La Pece – A.R.S.P.O.E.T.I.C.A.

Tobia Iacconi



La Pece è un romanzo. Queste sono le puntate pubblicate finora:

La Pece – parte prima
La Pece – parte seconda
La Pece – parte terza
La Pece – parte quarta
La Pece – E torneremo a dibattere, a tempo debito, di Eutanasia


La Pece – A.R.S.P.O.E.T.I.C.A.

Alba.
I Contagiati si svegliarono alla buonora di un’epoca storica con le idee chiare sul da farsi: dopo una breve colazione (niente più che qualche fetta di pane di patate abbrustolito, burro salato, uvetta e rosmarino, uova alla coque con meringhina di taleggio, salmone tirato a vetro, succo d’arancia, caffellatte e giusto quel dito di grappa che al mattino aiuta a passare senza inciampi dal sonno alla veglia) avrebbero iniziato a concepire la loro Operetta D’Esordio (le motivazioni che addussero per giustificare tale apparentemente forzata decisione erano molteplici – sebbene non tutte nobili e meritevoli: la più valida tra esse, segreta e inconfessabile, era certamente la volontà di porre fine a quella squallida condizione che li vedeva gli unici a considerarsi degli scrittori belli e buoni, e fatti e finiti, e questo è quanto e questo è tutto). La tenue luce aurorale aveva accompagnato gli ultimi sogni della notte facendoli scivolare e confluire nella realtà. Non avevano cose di cui scrivere ma credevano di sapere fin troppo bene come scriverle. Se solo fossero stati un poco più intelligenti non avrebbero incontrato nessun tipo di problema nel decidere l’oggetto della loro Operetta D’Esordio – allora il mondo di carta si sarebbe prostrato ai loro piedi – un fragrante tappeto di riviste letterarie e cocktail martini – loft di mattoni rossi e ferro sapientemente arrugginito – vasche da bagno in ghisa con zampe di leone nel centro delle loro vite – pompose e decadenti letture in antiche biblioteche di cuoio. Se solo fossero stati meno intelligenti, beata ignoranza, non avrebbero nemmeno sentito la necessità di dover scrivere di qualcosa. Avevano esattamente quel genere di intelligenza oziosa e cinica che, salvo una inaspettata e provvidenziale morte, tende a rovinare l’esistenza di coloro che la possiedono.

Rabbia.
Innanzitutto stabilirono, per banale alzata di mano, che nella loro Operetta D’Esordio avrebbero intrattenuto con la Rabbia un rapporto viscerale. Scrissero difatti: Rabbia, la più misconosciuta e declassata tra le virtù, troverà in noi appoggio morale e sostegno fisico. Inimmaginabili, senza il suo contributo, le più alte espressioni della grandezza umana. Inimmaginabili Arte, Filosofia, persino la presuntuosa Scienza. È forse possibile gioire immensamente di un qualcosa senza provare Rabbia nei confronti del suo opposto, nei confronti della sua natura mortale o effimera? Non riusciamo a immaginare come. No, Rabbia non è spada muscolosa e cieca. Essa è furia curiosa e intelligente, scintilla vitale, madre prima di ogni pensiero nobile. Notarono che privi di Rabbia non erano Odio, Amore, Dolcezza. Che componenti di Rabbia appartenevano al Giudizio, all’Idea, all’Uguaglianza, alla Libertà, alla Bellezza. Scoprirono con interesse che Rabbia era Criticità e Abbondanza e Fertilità. Decisero che Rabbia era Infinito Femminino e lontana anni luce dall’atroce e ignorante violenza della virilità. Stabilito che ebbero tutto questo, i Contagiati si sentirono talmente liberi di arrabbiarsi da decidere di non farlo.

