Mentre verrà il silenzio #seconda parte

Giuseppe Martella



Giuseppe Martella e Tommaso Di Dio continuano a conversare sul significato del silenzio.



GM (Giuseppe Martella): Ci sono poi due aggettivi che si rincorrono in più testi di Eugenio Borgna (specie nell’ultimo, dedicato alla fragilità): sistolico e diastolico. Il momento della contrazione, del silenzio, dell’accumulo, e il momento del rilascio, dell’apertura (del chaos, si sarebbe detto nel greco antico). Il silenzio come spazio da abitare, non come condanna. Il silenzio come momento di ascolto, come primo atto di significazione o prima linea di costruzione. I lunghi silenzi di costruzione delle prime tre raccolte di Montale, lontane e vicine tra loro di circa diciassette anni l’una dall’altra. C’è poi il silenzio in cui si sono chiusi due irregolari, tra i maggiori dell’Ottocento francese e del primo Novecento italiano: Rimbaud, appunto, e Campana.

TDD (Tommaso Di Dio): Questa tua riflessione mi ricorda il modo in cui concepisco la scrittura. Si dice che la poesia – e soprattutto quella che fa capo alla tradizione lirica – sia intrappolata nell’attimo, sia intrappolata nella resa dell’istante; purtroppo questa idea è spesso banalizzata in una concezione triviale di “tempo breve”, mera frazione cronologica. E invece a me sembra che tutta la poesia dica altro, sia anzi un monito a pensare altrimenti. La poesia nasce nel prolungato spazio e nel momento dilatato, la cui cronometria è un’illusione a posteriori. Non mi sorprende che Montale – come Sereni, del resto – abbia lasciato intercorrere così tanto tempo fra una raccolta all’altra; come trovo molto significativo che Rimbaud – come Rebora – abbiano lasciato il tempo della poesia per un tempo altro, indicando così la presenza di un’altra vicenda possibile, di un’ulteriore idea del tempo nella poesia.

GM: Eternità d’istante, occasione, o realismo (inteso come lo intendeva Celan: come momento biografico, biologico quasi, sul quale fondare il dialogo con lettore).

