L’implacabile, comico, devastante scandalo della Storia

Marie Fabre



Illska – Le Mal di Eiríkur Örn Norddhal, appena tradotto in francese e passato finora troppo inosservato, è un grande romanzo politico e, certamente, anche un grande romanzo incontenibile, con più di seicento pagine di narrazione, riflessione storico-politica, frammenti di vita europea contemporanea, ricostruzione di un episodio della Shoah in Lituania, istantanee della memoria di un bambino chiamato Snorri e genealogia di un neo-nazista di nome Arnor. Nell’intervista – che potete leggere qui – fatta in occasione dell’arrivo a Lione del giovane islandese col cappello, Norddhal dice di aver voluto correre il rischio di affidarsi al romanzo storico, un genere che è a priori estraneo alle mire di un poeta sperimentale, marcato come è da una tradizione che ha sempre avuto difficoltà a rinnovarsi nella forma, nonostante sia tornato in auge in questi ultimi anni. Non è un’ambizione piccola. E già questo è un bene. Tanto più che Norddhal se la cava con un brio imprevisto, disorientante, talvolta comico, affidando la sua materia narrativa debordante a un procedimento di composizione molto ben controllato, che riposa su un principio di montaggio alternato, in cui si mescolano i punti di vista, i registri discorsivi e le temporalità.

Ma questa innovazione formale, per quanto impressionante, non sarebbe che una sbruffoneria divertente se lo scivolamento continuo delle focalizzazioni non mettesse in gioco tutto il pensiero che si sviluppa attraverso l’opera. Come in ogni grande romanzo storico, infatti, anche qui è la storia stessa a essere messa in questione, decostruita e inglobata: la storia e il suo caos, quel processo cieco, impalcabile e irrazionale, fatto di tanti gesti individuali più o meno coscienti, la storia che colpisce inattesa le vite e le schiaccia con tutto il suo peso.

La storia entra dunque nella vita di Omar, ragazzo un po’ impacciato, come ce ne sono tanti, in una fredda notte di gennaio, quando nella fila per il taxi una ragazza ubriaca di nome Agnes mette le mani su di lui.

«Un giorno Agnes era piombata su di lui all’improvviso. Aveva addosso Adolf Hitler e tutti i suoi sbirri, senza contare i duemila abitanti di Jurbarkas, i duecentomila ebrei lituani, i sei milioni di ebrei d’Europa, i diciassette milioni di vittime del genocidio e gli ottanta milioni di morti fatti dalla guerra nello spazio di sei anni – dal 1939 al 1945. Ecco!»

Quattro anni e una storia d’amore più tardi, Omar dà fuoco alla sua casa e parte per un curioso tour d’Europe, vestito di una T-shirt con l’immagine di Adolf Hitler e giocherellando distrattamente con un anello fallico che porta in tasca. Ecco… non ci si lasci ingannare: se la storia si diverte a assumere maschere grottesche, tuttavia è alle sue vie imperscrutabili che risponde l’intreccio. Che la storia sia uno «scandalo» permanente e che il romanzo storico ci riporti immancabilmente alla questione del male, ce lo insegna già Elsa Morante in La storia del 1974. Quanto a Norddhal, egli tenta di abbordare il fenomeno del male senza reificarlo in un concetto o in una persona: in ultima istanza il male appare come qualcosa che capita, qualcosa che ha luogo nelle relazioni tra persone o tra gruppi, e lo scrittore cerca di situarne l’origine. È qui che il romanzo trova la sua articolazione fondamentale, il suo punto di congiunzione: tra la storia di un triangolo amoroso degli anni 2000 e quella della Shoah, il nesso non è solo narrativo, e non riguarda unicamente il personaggio di Agnes. Nella coppia come nella storia, nelle dinamiche individuali come in quelle collettive, Norddhal va a scrutare il punto cieco, l’occhio del ciclone, che ha come effetto narrativo quello di far precipitare sempre più il racconto nel vortice della violenza. Questo punto cieco è una zona di non coincidenza che nel libro si definisce a partire dal tema dello sguardo: è il momento in cui qualcosa sfugge, si rompe e si corrompe nel rapporto con l’altro, il momento in cui io smetto di vederlo e inizio a investirlo di un’identità che io stesso mi sono costruita, o forse il momento in cui smetto di vederlo per non vedere me: “Chi non ti ama non ti ama non a causa di ciò che sei, ma di ciò che vede in te. Chi ti ama ignora chi sei. Questo nessuno lo sa.”

Certamente, questa problematica dell’identità ci riporta a uno dei leitmotiv ossessivi del dibattito politico contemporaneo. Abbiamo iniziato dicendo che Illska era un romanzo politico: e in effetti, considerato da questa prospettiva, negli ultimi anni raramente si è vista una tale volontà di pensare in libertà, qualità che è indispensabile al pensiero quanto lo è la volontà. Questa libertà poggia prima di tutto su un atto, messo in evidenza fin dalle prime pagine del libro: la messa in prospettiva dei tempi e delle situazioni. Le pagine più feroci del romanzo vengono fuori proprio da questa comparazione tra le cause storiche della Shoah e il fenomeno odierno dei populismi in Europa – e nel far questo Norddhal regola anche qualche conto con la sua Islanda natale. Ma soprattutto egli crea all’interno del libro uno spazio di riflessione che sfugge alla finzione, pur avendo su di essa una ricaduta. In questo spazio il lettore viene continuamente interpellato (“Ecco il testo. Noi siamo il testo. Vi parlerò del Terzo Reich in lungo e in largo. Non chiudete il libro!”), sottoposto a retoriche politiche contraddittorie e messo di fronte ai suoi tabù (“la maggior parte delle ‘Storie dell’umanità” che trattano del XX secolo sono segnate da una tendenza alla deificazione dei carri d’assalto mescolata a una forma di velata ammirazione davanti all’ampiezza delle atrocità commesse durante i due conflitti mondiali, senza parlare degli altri orrori che hanno punteggiato questo gande ‘secolo di progresso’.(…) Si contano sedici, diciassette, quarantacinque, ottanta milioni di morti, scomparsi nelle trincee, nei genocidi, nelle esplosioni atomiche e nei goulag – e tutto questo ci dà contemporaneamente vertigine, erezione e nausea.”) Il lettore, preso da parte in modo diretto, è costretto a fare i conti con la propria situazione :

«Ci sembra oggi improbabile che i tedeschi non ne abbiano saputo niente. E le loro dichiarazioni ci sembrano ridicole. Come è possibile che un intero popolo non abbia visto che lo Stato assassinava milioni di persone? Poi ci viene in mente… ah… ecco, l’Irak: forse ben seicentocinquantamila morti a partire dall’invasione del giugno 2006 – noi non lo sappiamo.»

Questo rapporto diretto con il lettore è ottenuto anche grazie a un altro mezzo, che è l’ultima caratteristica fondamentale di questo romanzo, e assai difficile da trovare in altri, e cioè che si inscrive risolutamente nella nostra storicità. Potrebbe persino essere un romanzo generazionale, tanto i suoi personaggi, nella loro configurazione psicologica, nelle loro relazioni amorose o sessuali e nelle loro pratiche quotidiane, sono vicine a una certa gioventù europea e a un «noi» che, se non proprio universale, è quanto meno collettivo. Un buon motivo in più per tuffarcisi.


Traduzione dal francese di Carla Benedetti.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 17 febbraio 2016