E quando avrà capito perché i bambini cantano saprà da solo quello che deve fare» ha ripreso a dire. «Andrà fino in fondo. Se sarà necessario, si spingerà fino alla città dei vivi...»
«Ma io sono morto! Come faccio a tornare nella città dei vivi?»
Mi guardava e taceva.
«Io credevo che si potesse andare solo dalla vita alla morte e non dalla morte alla vita!» ho esclamato.
Continuava a tacere.
«Come si fa ad andare dalla città dei morti a quella dei vivi?»
«Dovrà scoprirlo da sé» mi ha finalmente risposto.
Ero immobile, sbalordito.
Poi mi sono ripreso.
«Nella città dei vivi?» gli ho detto. «Ma non ci penso nemmeno a tornare nella città dei vivi! Là ho trovato la morte!»
«Lei non è stato là prima di arrivare qui.»
Ho sbarrato gli occhi.
«Come ha detto? Perché?»
«Perché la città dei morti viene prima, perché la morte viene prima.»
«Ma allora, se la morte viene prima, perché sono morto in missione quando ero uno sbirro vivo e dopo sono arrivato qui nella città dei morti?»
Ho sentito ancora quella specie di sospiro, così profondo che mi è arrivata sulla faccia l’aria spostata, come un leggero vento venuto da molto lontano.
«Non è andata così...» ha sussurrato.
Non ha detto più niente, non lo so se mi guardava o se non mi guardava.
«Io capisco solo che c’è qualcosa che non comprendo e che mi sovrasta!» gli ho detto allora, all’improvviso, senza riuscire a controllare il tono della mia voce.
Siamo rimasti immobili, muti, come se nessuno dei due riuscisse più a parlare.
Non capivo neppure se mi stava vedendo oppure no.
«Solo lei può compiere questa missione» mi ha detto dopo un altro lungo silenzio.
«Perché proprio io?»
«Perché lei ha gli occhi bianchi.»
Ero fermo, impalato, non riuscivo a rispondere.
«Perché lei è uno che non si arrende» mi ha detto ancora.
Ho scosso la testa.
«Io ormai pensavo di starmene qui in questo buco a mangiare sandwich da solo con i piedi sul tavolo e a mettere a posto le scartoffie. Ne ho abbastanza di tutto questo orrore. Mi sono tirato fuori...»
«Perché lei è uno che non si ferma di fronte a niente» ha ripreso a dire quella specie di sbirro che non riuscivo neanche a vedere, «perché lei continua a combattere anche quando la battaglia è senza speranza. E questa è una battaglia senza speranza.»
Ho fatto un passo in avanti.
«Allora ci sono! Mi ha trovato!» gli ho risposto di slancio.
Non abbiamo detto più niente. Non c’era più niente da dire.
Ma, qualche istante dopo, mentre si era già girato per andarsene in silenzio così come era venuto...
«Quale sarà la mia ricompensa?» gli ho chiesto, spavaldamente, più che altro per abitudine.
«Lei stesso» mi ha risposto mentre era già sulla porta, senza voltarsi.








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 16 marzo 2016