Lo stile contro l’angoscia. A vent’anni dalla morte di Magnus

Tiziano Scarpa



Le storie horror di Magnus sono una specie di test estetico universale. Rispondono alla domanda: come conoscere il Male senza esserne sopraffatti? Come immergersi nella disgregazione biologica, nella feccia organica e morale, toccandola davvero ma senza rimanerne infettati, senza decomporre anche la coscienza e i suoi organi?

I miti antichi mettevano in guardia dal fissare in volto l’orrore: una testa dai capelli serpentini ti può lasciare letteralmente di sasso, per sempre. E dentro la parola terrore c’è la parola terra: chi è terrorizzato diventa terreo in faccia, incarna la propria sepoltura. Come evitare tutto questo, senza chiudere gli occhi di fronte al peggio della vita e del mondo?

La risposta di Magnus è la sua inconfondibile arte. È la stilizzazione, l’eleganza. Guardate questi zombi, scrutate i dettagli dei tessuti lacerati, le bave necrotiche, i liquami gocciolanti, le fibre putrefatte. Esaminate scrupolosamente i particolari dei cadaveri e degli agonizzanti, i corpi fatti a pezzi, torturati, piagati, martoriati: sono belli. Sono eleganti, senza per questo essere meno spaventosi. Chi li ha disegnati non ha mai dimenticato, neanche per un attimo, neanche per un tratto di matita, neanche per una pennellata d’inchiostro il potere controffensivo della bellezza e dello stile. Così, anche quando affronta il male, il peggio, la corruzione della mente e della carne, Magnus lo fa con le armi del bello e del bene, ne esce vittorioso come un cavaliere raffinato che ha ucciso un drago orribile e maleodorante. I personaggi sono sconvolti, perdono il controllo di fronte all’orrore. L’artista e la sua arte no.

Una volta assaporato l’incanto, vale la pena di analizzare freddamente queste tavole per apprezzarne le scelte di regia, non solo la maestria virtuosistica. Non ho lo spazio per farlo in maniera esauriente, ci sarebbero tantissime cose da notare: l’inermità creaturale dei maschi destinati a essere uccisi in Vendetta Macumba, raffigurati in vestaglia e pantofole, quasi una ridicola veste sacrificale; il glorioso nudo disinvolto con cui appare per la prima volta Estella, che denota la forza del suo carattere, diffuso su tutta la sua figura, non solo sul viso; la sua somiglianza finale con la strega decrepita, in due vignette verticalmente contigue; e, nel Teschio Vivente, il volto ingigantito dell’altra maga, inquadrato come un arazzo su una parete della stanza, che assiste all’orgia attraverso un incantesimo, come un’epifania del moralismo senile, che di fatto aumenta il piacere dell’anziano sovrano gaudente (ma soprattutto del lettore): c’è più gusto ad avere quattro ragazze nude nel letto se c’è pure una vecchia che guarda e increspa le rughe indignata...

Prendete la sequenza di Vendetta Macumba in cui Estella cerca di spiegare a Carl che lo zio Luis si è veramente rialzato dalla tomba e sta mettendo in atto la sua vendetta. Questo dialogo si svolge tutto in controluce, i personaggi diventano sagome nere. A parlare è la loro ombra, la profondità oscura al di sotto della loro coscienza: i lineamenti dell’individuo si sono sciolti in un fondale tenebroso. L’argomentazione razionale deve cedere alla persuasione della paura totale, si lascia trascinare giù, dove a parlare non sono più gli individui ma le categorie primarie, l’angoscia, la lotta per la sopravvivenza. Il volto, la luminosità dell’intelletto che può distinguere fra sì e no, retrocede nell’indistinzione della notte, sprofonda nel buio; non può fare nulla, non è nulla; è solo un pezzetto di sfondo nero.

Già prevedo l’obiezione: ma tutto questo è dovuto ai tempi di lavorazione, sappiamo che Magnus aveva poche settimane a disposizione per la consegna all’editore e allora su certe tavole avrà un po’ “tirato via”, disegnando solo silhouette invece di dettagliare faticosamente tutte le espressioni delle facce, vignetta dopo vignetta. Può darsi che questa sia stata la causa occasionale, ma è anche da queste soluzioni che si misura il genio, che sa fare di necessità arte.

A proposito di volti, provate a leggere le figure trascurando dialoghi e didascalie, in particolare guardate intensamente le facce, le espressioni, le smorfie. Ne verrà fuori una sbalorditiva rassegna di ritratti declinati, una vicenda parallela rispetto a quella meramente narrativa, un racconto fisiognomico, una autentica “storia di volti”. Magnus fu un ineguagliato caratterizzatore, ogni volta che inventava un personaggio lo voleva conoscere fino in fondo, e per farlo coniugava il suo viso come un verbo, in tutti i tempi e modi, all’indicativo, al condizionale, all’imperativo, al congiuntivo, al gauditivo, allo spaventale, al sorrisivo, al ghignevole, al sorpresivo...








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 5 febbraio 2016