Calvino non poteva saperlo

Tiziano Scarpa



Ogni sera il signor Palomar e sua moglie decidono se accendere la televisione o stare a guardare la finestra del loro terrazzo. A una certa ora arriva un geco, si apposta sul vetro in attesa di catturare insetti. Rimane fermo, all’esterno, perciò loro due possono “vederlo non di schiena, come da sempre siamo abituati a vedere gechi, ramarri e lucertole, ma di pancia”. Hanno la possibilità di apprezzarne ogni dettaglio:

La cosa più straordinaria sono le zampe, vere e proprie mani dalle dita morbide, tutte polpastrelli che premute contro il vetro vi aderiscono con le loro minuscole ventose: le cinque dita s’allargano come petali di fiorellini in un disegno infantile, e quando una zampa si muove, si raccolgono come un fiore che si chiude, per tornare poi a distendersi e a schiacciarsi contro il vetro, facendo apparire delle striature minutissime, simili a quelle delle impronte digitali. Insieme delicate e forti, queste mani paiono contenere un’intelligenza potenziale, tale che basterebbe esse potessero liberarsi dal compito di restare lì appiccicate alla superficie verticale per acquistare le doti delle mani umane, che si dice siano divenute abili da quando non ebbero più da appendersi ai rami o da premere il suolo.

Italo Calvino, Palomar, 1983.

Quando scriveva queste cose, Italo Calvino non poteva sapere che le dita del geco non hanno ventose. Il sistema con cui aderiscono alle superfici è molto più sofisticato; è stato spiegato dagli scienziati soltanto pochi anni fa, ed è talmente sbalorditivo da cambiare il modo di vedere il mondo di un personaggio di Il brevetto del geco.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 4 gennaio 2016