Come odiare Coniglio e il proprio gatto

Maria Cerino



C’è un passaggio nel romanzo La noia di Alberto Moravia in cui il protagonista racconta di quando poco più che bambino – ma già affascinato da un presentimento di crudeltà – aveva inventato un gioco sadico per torturare il gatto. "Mettevo in un piatto una piccola quantità di pesciolini di cui sapevo che il gatto era molto ghiotto e collocavo il piatto in un angolo della stanza. Poi andavo a prendere il gatto e, dopo avergli fatto odorare il pesce, lo portavo all’angolo opposto e lo lasciavo andare. Il gatto si slanciava subito in direzione del piatto, con un’espressione di gioia e di avidità per tutto il corpo, dalla punta della coda alla punta del naso; ma, appena nella sua corsa egli aveva raggiunto il centro della stanza, io ero pronto ad afferrarlo fulmineamente per il collo e riportarlo al punto di partenza", citazione che non vuole lasciar intendere una somiglianza tra Moravia e Tedoldi ma più banalmente tra me lettore e quel gatto.

I titoli dei romanzi, se belli, soprattutto se belli, sono un inganno a cui diventa difficile sottrarsi durante la lettura, una forma di suggestione che per quanto uno tenti di allontanarsene – come un elastico alle caviglie – non fa che rispedirti con più forza al punto di partenza. Cosa avrà fatto di così imperdonabile Coniglio a Tedoldi, mi chiedevo – e in tutta onestà, anche se non fossi stata persuasa del talento dello scrittore questa raccolta di racconti l’avrei letta comunque perché un simile titolo, Io odio John Updike, oh, che titolo, materializza una sorta di perversione letteraria.

E, quindi, Coniglio non avrebbe mai comprato una Ferrari per andarci in giro di notte a Roma e investirci per caso una tigre (DB9, il primo racconto)? Coniglio non avrebbe mai accettato di chiamarsi Didier vivere a Parigi e giocare a scacchi come professionista a carico della madre sessantenne (Bathos)? O, Updike mai avrebbe pensato che proprio Coniglio potesse invidiare uno detto l’Umiliatore perché si scopa la Butterata (Le macchine)? Perché Tedoldi odi J. Updike lo si scopre solo al settimo racconto dei nove totali e tra una battuta e l’altra, perché "Scrive solo parole", pagina 233; troppo tardi per liberarsi dall’ossessione per il titolo ma giusto in tempo per godersi la scena di una lesbica bella e di talento che piscia su foto incorniciate di Thomas Pynchon, Philip Roth e – manco a dirlo – John Updike, poi riderne senza sensi di colpa – scommetto che almeno due dei tre scrittori citati avrebbero dovuto nascondere l’erezione più vigorosa della propria vita assistendo a una scena simile, essendo questo il sogno erotico di ogni narratore mediamente misogino che si rispetti.

Torna, leggendo, anche l’impressione di un certo sentimento di disprezzo (senza chiamare in causa Moravia, questa volta) quello che, invece, si potrebbe provare davanti al resto di un porno dopo l’orgasmo; e, infatti, chi vuoi che ne veda la fine (forse a puntate) senza provare un odio sottile per quella, ora sì, estraneità che ti si consuma davanti. Il disprezzo che usa Giordano Tedoldi sta nelle trame irrisolte, nell’allestimento di una scena in cui tutto viene raccontato e celebrato tranne che l’azione intesa come svolgimento, cambiamento, ribaltamento. Che fine farà uno solo dei diversi protagonisti non è dato sapere, dopo averci persuaso che quell’inetto così simile ad altri inetti meritasse la nostra attenzione, avesse una ragione nuova e subdola lo fa scomparire, lo azzera, pluph, fine. Ogni racconto potrebbe corrispondere ai primi tre capitoli di un romanzo ma l’autore che ci fa dono di una complessità unica ci priva poi della possibilità di partecipare (che poi, a pensarci, è ancora una diversa perversione quella di dover somigliare ed empatizzare; in accordo con il titolo io rivendico la possibilità di odiarli gli scrittori che amo e di poter detestare, se possibile, anche di più i personaggi che creano).

Uno spazio a parte meritano i due racconti che chiudono la raccolta; anche se scritti a dieci anni di distanza (l’ultimo è stato aggiunto in occasione della ristampa Minimum fax a dieci anni dall’uscita per Fazi) sono uno la nemesi dell’altro. Io, vittima di Tal si chiude con una vendetta – che per come viene raccontata sembra quasi postuma, tanto è rarefatta e lontana nel tempo e dai torti scatenanti – mentre Sciarada termina con un tentativo di salvataggio. C’è più corpo qua e attraverso il corpo (i corpi dei due vecchi che muoiono uno ammazzato e l’altro suicida in un sacco del primo racconto, e quelli malati e in speranza guarigione dei due giovani, del secondo) il racconto avviene, si risolve; se si leggono gli altri lavori di Tedoldi si ci accorge del ruolo fondamentale che ha il corpo per questo autore – molto simile a quello che ha la musica classica, tra l’altro: ideologizzato ma senza scampo, violato ma non sottostimato.

Io odio John Updike
di Giordano Tedoldi
Minimum fax
289 pagine, 14 euro








pubblicato da m.cerino nella rubrica libri il 15 febbraio 2016