Stefànsson: romanzi di vita, ghiaccio e mare

Silvio Bernelli



Com’erano gli uomini e le donne d’Islanda alla fine del XX secolo? Selvatici, dolenti e consegnati a un autismo sentimentale che trova sfogo solo in rari momenti di confidenza, nell’amore per i libri, in un cameratismo che va dritto al nocciolo dell’essere umano, alle sue insicurezze, alle sue paure più inconfessabili. È questo il ritratto degli islandesi del passato scolpito da Jón Kalman Stefánsson nelle pagine di Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli, primi due romanzi della trilogia composta anche da Cuore umano (in uscita prossimamente) pubblicata in Italia da Iperborea nella traduzione di Silvia Cosimini.

La storia narrata dallo scrittore islandese è imperniata sulle vicissitudini di un ragazzo, l’unico personaggio senza nome della trilogia, che perde il padre, vede la sua famiglia smembrata e assiste alla morte per congelamento del suo unico amico: il pescatore Barour, più vecchio e forte di lui, che paga il prezzo più alto per aver dimenticato la cerata prima di imbarcarsi per una battuta di pesca in mare aperto. In seguito a questa ennesima perdita, nasce nel ragazzo la voglia di abbandonare la vita del pescatore per trasferirsi in città e dedicarsi alla sua vera passione: la letteratura.
Dopo una pericolosa traversata in solitaria delle più che inospitali montagne d’Islanda, sotto il segno nero di una morte sempre incombente, il ragazzo trova rifugio in una cittadina. Qui una sorta di felicità è raggiunta grazie alle cure di Geirbruour e Helga, due delle energiche figure femminili tratteggiate da Stefánsson, ma poi il destino scaraventa il ragazzo di nuovo nel mondo, nelle desolate regioni interne dell’Islanda, in compagnia del postino Jens. Un uomo ferito dall’amore, pronto a trasformare la consegna della posta nella fattorie più isolate del Paese in un tentativo di suicidio. E se la vicenda narrata in Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli può essere raccontata in poche parole, molte di più ne meriterebbe il linguaggio di Stefánsson, che trova anche il coraggio di usare ogni tanto le metafore della poesia, suo primo amore letterario, rischiando in qualche occasione perfino l’aforisma buono per tutte le occasioni. Malgrado questo, la lingua di Stefánsson è spessa e densa come una nevicata islandese e sbatte sulle pagine con la costanza e la forza di un maglio, riuscendo nell’impresa di trasmettere al lettore tutta la furia della natura che si scaglia contro i protagonisti. Ed ecco quindi le descrizioni delle barbe ghiacciate che diventano dure come pietre, di come in una tormenta di neve il semplice atto del respirare significhi rischiare di morire soffocati, del vento che scivola come un coltello affilato lungo le giunture dei vestiti. C’è tutta la violenza degli elementi delle storie di mare raccontate da Jospeh Conrad, nella scrittura di Jón Kalman Stefánsson. E poi, con l’eco del paesaggio ostile raccontato dal Cormac McCarthy d.o.c. di qualche anno fa, c’è anche, e molto, l’Islanda. Una terra crudele che l’ambientazione a fine secolo XX scioglie anche dai facili agi della modernità, prigioniera di una solitudine millenaria. Un’isola che proprio grazie alla sua durezza ha saputo partorire una voce potente e sensibile come quella di Jón Kalman Stefánsson.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica libri il 24 ottobre 2012