Sesso.
I Contagiati discussero lungamente sulle proprietà benefiche del Sesso (perlomeno per quanto concerneva la rappresentazione artistica di esso all’interno della loro Operetta D’Esordio). Parole come carne, orgasmo, ventre, ano, sputo, gemito, cappella, smegma, dirty sanchez vennero minuziosamente passate in rassegna, verificate, analizzate, sillabate, vivisezionate e infine ricucite. In lunghe e asettiche riunioni il Sesso fu, nell’ordine, definito: ottundente, banale, facilone, lezioso, ozioso, noioso, cattolico, ruffiano, velleitario, razzista, fascista, primodellalista, maschilista, oltranzista, voltagabbana, strapparadicchio, cotechino. Ma anche: inevitabile, dionisiaco, naturale, biologico, grandartista, bagnafica. Alla fine sul verbale fu scritto: se di Sesso si dovrà trattare di Sesso tratteremo, evitando sia sospetti che apologie, sensuali facilonerie, pudiche tirannie. Quindi, didascalicamente, proiettarono un vecchio filmetto in cui la voluminosa e chirurgica Lisa Ann seduceva con astuzia il suo giovane inesperto figlio adottivo – ansioso quanto lei di liberarsi della debole rimostranza antiedipica – fino a costringerlo a un ginnico e serrato confronto coitale alle spalle del troppo laborioso padre e marito. Tale piccante stimolazione audiovisiva li indusse a improvvisare – non senza aver prima stilato un breve ma ferreo regolamento – un torneo di lunghezza dei peni in erezione.

Pelle.
Decisero all’unanimità (con somma approvazione plenaria, fatto che avveniva assai di rado) che la loro Operetta D’Esordio sarebbe divenuta, fra le altre cose, una spassionata apologia della Pelle. Non esitarono affatto quando si trattò di farsi cantori della supremazia del tatto fra i sette sensi: definirono infatti la Pelle geniale conduttore permeabile tra luogo discensionale interiore e luogo ascensionale esteriore e nominarono tali luoghi, rispettivamente, Viscera e Natura. Chiamarono la retta che si poteva tracciare tra Viscera e Natura Asse della Conoscibilità Verticale e dichiararono all’unisono che l’intelligenza di ogni individuo era direttamente proporzionale alla distanza che separava, su tale asse verticale, il punto più basso di comprensione interiore (il suo Minima Viscera) dal punto più alto di comprensione esteriore (il suo Massima Natura). E fu proprio disquisendo sulla possibilità di ottenere una descrizione assoluta e definitiva di Pelle – o quantomeno cercando di sintetizzarne una che sapesse evocare armonicamente le principali componenti semantiche – che i Contagiati, forse inconsapevolmente, anticiparono quello che in futuro sarebbe stato ritenuto il loro più importante concetto estetico, vale a dire il Mistero Epidermico: Pelle è comprensione capillare finemente vascolarizzata, elettrica, pulsante, splendidamente sensibile sia agli attacchi di Natura (forma) che alle tenebre di Viscera (sostanza). Pelle è mantice pneumatico, pleura aerostatica, Pelle è pavimento del corpo e soffitto della mente. Laddove Pelle si squarcia avviene scambio, transizione, si genera passaggio, varco, portale: ferite, bocche, vagine, buchi del culo, non saranno ai nostri occhi che mucose umide aperte all’interazione tra Viscera e Natura. Pelle è protezione e malattia, Pelle è al contempo cotta di maglia e zavorra plumbea, Pelle è Grande Madre Pelle, unica e mortale, e grande è il Mistero Epidermico di cui è eterna custode. Così è scritto. E così scrissero.

