Il bavero

di Renato Marvaso



Racconto, più o meno veridico:

Oggi ho aiutato un migrante: mi trovavo sul treno, trasportato come al solito da un punto a un altro della Terra. Per sbrigare dei “fatti miei” o, per lo meno, delle robe che genericamente sono dette “personali”: ma, devo precisare da subito che le “cose personali”, come la gestione delle faccende lavorative, per la tipologia speciosa del mestiere che la società (o io da me medesimo?) mi ha assegnato non sono affatto relative solo alla mia persona. Cerco di svolgere al meglio una qualifica più che un mestiere, cioè quella del ricercatore, ma anche quella dello studioso, del critico, del pensatore, del politico, ma non del politologo …

Ritornando ai fatti, circa a metà del viaggio mi sono accorto che qualcuno, un essere umano, stava sbirciando da un lato della sua poltrona. E dopo essermene accorto ho anche notato che si trattava di un passeggero molto particolare. Aveva i capelli crespi, cotonati, color orbace. Il musetto rassomigliava a quello di una capretta, smagro, scavato, tuttavia ciò che alla seconda o terza volta mi colpì furono i suoi occhi spaventati. Poi ci aggiunse qualche parola, anzi qualche suono. Al che gli rivolsi la parola chiedendogli se sapeva parlare l’inglese. Niente. il francese? Niente. E’ chiaro che mi trovavo di fronte a un essere umano privo del potere politico della parola. Quella che giornalmente utilizziamo per comandare al ristorante, indicare un luogo, esprimere i nostri pensieri privati o le idee politiche che in fondo, lo sapete, riguardano propri tutti.

C’è anche una parte pericolosa in questo racconto: una di quelle che in genere spaventano il lettore e lo tengono con il fiato sospeso. Altrimenti che gusto ci sarebbe a raccontare se questo mio discorso fosse pieno di descrizioni dei capelli di Amid (lo chiameremo così d’ora in poi …) . La parte paurosa, nel senso che entrambi, io e Amid, avevamo paura, riguarda la Polizia. Sì, perché la presenza della Polizia alla stazione Termini è senz’altro necessaria e se non ci fosse noi tutti avremmo sicuramente molta più paura di quei mostri che appaiono ogni giorno dalle 12:30 alle 14:00 e dalle 19:30 alle 21:00 sui principali canali di comunicazione televisiva. Poi accade anche che questi mostri sono numerosi e potrebbero essere dappertutto e allora è spiegabile perché un essere come Amid può, anche lui, farci paura. Fatto sta che i suoi occhi brillavano, come bombe. C’era del fuoco nelle sue pupille. Quello, sono certo, lo so riconoscere e ne vedo così poco in giro …

E’ come diceva un mio amico poeta in un suo libro di critica letteraria di qualche anno fa … s’incontrava con gli amici in quel periodo in cui Dalla cantava “Caro Amico ti scrivo” e improvvisamente lui cercava nei loro occhi un barlume di verità, una certezza, un appiglio solido a cui aggrapparsi, prima che la Tempesta passi e ti porti via. Amid, uguale. Mi guardava come il suo appiglio ed io, che delle volte ho avuto paura di staccarmi dallo scoglio per il mare, riconoscevo quell’amore e quella sofferenza. Dunque, razionalmente, decisi di aiutarlo. Pensando anche a me stesso, sia chiaro. Da qualche mese ho un cappotto la cui parte interna del bavero è fatta di una soffice pelliccia: direte, che c’entra? C’entra perché mentre aiutavo, consapevolmente, Amid a superare le barriere dell’Europa, con il mento rasentavo la mia pelliccia e vi trovavo quel calore e quell’amor proprio benefico che solo il volersi bene, il piacersi, può provocare. Mai avrei aiutato Amid se solo avessi pensato di fare una buona azione e non, invece, come è, un’azione necessaria, umana.

Così anche la letteratura: il segreto è scrivere non una parola di più. Ma il primo problema è pubblicare.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica racconti il 7 febbraio 2016