L’infinito secondo Mattotti

Jonny Costantino



Proteiforme.

Sì: proteiforme è la parola giusta per l’arte di Lorenzo Mattotti.

Nella mitologia greca, Proteo è una divinità marina che ha il dono di cambiare forma. Nell’Odissea, per sfuggire alla stretta di Menelao e compagni, Proteo si trasforma in leone serpente leopardo verro acqua albero. Proteo può trasformarsi a suo piacimento.

All’infinito.

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dai Quaderni indiani (2000)

Mattotti è autore, pittore, disegnatore, illustratore, regista di animazione, poeta visionario, artista che si definisce artigiano.

Varius multiplex multiformis. Mattotti è fuoco che diviene sangue e acqua: Fuochi (1986), Stigmate (1998), Nell’acqua (2001).

Mattotti è l’angelo che perde le ali, s’interra, si erge tramutato in verme conquistatore. Mattotti è il barbone assiderato che si sveglia di soprassalto e azzanna il cane di razza che lo veglia digrignante. Mattotti è il labirinto di filo spinato che assume i connotati dell’uomo inerme, smarrito. Mattotti è Jekyll. Mattotti è Hyde. Mattotti sanguina. Mattotti riluce.

Il metamorfismo non è l’unica peculiarità di Proteo. Egli possiede la preveggenza. C’è in lui uno stretto legame tra metamorfosi e visione.

La metamorfosi dilata la visione della realtà e dell’irrealtà. La dilata e la intensifica. La metamorfosi ci apre alla varietà dell’esperibile, alle verità dell’impossibile. La metamorfosi è una sfida all’ignoto, una sfida che mira all’epifania e l’epifania è – con le parole di Mattotti – «il momento d’illuminazione in cui la visione si rivela a se stessa».

Quelle di Mattotti sono metamorfosi di oltrepassamento. Mattotti è un passatore di mondi, un valicatore di linguaggi, uno stanatore dell’altrove, un palombaro del mistero.

Oltremai è il nome di un ciclo di 53 “pitture nere”, una mostra bolognese e un libro realizzati nel 2013, ma anche il nome ideale del regno di cui Mattotti è architetto e sovrano. Oltremai è un’isola sospesa tra il sogno e la veglia. Il paese del viaggio senza fine.

Le figure di Mattotti sono candelotti di dinamite piazzati sotto il tappeto di una routine che ci definisce sfinisce finisce, che ci confina in una forma preformata. Le sue sono metamorfosi di sconfinamento.

Metamorfosi d’infinimento.

Essere proteiforme, esserlo con la profondità e la grazia di Mattotti, è un’esperienza che implica una cognizione del dolore più che acuta.

da Stigmate (1999)

Non c’è autentica metamorfosi che sia indolore. La medicina ha intuito la tremendità della condizione di Proteo. La sindrome Proteus è una rarissima malattia congenita. Rarissima e terribile: il corpo viene devastato e trasformato da una crescita incontrollabile di pelle ossa tessuti, vasi sanguigni e linfatici, talvolta accompagnata da tumori.

Urlano o fremono o stridono le creature di Mattotti nelle loro trasmigrazioni metamorfiche: il corpo si mineralizza o si liquefà, si spaccano le articolazioni, si riplasmano le sinapsi, la mente diventa un cuore che vomita colore, l’occhio si sgancia dal nervo che lo fissa nell’orbita e precipita nei canali di scolo dell’anima.

Uno dei romanzi prediletti di Lorenzo Mattotti è Come in una tomba (1976) di James Purdy. Ne parlammo durante il nostro primo incontro. Il protagonista del libro è un reduce di guerra orrendamente sfigurato, con l’interno del viso rovesciato all’esterno, tappezzato col colore del succo di more. Anni fa l’artista aveva pensato di illustrare il romanzo, poi accantonò il progetto. Spero che ci ritorni. Chi meglio di lui saprebbe restituire visivamente le oscillazioni del lirismo morboso di Purdy?

Non ci parli di desiderio chi non ha scrutato il fondo dell’orrore.

Il segno di Mattotti è autorevole in un verso come nell’altro. Autorevole e rivelatorio. Rivelatorio ed estremo. Estremo nell’esplorazione del sentimento tragico della vita, della derelizione, della solitudine autodistruttiva. Estremo nell’esplorazione dei sentimenti più delicati, della carezza, della conflagrazione di corpi volatili come piume.