Ostriche.
La storia delle arti letterarie, specie nei sui arzigogolati e patafisici manierismi novecenteschi, aveva insegnato loro che le componenti rivoluzionarie e avanguardistiche di un’opera – se da una parte aiutavano a meritarsi gli onori di certa critica elitaria e settoriale – non sempre si rivelavano sufficienti a decretarne il successo di pubblico. Detto con parole loro, i lettori moderati, boia d’un cane, andavano intrattenuti. Non erano ingenui: erano stati Contagiati. E poiché i Contagiati vivevano in un mondo che era sì vacuo ed etereo e innocentemente metaletterario, ma pur sempre segnato dall’esistenza dei mutui, delle tasse e delle rette universitarie dei figli – e poiché borghesi erano nati e tali intendevano rimanere, pigri e viziosi intellettuali amanti del barolo chinato che ben poco si sarebbero giovati di una tardiva gloria post mortem – si trovarono costretti a questionare e dibattere sulla possibilità di inserire all’interno della loro Operetta D’Esordio qualcheduno di quegli aspetti puramente ludici, goderecci, mimetici e narcotici (in una parola gastronomici) che fanno la gioia degli scrittori perbene (oltre a delinearne la linea grassa del portafogli). Il tema era scottante e iniziarono a litigare. A quale Componente Gastronomica sarà lecito arrendersi senza tradire il fuoco caldo delle nostre idee incazzose? presero a chiedersi urlando e sputacchiando. Quale Componente Gastronomica saprà intrattenere senza ottundere, divertire senza annebbiare, interessare senza lobotomizzare? gridarono disperati strappandosi i capelli. Non certo la complicanza di trama, non il potere psichico dell’andamento musicale, non il mantra soporifero della tragedia né il potere immedesimante del dramma borghese! si risposero correndo qua e là, in preda all’isteria, lamentando ulcere e crampi allo stomaco. Non la spensieratezza della commedia d’arte, ma nemmeno le velleitarie pretese sociali dell’opera di denuncia, cazzo! Non riuscivano a venirne a capo. Mica avrete intenzione di cedere al bieco simbolismo?!? Che si fotta! Che si fotta il culo col proprio braccio! Divennero volgari e iniziarono a perdere lucidità. Porca merda! Cazzi e mazzi! Tette e ancora tette! Dopo secoli di discussione i più giacevano a terra, stremati e lagrimosi. Alcuni, iracondi, decisero di sfogarsi facendo esplodere sulle pareti lunghe barre di lampade al neon. La sottile polvere di vetro colorò le stanze di duro nevischio la cui contemplazione, come un tenero placebo, distese gli animi. I Contagiati, riappropriatisi della ragione, si resero conto che il potere energetico della colazione era svanito da un pezzo: la loro impotenza decisionale era dovuta all’insolubilità del dilemma letterario di fronte al quale la loro Operetta D’Esordio aveva subito una così brusca interruzione, o semplicemente ai morsi laceranti della fame? Poiché solo una delle due opzioni pareva di facile soluzione, si decise che valeva la pena tentare. Apparecchiarono canticchiando, si servirono anatrazze ripiene di pistacchi e montoni tartufati, maialini da latte spennellati di miele e cotti lentamente al girarrosto, gamberoni lardellati e polentine di castagne, gran bolliti misti e salsa verde e mostarde di frutta e senape in grani e ossibuchi di bisonte e aragoste vestite da cosacco. Bevvero fino all’ebbrezza vini di annate mai esistite e, dimentichi di ogni male, ruttarono giocondi e paonazzi inneggiando alla bella vita. L’inconsueto finale di ostriche e bollicine si rivelò l’occasione adatta a un brindisi risolutivo: a quale Componente Gastronomica sarà lecito arrendersi senza tradire il fuoco caldo delle nostre idee incazzose? Alle Ostriche, boia d’un mondo! E così decisero, ignorando – o volendo ignorare – quanto possa divenire stupido ed egoista un borghese satollo e soddisfatto. Ecco quanto: molto stupido e molto egoista.

