Mentre verrà il silenzio #prima parte

Giuseppe Martella



Come accaduto poco più di un anno fa con Enrico Macioci, Giuseppe Martella ha posto alcune domande a Tommaso Di Dio (autore di poesia, Tua e di tutti è il suo ultimo libro, per la Collana Pordenonelegge.it di LietColle, tradotto da poco in francese in edizione bilingue) sul silenzio, sull’alterità, e su cosa possa risuonarvi.



GM (Giuseppe Martella): Un verso di Michel Houellebecq recita: La possibilità di vivere / comincia nello sguardo dell’altro. E vorrei iniziare da queste prime parole per isolare e determinare la parola che ci farà compagnia in questo incontro: il silenzio, lo ‘spazio’ di attesa che ci separa e ci unisce dallo sguardo dell’altro. Prendo poi alcune altre parole da Gli esordi, di Antonio Moresco. Scelgo la prima manciata di sillabe con cui inizia il romanzo: Io invece mi trovavo a mio agio in quel silenzio.
Due tensioni opposte: l’alterità e l’incontro con sé stessi attraverso il silenzio. Cosa accade, per te, dall’incontro di queste due traiettorie? Ammesso che siano riducibili ad un orizzonte di attesa e di azione.

TDD (Tommaso Di Dio): Vorrei, per incominciare, citare anch’io un verso da mettere accanto ai tuoi, un verso del poeta Luigi Di Ruscio, così da crearci intorno, fin da subito, un cerchio di pietre incandescenti: Un giorno avrò una macchina che batterà in silenzio mentre verrà il silenzio (da Poesie operaie, p. 59). La scrittura è produzione di silenzio e percorso attraverso il silenzio. Non si può prescindere da questo ammutolimento totale del linguaggio perché sia possibile scrivere un verso. Il punto è: come intendere questo silenzio. Se lo si intende banalmente come “assenza di suono” non si va dalla parte giusta, secondo me, anche perché l’assenza di suono è solo un’arida astrazione. Le tue citazioni si rivolgono chiaramente ad altro: c’è il silenzio che è attesa e spazio lasciato all’altro perché sorga ed emerga come possibile; e c’è il silenzio che è radura interiore, apertura ad un’intimità che è gioia di annientare continuamente il se stesso nel momento in cui lo si pone. A me pare che questi due silenzi siano legati, imparentati da una precedenza primordiale che li accomuna. Il silenzio di cui sto parlando è quello stato in cui si è completamente liberi di percepire ogni sonorità del mondo, ogni vibrazione e sussulto della materia in movimento; e con materia intendo anche il pensiero, il fluire di un’intenzionalità come la sua sospensione in uno stato emotivo. Si è, completamente; senza un’intenzione pratica né un’attitudine giudicante nei confronti di ciò che viene a sorgere. Chi scrive conosce questo silenzio e cerca la via per la sua riproposizione. Questo silenzio è quello che annulla ogni differenza e gerarchia, che sormonta il pensiero analitico e giunge a farsi limite o meglio riva battuta da un’onda vastissima e metamorfica, ritornante, una sorta di rumore bianco che però oscilla in intensità e la cui intensità è solo il gradiente della propria concentrazione.

GM: Heidegger, cito a braccio, definiva l’unico vero interrogare come una condizione di porsi all’ascolto, di passività e rinuncia. Affinché dalla domanda stessa potessero nascere le premesse del cammino verso la risposta, verso quella che veniva definita (ma sto semplificando brutalmente) l’essenza del Linguaggio.

TDD: Queste tue parole mi fanno venire in mente un momento che mi è caro e che rappresenta benissimo lo stato di cui sto parlando. Io vivo in una città; di notte, meglio se a tarda ora, apro la mia finestra e mi metto in ascolto. Dapprima non trovo alcun suono; ma più ascolto (mi stava venendo da scrivere: ma sedendo e mirando...), trovo che una serie infinita di suoni giunge alla mia finestra: motori, voci, rumori di bicchieri e piatti scossi, oppure lontani passi e portoni che si aprono; e dietro a tutto questo, un vasto e basso boato, che mi pare la somma accidentale di tutti i suoni che la lontananza fonde insieme. A volte rimango molti minuti in ascolto di questa musica e ne sono avvinto e rapito come se fosse la più bella musica del mondo: la musica delle sfere. Lì, in quei momenti di gioioso annichilimento, mi pare di trovare il silenzio perfetto. Ogni suono che giunge si sposa con il precedente, legandosi in una struttura cieca, bassa, insensata eppure gigantesca. A volte mi capita che questo sia il momento in cui mi vengono dei versi; non so da dove provengano, ma mi sembra che vengano da lì, da quel fragore cieco che contiene tutti i suoni del mondo come espansi in un movimento che chiamerei armonia. Sai bene che questo termine deriva dal lessico dei carpentieri e dei falegnami e indica la giusta commessura fra le assi (ne parla anche Agamben in qualche suo libro che ora non ricordo); quando scrivo, o meglio: pronuncio a bassa voce un verso, sento che esso si trova in armonia con questo rumore di fondo, con questo silenzio; non le è estraneo, né lo invade da protagonista, ma giunge ad inserirsi come l’ennesimo minuscolo tassello entro la musica di questo immenso silenzio. A questo punto lo scrivere, il voler fissare questo suono del silenzio su un supporto di memoria, mi appare un obbligo vizioso a cui non so sottrarmi solamente per grande vanità. Forse i versi più importanti sono quelli che ho scritto così, non scrivendo, quelli a cui è bastato essere accordo di un momento nel silenzio e che hanno contribuito a questo silenzio totale per una frazione di durata; e di cui rimane – spero – un’eco in tutti i versi che invece ho scritto e che non potrei mai aver scritto senza aver la memoria e l’ansia di riprodurre proprio quell’armonia del silenzio.