Mattotti è l’artista dell’eros.

Quando Michelangelo Antonioni, Steven Soderbergh e Wong Kar-wai decisero di girare un film collettivo per raccontare l’amore (Eros, 2004), Antonioni non ebbe dubbi: sarebbe stato Lorenzo Mattotti a creare i segmenti animati che contrappuntano i tre episodi.

Mattotti è l’artista del demone che ci divora dentro.

Quando nel 2013 Lou Reed si mise in testa di trarre un libro illustrato dal suo concept album ispirato a Edgar Allan Poe (The Raven, 2003), l’amico e fumettista statunitense Art Spiegelman gli fece un solo nome, quello di Lorenzo Mattotti. Allora Lou si procurò Jekyll & Hyde (2002). Ne rimase folgorato e la folgorazione rese urgente una telefonata intercontinentale a Lorenzo.

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The Conqueror Worm (The Raven, 2013)

Gli artisti proteiformi mettono in crisi il sistema della cultura. Il ruolo della cultura è fissare classificare delimitare. Tanto più un artista sfugge a uno schema prefabbricato o zigzaga anarchicamente tra le corsie dell’arte imboccando sensi vietati, quanto più disorienterà un sistema che ha bisogno di marchiare e catalogare al fine di istituzionalizzare. Quel bruto di Jean Dubuffet ha scritto pagine mirabili a riguardo: a braccetto col mercato, la cultura piomba il pensiero, taglia le palle all’artista, asfissia l’espressione. Tra arte è cultura c’è lo stesso rapporto che c’è tra un’isola selvaggia e una guida turistica.

Lorenzo Mattotti è un esploratore senza fissa dimora. Un trasmigratore che deve perdersi per ritrovarsi accresciuto, potenziato. Mattotti è un artista inclassificabile, imprevedibile, esposto alla signoria del suo capriccio, dove capriccio significa assecondare le impellenze del cuore e della mente, rompere gli stampi, rigenerare il sangue, swingare con l’aritmia della fiamma.

Non c’è un solo Mattotti. Ce ne sono altri. Ce ne saranno ancora. A tenerli insieme è l’umanità dell’artista, la sua visione unica, il tocco inconfondibile.

Era ormai irrimandabile una ricognizione che mettesse a fuoco l’enormità e l’unicità di questa poliedrica costellazione artistica. Vive la France, dunque, poiché grazie al prestigioso ente d’oltralpe “Fonds Hélène et Edouard Leclerc pour la Culture” ha avuto luogo la prima grande retrospettiva all’artista bresciano che da vent’anni vive a Parigi: Mattotti/Infini.

La mostra, tuttora in corso, si svolge negli spazi di un ex convento di frati cappuccini a Landerneau, in Bretagna, e contiene trecento lavori tra dipinti e disegni, tavole a fumetti e taccuini di viaggio, manifesti e illustrazioni. Non è un caso che il “Fonds Leclerc” abbia scelto d’incastonare la mostra di Mattotti tra una di Giacometti e una di Chagall.

«Per noi è un immenso disegnatore e un genio del colore, un artista del livello di Picasso e Hockney, per via della complessità dei temi e delle tecniche». «Con le matite e i pastelli, le sue tecniche preferite, il suo lavoro vale quello di Redon o Degas». Così si esprime Lucas Hureau, tra gli autori del catalogo della mostra e di altri due splendidi volumi a complemento della quarantennale panoramica bretone: Mattotti Livres e Mattotti Dessins et Peintures.

Metamorfosi, Violenza/Stridore, Angeli, Oscura chiarezza, Volo, Ondeggiante, Devastazioni, Amore, Incandescente: sono gli evocativi nomi di alcune delle diciotto sezioni tematiche della retrospettiva.

Restiamo in attesa che all’evento francese segua una replica proporzionale nel Belpaese.

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Ode al Creato (2015)

Lorenzo Mattotti, Mattotti/Infini, a cura di Michel-Édouard Leclerc, David Rosenberg, Lucas Hureau per il “Fonds Hélène et Edouard Leclerc pour la Culture”, dal 6 dicembre 2015 al 6 marzo 2016, presso il Convento dei Cappuccini a Landerneau (Bretagna).








pubblicato da j.costantino nella rubrica arte il 6 febbraio 2016