Le carni della pittura. Samorì e Moreni

Jonny Costantino



L'occhio occidentale (2013) di Nicola Samorì

Nessuno colpisce nel segno di un artista come un artista consanguineo.

Prendiamo Rembrandt. Con poche parole Auguste Rodin, scultore di corpi, ci dice cosa sia la bellezza per questo pittore di corpi: «La bellezza per Rembrandt è l’antitesi constatata tra la trivialità dell’esteriorità fisica e la luce interiore». Bersaglio centrato.

Soffermatevi sulla donna che si bagna nel ruscello, sul figliol prodigo, sulla sposa ebrea, sul Cristo frollo in deposizione dalla croce o su uno qualsiasi degli ultimi autoritratti e vedrete fino a che punto la trivialità fisica e la luminosità interiore facciano scintille nei quadri Rembrandt e scintillando ci conducano verso una più profonda e complessa idea di bellezza.

Rembrandt non ha avuto paura della trivialità, è rimasto attaccato al corpo. La parola trivialità viene da trivio: il punto d’incontro di tre strade. Triviale è l’aggettivo di chi vive la strada, dell’uomo comune, del plebeo. Il corpo è il trivio. Il corpo, con le sue funzioni e le sue pulsioni, con i suoi umori e i suoi bagliori, è l’umile condizione da cui è impossibile emanciparsi.

Rembrandt sapeva che la pelle è uno specchietto per le allodole. Questione di colore e di trucco, di sex appeal e di chirurgia. La pelle ti connota, ti contraddistingue. Sulla pelle c’è margine d’intervento. Doveva spingersi oltre, Rembrandt, dove l’umano palpita nella sua crudezza, indistinguibile dall’animale. Doveva arrivare alla carne. Dietro la pelle, rugosa o rubiconda che sia, in Rembrandt appare la carne, è sensibile «l’intima unione dell’osso col tendine» (Henri Focillon).

La carne in Rembrandt è un puro evento di luce.

Deposizione dalla croce (dettaglio, 1633) di Rembrandt Harmenszoon Van Rijn

La carne esige disciplina. Ci vuole disciplina per aprire la carne, inciderla, slabbrarla, farla sanguinare su tela, sanguinare luce, per dare il giusto calore al colore, altrimenti si sta compiendo un atto di bassa macelleria. Rembrandt fu un campione di disciplina e il primato non sfuggi a Van Gogh il quale, in una lettera al fratello Theo, afferma che per lui il marchio di fabbrica di Rembrandt è la serietà: un’inconfondibile serietà nel rendere il mistero dell’esistente. La disciplina è serietà applicata. Vincent, che era rimasto per sua ammissione senza fiato davanti ai colori della carne dei cadaveri pittoricamente dissezionati dal grande connazionale, mise in pratica la lezione di anatomia e, da buon fabbro della pittura, si forgiò una disciplina così ferrea da permettergli di scorticare perfino il cielo e le stelle.

Rivestita di epidermide o in bella vista, è la carne lo strumento attraverso cui Rembrandt ci fa accedere a un’ombrosa idea di bellezza dove vengono meno i confini tra il dentro e il fuori, tra la luce e la tenebra, tra la vita e la morte. Quanta vita c’è nella carne morta. I pittori sanno di quali iridescenze contrasti reviviscenze, plastiche e cromatiche, è capace la carne che marcisce. Pittori come Delacroix e Van Gogh, come Soutine e Bacon, pittori che il bue squartato di Rembrandt lo hanno indagato fibra per fibra. Lo sa quella razza bastarda di artisti che, nel suo viaggio al termine della carne, non può avanzare che libbra a libbra.

Lo sapeva Mattia Moreni e lo sa Nicola Samorì.

Mattia Moreni: le Ultimate Paintings (1983-1999) è il titolo della tesi conclusiva di Nicola Samorì all’Accademia di Belle Arti di Bologna.

Bue squartato (1655) di Rembrandt Harmenszoon Van Rijn
Immagine (1958) di Mattia Moreni e Tower (2012) di Nicola Samorì

Mattia Moreni, Nicola Samorì.

Due indagatori spudorati che raggiungono lo spirituale sviscerando il corporeo in tutta la sua densità tenebrosa e solare, nella sua trivialità, che plasmano insieme il dentro del corpo e il dentro dell’anima fino a confonderli, che fanno splendere l’interiorità nei barbagli della carne.

Due artisti, ambedue pittori e scultori, che non temono gli eccessi della carne scoperchiata e attizzata.

Due pittori per cui dipingere è incidere gli organi vivi dell’esistenza affinché l’esistenza, provocata, lasci suppurare sulla tela i suoi segreti, indecifrati.

Due scultori per cui scolpire è dare un corpo enigmatico ai corpi e ai brandelli di corpo che ruscellano in loro e li molestano.

Due trivellatori che cercano e trovano la luce scavando nel buio della carne.