Estetica.
L’estetica, sia in senso stretto sia in senso lato, si rivelò amica fidata dei Contagiati. In primo luogo stabilirono che avrebbero anteposto la teoria della letteratura all’azione narrativa capovolgendo così l’ordine classico degli addendi azione-reazione. Tale stravolgimento consegnò alla Storia Delle Arti una straordinaria scoperta (loro stessi ne rimasero sbalorditi e se ne complimentarono fino alle prime luci del mondo), vale a dire l’incommutabilità delle parti del processo creativo (e la conseguente e naturale inversione dei concetti di significato e di veicolo significante in campo artistico). In secondo luogo i Contagiati decisero che alla minaccia digitale di una letteratura che presto sarebbe divenuta né palpabile né incendiabile avrebbero risposto con la più violenta delle armi di cui disponevano: la Bellezza. Decisero che ogni singola opera cartacea – a partire dalla loro Operetta D’Esordio – avrebbe dovuto vivere, godere e nutrirsi dell’unione tra forma (intesa come reale composizione grafico-stilistica dell’oggetto-libro) e sostanza, e che entrambe queste parti dovevano non solo coesistere armonicamente, ma anche – e soprattutto – essere uniche e irriproducibili. Crediamo che forma e sostanza siano indissolubili, il concetto di Pelle ne è sacra dimostrazione. Ciò non può non aver valore per le opere letterarie. Non sacrificheremo la rosa per farne essenza. Non distilleremo carta per farne contenuto. Tali elementi avranno per noi la forza di sopravvivere coesistendo, o la decenza di schiattare in silenzio, questo si incisero sulla Pelle, senza rimuginarci troppo su.

Tensione.
Ignorando le critiche che numerose fazioni intellettuali gli mossero (li accusarono di essere infantili e ermetici, manieristi eretici, modaioli estetici, idioti in senso stretto) i Contagiati decisero che la loro Operetta D’Esordio sarebbe stata caratterizzata, a livello microtestuale, da una figura retorica di loro invenzione: la Dialessi. Scrissero sui vetri appannati: La Dialessi si presenterà dapprima come una tensione dialettica fra due o più aggettivi o sostantivi apparentemente opposti, o quantomeno di diversa natura. La risultante vettoriale tra tali contrari, che dovrà essere una e una soltanto, attraverso un procedimento che chiameremo – onomatopeicamente – di Emancipazione andrà tuttavia a delineare un atteggiamento descrittivo unico che chiameremo Tensione Armonica Condivisa. Non più sintetica, non più dicotomica. Iperrealtà e irrealtà dunque, fragilità organica e eternità cosmica, violenza della massa e leggerezza del vuoto: non più elemosinati opposti lirici, bensì raffinati strumenti di tensione universale. Scrissero ancora, uscendo completamente fuori tema: Siliconeremo porte e finestre dell’appartamento del dramma borghese e lo riempiremo fino al soffitto di acqua distillata e candeggina. Che grande tradimento che sarà! Ne spieremo il triste epilogo da dietro lo specchio: la carta da parati marcirà in silenzio, vecchie foto e altri merdosi simboli fluttueranno come inutili carcasse e marcendo cesseranno di significare. Solo quando apriremo le valvole e tutto sarà defluito altrove, nel secolo passato, solo quando quelle stanze saranno tornate immacolate, bianche e vergini, solo quando la candeggina avrà purificato l’aria, solo allora saremo liberi di riempire quello spazio vuoto di nuovi splendenti monoliti, pilastri lucidi come l’ebano fresco, pulsioni, vibrazioni vitali, correnti energetiche e magma ascensionali, pietra e terra e fango e lutto e psiche e clorofilla e ancora, ancora, ancora di più, sempre di più, di più.

