Capodanno a Colonia: a che ci serve la cultura?

Tiziano Scarpa



Uno si è ricordato che da ragazzino a Carnevale andava in giro con i suoi amichetti a cercare di togliere i reggiseni alle donne. Un’altra si è ricordata che da ragazzina un uomo le ha toccato una tetta per la strada. Eccetera. Interventi del genere si sono letti sui giornali e in rete in questi giorni per spiegare le molestie sessuali di Capodanno a Colonia. Tutto molto significativo, senza dubbio. Ma non sarebbe il caso di ascoltare soprattutto gli esperti? E, ancora di più, saperli individuare? La cultura, alla fine, non vuol dire sapere tutto, ma sapere a chi chiedere, sapere da quale disciplina farsi spiegare ciò che non si sa. La cultura non è avere letto tutti i libri; è sapere quale studioso interpellare, e in quale scaffale della biblioteca andare a cercare una risposta.

Se ho un guasto in casa, il minimo è saper distinguere se devo chiamare l’idraulico, l’elettricista o qualche altro tecnico.

I fatti di Colonia a me fanno venire in mente parole come “festa”, “rito”, “violenza”, “etnie”, “sessi”: antropologia, antropologia. Concetti fondamentali dell’antropologia. Antropologi, intervenite voi. Analizzate e spiegate che cosa è successo, che cosa potrebbe succedere ancora, e in quali forme. D’accordo, ascoltiamo gli editorialisti, le femministe, i rubrichisti quotidiani e settimanali, le filosofe, i teologi, gli psicologi, le scrittrici, i romanzieri… Benissimo. Ma qui ci vorrebbero soprattutto antropologi, antropologhe.

(E ci sarebbe anche da fare una divagazione. Lunga. Mi accontento di questa parentesi. Come mai, in questi anni, l’antropologia non è più in prima fila nelle discussioni pubbliche, nei media, nella selezione degli intellettuali di riferimento? Sono molto più richiesti i filosofi, gli storici dell’arte, gli psicologi analitici, i filologi classici, perfino i teologi. Che cosa ci rivela, su quest’epoca, un tale riposizionamento delle discipline umanistiche?)

In generale, che cosa sta accadendo all’opinionismo sui giornali e in rete? La conoscenza consiste solo nella capacità di raccontare episodi personali in maniera vivida? Le prove a sostegno di una tesi sono le proprie esperienze? L’argomentazione va fondata sull’autobiografia e sull’autofiction?

Anch’io sono così, lo ammetto, tendo a valorizzare gli aneddoti illuminanti. Che sono importanti, non dico di no, hanno valore conoscitivo, e la loro concretezza ravviva la lettura, incuriosisce. E continuerò a valorizzarli, se mi riesce. Ma in questo momento storico sento il bisogno di interpretazioni generali, di descrizioni che prendano i punti sparsi e li connettano in un disegno più ampio, da parte di chi quel disegno lo conosce già, l’ha imparato studiando il passato e l’ha visto dal vivo facendo ricerca sul campo, perché se ne occupa da una vita e sa riconoscerlo quando si ripresenta.

Ad ogni modo, a una festina delle medie, ero lì che mi davo un tono sorseggiando una Fanta, quando, all’improvviso…








pubblicato da t.scarpa nella rubrica giornalismo e verità il 13 gennaio 2016