Due ossessivi, ossessionati: i titoli allusivi dell’uno e quelli evocativi dell’altro ci provano, senza riuscirci, a distrarci dal loro accanimento sulla carne: la carne è il vicolo cieco che si sono incaponiti a sfondare.

Due estrattori di perle, persino dalla mutilazione e dallo sfregio.

Due incastonatori di pietre, grumi e altri corpi estranei.

Due vulnerati per cui la vita è una ferita aperta e l’arte è la medicina carnale che può curare la ferita solo slabbrandola tormentandola infettandola infiammandola, impedendo che lo spacco si chiuda.

Due anatomopatologi spietati che non temono di fare male all’arte: il medico pietoso fa la piaga verminosa, dice un proverbio popolare.

Due visionari la cui visione è la vulva che li aspira.

Due membrificatori che non provocano squarcio, sia pure in piena faccia o sul fianco di un’anguria, che non rimandi a una vulva, consapevoli che non c’è abisso figurale paragonabile a una vulva che, socchiusa o spalancata, si espone e ci espone alla visione.

Due uomini che trattano l’arte come si tratta una vulva: alternando delicatezza e violenza.

Il gesto, l’affondo, la perseveranza nell’azzardo.

Due estremi che ci toccano nel punto esatto in cui la carne urla il suo canto.

La divenuta atrofica lì dov'è solo per la pipì (1981) di Mattia Moreni

Mattia Moreni, Nicola Samorì, La disciplina della carne, a cura di Massimiliano Fabbri e Massimo Pulini, FAR Fabbrica Arte Rimini (Palazzo dell’Arengo, Rimini) e Museo Civico Luigi Varoli (Cotignola), 4 dicembre 2015 - 24 gennaio 2016.

Nicola Samorì, Gare du Sud, a cura di Chiara Ianeselli, Teatro Anatomico della Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio (Bologna), 14 novembre 2015 -1 febbraio 2016.

Il Narciso o Mister Chimica (1976-1984) di Mattia Moreni
Il vizio della croce (2014) di Nicola Samorì

Due sono le opere di Nicola Samorì visitabili presso il Teatro Anatomico dell’Archiginnasio, luogo costruito nel 1637 e dato all’insegnamento dell’anatomia mediante la dissezione dei cadaveri. Thòv (2015) è una scultura di marmo le cui carni disossate giacciono sul marmo del tavolo settorio. Fante (2015) è un dipinto a olio che campeggia sotto un baldacchino sostenuto da due sculture in legno del 1734, realizzate da Ercole Lelli e Silvestro Giannotti e conosciute come “gli spellati”. Fante è figura femminile forata che possiede una gemella attualmente visibile a Cotignola, Le Sauvage (2015).

Le Sauvage (2015) di Nicola Samorì

L’esposizione Gare du Sud è la seconda tappa del progetto Les Gares. La prima, Gare du Nord, si è svolta tra il luglio e l’agosto 2015 alla Waag, lo storico edificio della “pesa pubblica” nel Nieuwmarkt, il “mercato nuovo” di Amsterdam. Lì una scultura di marmo di Samorì, Floribonda (2015), fiorita nel suo biancore e cogitabonda spetalava le sue membra al centro della Sala delle Corporazioni dei Medici, il teatro anatomico ottagonale dove hanno luogo le celebri lezioni di anatomia di Rembrandt, quella del dottor Tulp (1632) e quella del dottor Deyman (1656).

Samorì ha spinto fino alle sue estreme conseguenze la lezione di carnalità di Rembrandt.

Egli sapeva di non potersi più limitare ad aprire le carni della figura. Nel corpo della figura ha aperto le carni della pittura. Lo ha fatto sbucciando la pelle dell’immagine, ficcando le dita nella pasta oleosa del colore, sbudellando la creatura, disocchiando l’orbita del quadro, inducendo la pittura a scrutarci in tutta la sua brutale materialità, in tutta la sua abbagliante e rivelatoria e profetica cecità.

È un reato non da poco quello di cui Samorì si macchia sfregiando senza esitazioni la neonata o nascitura immagine. Il capo d’imputazione è lesa pittura. Ma egli sa, e noi lo sappiamo, che è un crimine necessario. Alla sopravvivenza della pittura.

Stuprare la pittura, suicidare la figura.

Soltanto così la pittura e la figura, sulla carcassa dell’immagine colpita a morte, accedono a una nuova vita in una nuova immagine che ha somatizzato la morte da cui affiora.

Soltanto così, strapazzate ma rinvigorite dal cruento valico, riaccese, la pittura e la figura bruciano insieme una vita a prova di morte.

Il digiuno (2014) di Nicola Samorì

Le opere di Mattia Moreni e Nicola Samorì le cui riproduzioni contrappuntano il presente scritto sono tutte in mostra a Rimini e Cotignola.








pubblicato da j.costantino nella rubrica arte il 3 gennaio 2016