Itaca.
Per quanto riguardava le antistorie e la possibilità di scriverne, i Contagiati credevano che se ne potessero trovare ovunque: era difatti loro opinione che in Natura valesse la pena cercare sia nelle incomprensibili e mastodontiche forze universali che piegano luce e tempo e materia in grandangoli curvi e non euclidei, sia nella microscopica magnificenza e delicatezza del mondo delle polveri, delle pulsioni cellulari, delle particelle subatomiche; allo stesso modo erano convinti che in Viscera fossero degne d’indagine tanto le più alte e drammatiche sfere emotive quanto i più piccoli e apparentemente insignificanti pensieri e comportamenti umani. A tale proposito scrissero, senza pudore: In ogni attimo dell’universo microcosmi sensibili e capillari sbocciano come fiori sanguigni. Antistorie senza trama né eroi abitano i sogni delle più noiose stanze d’appartamento. Si aprono varchi e squarci e ognuno di essi mostrerà orrore, gioia, malizia e barbarie. Esistono grandiose Città di vetro tra i peli pubici di ogni triste impiegato immerso in una vasca da bagno. Sulla Pelle, sulla Pelle esplodono in un silenzio lunare morbidi crateri, impatti cosmici con lunghe comete che ai nostri occhi sembrano solo lento pulviscolo. Non è forse la polvere – implosa immensità di detriti – ciò che tutto sarà? Cosa ci impedisce di ipotizzare che sopra, e attorno, e dietro al Grande Sole, vi siano miliardi di Io pronti a sfidare quello attualmente al comando? Ci riserviamo la possibilità, per una volta, di utilizzare per la nostra rivoluzione un vettore che non sia politico, sociale, morale, teologico o filosofico; il vettore da noi scelto sarà psichiatrico e psicotropo, sarà epidermico, sarà oncologico. La nostra struttura cerebrale rifiuta il concetto di famiglia in senso genetico e di mercato in senso artistico. Una settimana fa abbiamo cambiato nome e volto, sostituito carne e nervi, deciso che il nostro cuore appartiene a un gatto. Ieri un’Odissea s’è svolta sulla nostra scrivania, un piccolo Ulisse di gommapane ha veleggiato tra compassi e mozziconi di sigarette. Stanotte minuscoli irlandesi traboccanti di pensieri hanno vagato per un giorno intero per una Dublino che era tutta sul nostro cuscino. Domani lo sciacquone del nostro water, poseidonico, seppellirà un Atlantide di merda e carta igienica. E chi s’è visto s’è visto.

Cancro.
Prossimi alla fine i Contagiati si guardarono indietro e non poterono che identificare – non senza litigi interni – nell’arte mimetica il tumore maligno da ridurre ed estirpare. Le malefatte estetiche del Novecento e le diavolerie tecnologiche del nuovo patinato millennio li avevano costretti ad affrontare lunghe e abominevoli discussioni: quello a cui avrebbero rinunciato – la schiavitù emozionale generata da una fruizione mimetica – una volta presa tale drastica decisione, pareva inestimabile; d’altro canto, se così non avessero fatto, come avrebbero potuto guardarsi di nuovo allo specchio senza provare vergogna? Ingannare e ottundere grazie all’immedesimazione pareva un delitto perfetto, assai facile e senza colpevole, l’arma del delitto era talmente reperibile e di comune usanza – e talmente benaccetta – da risultare difficilmente identificabile; il movente, convennero tuttavia, era di una codardia unica. In loro aiuto accorsero due fattori: in primo luogo i Contagiati si accorsero di non aver mai mostrato un particolare interesse per le arti narrative; in secondo luogo, anche se non lo avrebbero mai ammesso in pubblico, sentivano in qualche maniera di non essere esattamente dei narratori di prim’ordine. Decisero senza appello che scrivere una trama positivistica fosse quanto di più insano, scorretto e ruffiano si potesse immaginare. Si sarebbero posti di fronte all’immedesimazione come un potente avversario chemioterapico. I loro oggetti-valore, da allora in avanti, sarebbero stati il Vuoto, la Rabbia e l’Infinita Dolcezza che governano e ispirano ogni Motto d’Arte che voglia essere degno di tal nome. O questo, gridarono al cielo, o Morte.

