Gombrowicz e le ore di filosofia

Sergio Nelli



Nell’opera di Witold Gombrowicz c’è sempre qualcosa che si forma, assume dei contorni, si definisce – a partire da un incontro, da uno scontro o un conflitto, da un’allusione, da vincoli casuali, da analogie, legami, fili, insinuazioni, connessioni, congetture. A questo proposito, egli ha evocato di continuo la Forma. La forma e il suo fissarsi in tracce, indizi, situazioni, per poi magari esplodere e dissolversi, ritornare all’informe, cioè a quello sfondo smisurato “il cui nome è informità; che non è chiarezza e nemmeno le tenebre, bensì appunto il miscuglio di tutto, il fermento, il disordine, l’impurità, la casualità” (Diari)

Questi i poli, entro i quali, a detta dello stesso, si muove la sua narrativa: la forma e l’informe, con la deformazione di cui l’immaturità è la configurazione più importante. E uno sprofondamento nell’immaturità è rappresentato da Ferdydurke (1938) il romanzo d’esordio per il quale Gombrowicz reclamò un posto nell’esistenzialismo. L’esistenzialismo filosofico, per esempio quello di Sartre, saggiava la distanza tra le cose, l’essere umano nella sua cosalità e la coscienza, che Sartre chiamava essere per sé e che Heidegger aveva chiamato Dasein, esserci. Dopo la Nausea del 1938, Sartre scrisse L’essere e il nulla (1943), opera in cui questo conflitto era tragicamente sproporzionato a favore dell’essere delle cose di contro al potere della coscienza. Sennonché Sartre andava dalle sue premesse verso un umanismo del progetto che lo conduceva anche fuori da quel pessimismo radicale che poteva essere conseguenza del nichilismo; e l’umanismo richiamava fortemente i temi della scelta, della coscienza, dell’uomo creatore di valori, dopo la fase del superamento dei valori superiori, fasulli secondo l’insegnamento nicciano e marxista.

Di questo momento del pensiero parlano anche le lezioni del Corso di filosofia in sei ore e un quarto (SE edizioni, 2011; e anche Rizzoli, 2012) che lo scrittore polacco volle scrivere forse un po’ per il sollievo che il concentrarsi sulle teorie gli procurava dalla malattia ai polmoni, distraendolo anche da una pressante voglia di suicidio. E’ forse l’unica cosa, insieme ai Diari, che troviamo oggi nelle librerie, se non sbaglio; mentre mancano Cosmo e Pornografia. Le lezioni, piene di umorismo e di arguzia, indicano più che altro la tendenza di Gombrowicz a un combattimento con le idee e una sua vocazione genealogistica com’è particolarmente evidente nelle pagine pulsanti sui suoi interlocutori privilegiati. Quanto alla filosofia in sé: «Non si tratta di chiedersi se bisogna o non bisogna fare della filosofia. Facciamo della filosofia, perché non è possibile sottrarsi. È fatale». Che è anche come dire che l’arte chiama dentro tutto come mostrano i Diari e queste lezioni.

Di fatto Gombrowicz risulta, artisticamente, in quella temperie "esistenzialistica", in controtendenza rispetto all’elemento umanistico, ed è volto a esplorare, dentro le trame narrative e in quello zibaldone che sono i Diari, quanto più è possibile il lato subcoscienziale, o semicoscienziale, le fissazioni, i sogni, le fantasticherie, le illusioni, l’inferiorità al valore che di continuo rivela la degradazione della forma, cioè la nostra immaturità. E ciò lo colloca fuori dagli esistenzialismi esistenti, come egli stesso ebbe a dire più volte con un continuo dialogare e polemizzare (nei Diari) con quei filosofi esistenzialisti dai quali si sentiva “aggredito nell’esistenza”. A farne le spese fu soprattutto Camus, “l’aggressivo conoscitore del mondo inferiore, uno di coloro che meglio seppero descrivere la lacuna che domina la nostra non-umanizzazione, anche lui [...] costretto a cercare la redenzione in formulette sublimate”.

Ferdydurke, Pornografia, e infine Cosmo rappresentano in modi diversi ma assai contigui questo speciale contromonitoraggio.
Scriveva Gombrowicz con il suo consueto ardore: "L’esistenzialismo tende al valore, cerca di scoprirlo, o di crearlo, mentre per me il semivalore, la semidefinitività, il semisviluppo sono più vicini all’uomo di un qualsiasi valore. Credo che la tesi secondo cui l’uomo vuole essere Dio esprima bene le intenzioni segrete e i dolori dell’esistenzialismo; a questa tesi ne contrapporrei però un’altra, pazzescamente immensa: l’uomo vuol essere giovane."

Lo scrittore polacco Bruno Schulz, coetaneo e amico di Gombrowicz, e autore del famoso Le botteghe color cannella, in una memorabile recensione a Ferdydurke, fu il primo a coglierne il lato speculativo impastato a un diabolico divertimento: "Tanto l’esistenza matura di un uomo ha la sua rispondenza nelle forme di una cultura superiore, tanto questa esistenza sotterranea [quella di cui tratta Ferdydurke, ndr] ha il suo mondo di rispondenza in cui si muove ed agisce...”

A leggere tutta la “recensione” impressiona la precisione anticipatrice per ciò che riguarda la successiva narrativa gombrowiciana, la focalizzazione di un nucleo di pensiero di cui vengono a riparlare appunto anche le lezioni.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 3 gennaio 2016