TDDLa poesia nasce sì dal momento, ma inteso come giunzione di un movimento, come momèntum, angolo di forza all’interno di una catena: apertura di un tempo vastissimo, dilatazione concentrata e costante di un prima e di un poi, in cui il silenzio insiste come materia gravida, sovraccarica di tensione fra tutto il passato che tace e fra tutto il futuro che parlerà. Se si sta in quel punto, sistole e diastole convivono e sono lo stesso movimento, lo stesso momento, lo stesso silenzio; si contrae il tempo per gettarlo in avanti, come si contrae la lingua fino al silenzio estremo perché sia pronunciabile una prima parola. Bisogna ammutolire la lingua, come dicevo prima, averla tutta dimenticata, perché sia possibile una parola. Penso alla poesia che apre un libro fra i più belli che ho letto quest’anno, Sotto il ferro della luna di Thomas Bernhard (Crocetti Editore, 2015, traduzione di Samir Thabet), edito per la prima volta nel 1958: «Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,\ noi portiamo la brocca e sferziamo la schiena della vacca,\ falciamo e non sappiamo nulla dell’inverno,\ beviamo mosto e non sappiamo nulla,\ presto saremo dimenticati\ e i versi svaniranno come neve davanti alla casa». Ecco, qui riconosco la chiarezza e la potenza della grande poesia: la durata dei millenni, il loro silenzio devastato, reso fertile riconoscenza e possibilità di parola per chi ora vive e deve sapere, deve essere posto in grado di percepire il silenzio dei miliardi di morti che abita perché possa dirsi vivo nel presente.
Un’idea simile, che lega silenzio a dimenticanza e memoria a poesia, la ritrovo in una delle ecloghe di Virgilio che più amo. La IX ecloga è celebre perché riprende il tema fondamentale dell’esproprio delle terre descritto nella I; ma è un altro aspetto che mi preme sottolineare. In questi versi i pastori Lìcida e Meri si rammaricano che il canto di un grande poeta e pastore come loro, Menalca, non sia stato capace di salvare le terre di tutti con la sua poesia; infatti le loro poesie, durante i conflitti armati, valgono tanto «quanto le colombe caonie al sopraggiungere dell’aquila» («nostra valent, Lycida, tela inter Martia, quantum\ Chaonias dicunt aquila veniente columbas», vv. 12-13; cito la traduzione di Luca Canali). L’ecloga procede poi attraverso una intensissima riflessione sulla memoria e il silenzio, sull’attesa e la dimenticanza che è capace di produrre il canto. Infatti dapprima Lìcida canta alcuni versi che in silenzio («tacitus») ha rubato a Meri il giorno precedente: «O chi canterebbe i versi che ieri ti rubai silenzioso\ mente ti recavi a incontrare Amarilli, nostra delizia?» («Vel quae sublegi tacitus tibi carmnina nuper\ cum te ad delicias ferres Amaryllidas nostras?», vv. 21-22). Poi invece è Meri che ripropone alcuni versi «non ancora compiuti» («necdum perfecta») di Menalca. E infine ancora qualche verso dopo, sempre Meri dice che «tra se stesso in silenzio» («tacitus […] mecum ipse voluto», v. 37), sta provando a ricordare altri versi che poi reciterà. Poco dopo conclude: «Il tempo rapisce tutto, anche la memoria, ricordo\ che da fanciullo spesso cantando passavo intere giornate;\ ho scordato tante canzoni; persino la voce\ abbandona Meri» («Omnia fert aetas, animum quoque: saepe ego longos\ cantando puerum memini me condere soles;\ nunc oblita mihi tot carmina, vox quoque Moerin\ iam fugit ipsa», vv. 51-54). Al termine dell’ecloga, è l’ora che ferma il canto e li riporta al silenzio, dove nessuna voce è più possibile; i versi di Meri sono stupendi: «Cavillando trai in lungo i nostri desideri.\ E ora ti tace distesa tutta la pianura\ e guarda, sono caduti tutti i moti e i sussurri dell’aria» («Causando nostros inter longum ducis amores.\ Et nunc omne tibi stratum silet aequor, et omnes,\ adspice, ventosi ceciderunt murmuris aurae», vv. 56-58).
In questi versi di straordinaria intensità, a me è sempre parso che Virgilio ci stia proponendo una genealogia del canto: esso non è altro che sforzo di attraversare il silenzio della memoria per giungere a ciò che ci precede; e questo affinché si possa riproporre un canto che sia reinvenzione di una voce che porta con sé lo sforzo e l’abisso di chi non è più, di chi è assente. Ogni canto è intramato dal silenzio, ne è intriso, come ciò da cui proviene, trama nascosta di ogni suono e al contempo destino di ogni parola. L’ora ci zittisce, ci impone un silenzio; ma è un deserto fertile, che prepara e carica, si rivela attesa di un’altra voce che verrà. Infatti – così recita l’ultimo verso dell’ecloga – canteremo ancora quando il fantomatico Menalca ritornerà: «canteremo meglio i suoi canti quando verrà egli stesso» («carmina tum melius, cum venerit ipse, canemus», v. 67). Si scrive sempre a partire dal silenzio dei morti, di tutti i morti, poeti e non poeti; ma al contempo si scrive nell’attesa silenziosa di una voce che porterà a compimento ciò che si sta cantando.
Detto questo, è naturale che il poeta trascorra molto tempo prima di poter dire una propria poesia compiuta, prima di intuire che una successione di poesie abbia valore. A volte mi è capitato di avere l’impressione che sia il silenzio a scrivere.

GM: Il canto, come ha spiegato e illustrato Francesco Giusti nel suo Canzonieri in morte, è un precipitato dell’assenza, è una ricostruzione di orizzonte che rinasce dopo un lutto, dopo il pianto. Come se tutta la scrittura sia un cenno a quella assenza, a un’assenza primaria. La poesia, e rapino un’ultima volta Heidegger, lavora parallelamente a questo pensiero.

TDD: Sì, sono d’accordo. Quando scrivo una poesia raramente riesco a valutarla nel breve periodo; troppe personali implicazioni influiscono il mio giudizio, troppe circostanze volubili disturbano il mio sguardo. Volutamente la dimentico, l’abbandono scritta in un file-faldone che contiene ormai già centinaia di poesie, perché so che fra alcuni anni vi potrò tornare con lo sguardo più lucido. È come se il silenzio di mesi, a volte di anni, intercorso fra la scrittura e la successiva rilettura, corrispondesse ad un lavorio silenzioso di chiarezza che scorre in parallelo ad un processo di disappropriazione del testo. A questo punto, mi appare più chiaro quello che ho scritto e il suo valore: se ancora, a distanza di tempo, il silenzio non ha cancellato il senso e la forza di un testo e se esso mi ritorna come scritto da un altro con la giusta portata di potenza e urgenza, inizio a prendere in considerazione la possibilità che valga la pena che sia condiviso. Ovviamente, non è un processo infallibile... è sempre lo sguardo dell’altro, il suo silenzio che accoglie chi ormai muto scrisse che rende una poesia poesia. Altro non c’è: la poesia è frutto di un rapporto comunitario fra vivi che rammentano nella parola il silenzio dei morti. Questo paradosso è la poesia.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica in teoria il 14 febbraio 2016