Amore.
I Contagiati erano febbricitanti. Fuori il balletto insanguinato dell’aurora imbrattava i cieli in attesa dell’Alba. All’Alba avevano iniziato e, com’era lecito attendersi, con l’Alba avrebbero finito. Così si apprestarono a concludere: Lunghi secoli innocui erano trascorsi, levigando pietre e luce, scesi come acque tiepide verso il presente, il sole sarebbe sorto un’altra volta, un’altra volta soltanto, e avrebbe attraversato il cielo, e avrebbe attraversato il giorno, e il tramonto avrebbe atteso il plof del sole, quello vero, solo per una volta, per permettere all’orizzonte di distendersi nuovamente, una volta per tutte, una volta per sempre, la notte finalmente sarebbe arrivata, più vera e forte e onesta di qualsiasi luce, portando con sé il potere consolatorio del buio, disegnando con brandelli di fumo incubi di una bellezza incantevole, accogliendo eroi e demoni infantili con i capelli di rame e un pulsante cuore di lucciole, la Pelle si sarebbe schiusa come conchiglia, Viscera e Natura si sarebbero confuse, contagiate, sarebbero esplose, implose, di nuovo esplose dentro, e fuori, e dentro. Quando il sole spuntò li trovò stremati, riversi sui tappeti: ce l’avevano fatta. Laddove prima era stato il Vuoto, ora pulsava un cuoricino, piccolo, flebile come il volo di una lucciola, ma c’era, era , era vivo. Rimasero tutto il giorno ad ammirare la loro piccola creazione con i volti solcati dalle lacrime, in un silenzio tutto nuovo, inaspettato. E, per tutta la durata del giorno, non smisero mai di farsi la stessa domanda. Ognuno di loro, senza avere la forza di parlare, si poneva la stessa domanda, per tutte le ore del mondo, sempre la stessa domanda: Perché? I Contagiati, che credevano di avere una risposta a tutto, non ne avevano idea. Perché? Perché abbiamo deciso di creare? Perché abbiamo creato qualcosa che prima non c’era? Perché invece non distruggere, dato che è già stato creato così tanto? Ma poi, ci sono più cose che ci sono o più cose che non ci sono? E ci sono più cose che ci sono ma che andrebbero distrutte o ci sono più più cose che non ci sono e che andrebbero create? E perché creare sembra sempre una cosa buona mentre invece distruggere sembra sempre una cosa cattiva? Funziona solo se lo cose sono buone! Ma se le cose sono cattive? Creare una cosa cattiva non è forse una cosa cattiva? E distruggere una cosa cattiva non è forse una cosa buona? E la nostra creatura? Che cosa sarà? Abbiamo creato una cosa buona o una cosa cattiva? E anche se fosse una cosa buona, chi dice che crearla non abbia distrutto qualcosa che c’era prima di lei? La creazione non è forse la distruzione di un vuoto? E se quel vuoto fosse stato ancora più buono della cosa buona che abbiamo creato al suo posto? Avremmo creato dunque una cosa cattiva, anche se ci pareva buona? Credendo di creare, abbiamo distrutto? E perché? Perché? Qual era il nome, sempre che ne avesse uno, di quella pulsione feconda che non gli aveva permesso di tacere? Perché avevano voluto così ostinatamente creare, perché avevano voluto nascere a tutti i costi? Perché avevano rotto tutto quel silenzio, quel silenzio così dolce, così assoluto, quel silenzio che ora era rotto da quel piccolo flebile battito, così debole, così vivo. Qual era il nome, sempre che ne avesse uno, di quella vibrazione repentina e celeste, animata, vergognosamente intima, che come un tremendo acufene sembrava aver pizzicato le connessioni elettriche del loro cervello? Aveva senso tutto questo? Se sì, che senso aveva? Che nome aveva? Cenarono brevemente, in silenzio. Non erano tristi, erano vivi. Immensamente vivi. Si sarebbero occupati dell’epilogo una volta sparito ogni segno del giorno. Poi, scrissero sul tramonto con pennelli di piume di delfino, avrebbero dormito. Fino a quando? Fino a quando in un’Idea sarebbero nati di nuovo, fino a quando molecole di tempo fermo avrebbero iniziato nuovamente ad agitarsi, a vibrare, a pulsare di luce propria. Sotto palpebre stanche come coperte si chiesero un’ultima volta quale fosse il nome, sempre che ne avesse uno, di quella scintilla che li aveva accesi, incendiandoli come una bianca torcia impazzita, come un odio compatto, teso e fertile. Si chiesero un’ultima volta quale fosse la vera natura di quella Rabbia Dolce che non sarebbero mai e poi mai riusciti a ignorare. Il vero nome di quella Furia che li aveva costretti a creare, a distruggere. I Contagiati, per dirla tutta, credevano di conoscere la risposta a questa domanda. Ma, orgogliosi come erano, non lo avrebbero mai ammesso.


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pubblicato da t.iacconi nella rubrica racconti il 19 febbraio 2016