La Steppa

Sergio Baratto



È in libreria il mio primo romanzo: La Steppa (Mondadori Strade blu).
Questo è il prologo.

«Un tempo le stradine correvano per la Pianura perdendosi tra le risaie, le marcite e i campi di granoturco, esili strisce d’asfalto rosicchiate dalle ruote dei trattori, e lungo le sponde dei fossi in primavera rosseggiavano i papaveri. D’inverno, invece, l’erba si rifugiava sottoterra e ogni cosa sprofondava in un sonno letargico in cui i fiori esistevano soltanto come creature sognate o come quelle piccole luci improvvise che si accendono a volte appena prima di assopirsi, nel buio non ancora dormiente, dietro le palpebre chiuse. E in estate i temporali sorprendevano gli adolescenti in bicicletta, le coppiette in cerca di un posto appartato. Allora ci si rifugiava nei fienili, se si aveva la fortuna di incontrarne uno abbandonato in mezzo ai prati, o ci si stringeva l’uno l’altro sul sedile dell’auto, nel buio, e per un istante il biancore dei lampi tatuava sui volti e sulla pelle nuda i disegni mutevoli che la pioggia scarabocchiava sul parabrezza.

Adesso la Pianura appare disadorna e desolata, salvo agli occhi capaci di vedere le ombre che guizzano furtive tra gli steli dell’orzo selvatico. I trattori non scivolano più lenti per le stradine tra i campi, le mietitrebbie hanno smesso di riempire l’aria con i loro grugniti e i loro rumori di masticazione. Le cascine crollano sotto il peso dei rovi, il luppolo avvolge bastoni dimenticati da mani ormai sepolte contro vecchie staccionate che non delimitano più nulla, frammenti di muri rossastri si ergono insensati e solitari nell’erba, simili a zanne fossili di bestie senza nome che nessuno ricorda.

Appoggia le mani al guard rail, prova a scrutare l’orizzonte sopra la Pianura. In lontananza, cumulonembi biancastri gonfi di grandine si alzano come funghi atomici sfiorando la troposfera. Sul ciglio della strada, dove l’erba ha stabilito il confine provvisorio del suo impero, una cornacchia strappa lembi di carne rossiccia dal corpo sventrato di un piccione. Pasteggia tranquilla, in silenzio, incurante della tua presenza. Forse si allontana di un passo, se starnutisci o fai un movimento troppo brusco. Ma solo per un attimo, il tempo di guardarsi intorno, di fissarti con occhi vuoti. Poi torna a tuffare nelle viscere morte il becco lucido e nero.»








pubblicato da s.baratto nella rubrica libri il 10 marzo 2016