GM: Il voler fissare questo suono del silenzio dici?

TDD: Hai presente l’opera di Marcel Duchamp del 1916: With hidden noise? Mi sembra esattamente rappresentare quello che sto cercando di dire. È una semplice massa di spago, stretto da entrambi i lati piatti da una piccola lastra di metallo, attraverso cui scorrono quattro viti che fungono anche da piedi per il ready made. Duchamp chiese al suo amico (lo scrittore e collezionista Walter Arensberg) di porvi al centro, nello spazio cavo della massa di filo, un oggetto che poi vi avrebbe richiuso fra le lastre, senza mai sapere quale oggetto fosse. Ecco, quest’opera è visibile, ma l’opera non è ciò che si deve vedere: lo spettatore dovrà prestare ascolto a quell’hidden noise che dal centro cavo della massa di fili si propaga, dovrà ascoltare il suono di tutti i possibili suoni che nascono da quel vuoto spazio centrale entro cui è imprigionata, nel silenzio ignoto, la matrice infinita di suoni possibili. Questo lavoro artistico di Duchamp, mi sembra mostrare cosa dovrebbe essere una poesia: uno strumento, un manufatto, frutto di una tecnica vocale e verbale, che permetta al lettore o ascoltatore di vivere un’esperienza che non è tecnica, né verbale né vocale, di sdoppiamento e di rilascio da se stesso; ovvero: da un lato, cogliere una serie di elementi in successione, dall’altro, e contemporaneamente, sentire che questa massa verbo-acustica allude e lo trasporta verso un silenzio centrale, uno spazio dell’immaginazione e della percezione che, pur essendo lì presente, è altrove, silenzio puro, somma totale di tutto ciò che non è in quel manufatto contenuto e che lo supera. Io questa esperienza provo a chiamarla “presenza al mondo”, ma di sicuro non è la formula migliore.



GM: Ritorno su Heidegger e sull’imbarazzo di cui ha scritto quando ha cercato di definire quale rapporto legasse la parola alla cosa, per poi concludere che la Parola stessa era rapporto, e che l’uomo ha bisogno di questo rapporto dal momento che non è in grado di vedere in termini puri, astratti – come dicevi tu – questo rapporto. Un camminare verso, quindi.

TDD: A proposito del bisogno di un rapporto, mi viene in mente adesso un racconto di un amico fotografo. Una volta

mi raccontò di un momento molto intenso che ebbe in un periodo del suo lavoro, quando decise di scattare solamente oggetti. In una certa sera, in una certa città del Nord Italia, si trovava per l’ennesima volta solo in casa: stranamente era completamente sprovvisto di rullini. Vide all’improvviso alcuni oggetti casualmente disposti sul tavolo, ma la cui composizione rappresentava per lui, in quel momento, la fotografia perfetta. Prese d’istinto la macchina fotografica e, pur consapevole che non ci fosse alcun rullino, impostò l’obiettivo meticolosamente e scattò. Questa gesto, questo nulla raccolto su nessun supporto, questo abisso della mente e insensato approdo di un movimento, fu la sua fotografia del silenzio. Ogni opera d’arte feconda mi sembra racchiudere un’esperienza simile, una tensione a creare una macchina che batterà in silenzio mentre verrà il silenzio, uno strumento che riproduca l’esperienza del silenzio totale della nostra mente difronte al nudo fatto di esistere. La ritrovo nella pittura di Barnett Newman, come in quella di Rothko, in De Chirico così come in Fontana e andando più indietro nella crocifissione di Masaccio al Museo di Capodimonte o in quell’affresco di San Pietro Martire, di cui parla Didi-Huberman, dipinto da Beato Angelico secondo l’antichissima tradizione del signum harpocraticum, sopra la porta della chiesa del convento di San Marco: con il capo insanguinato e lo sguardo fermo di pietà, porta l’indice sulle labbra in un atto che chiede e produce silenzio, perché, restando muto, parla di un mistero più grande che tutti ci accomuna.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica in teoria il 3 febbraio 2016