Restare vergini o vendersi

Tiziano Scarpa



Davide Brullo mi ha scritto una lettera, uscita su alcune testate, a proposito di Tutte le voci di questo aldilà, il romanzo di Andrea Temporelli trascurato dai grandi editori e pubblicato da Guaraldi, nella collana curata da Brullo stesso. Ecco la mia risposta. La sua lettera si trova in fondo.
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Caro Davide,
non ci conosciamo, non ci siamo ancora incontrati di persona, e forse anche per questo mi stai mitizzando. Ma io mi sento inadempiente. Non riesco a stare dietro a tutto. Ci sarebbe da impegnarsi su mille fronti, sono tante le situazioni insoddisfacenti, nell’editoria, nella cultura, nella politica: sento spesso un impulso a fare da supplente, in tante cose, ma ovviamente non ce la faccio, perché non sono in grado, non ho le forze né le competenze; e, soprattutto, credere di essere utile a troppe cose è un sintomo di megalomania: “Il primo fondamento dell’essere apparecchiato in giuste occasioni a spendersi, è il molto apprezzarsi” (Leopardi).

Nella tua lettera esageri parlando di me, sia nei fatti che nelle metafore. Per esempio, non sono stato io a “scoprire” Antonio Moresco, che aveva già pubblicato due libri con Bollati Boringhieri, né a “portarlo” in Feltrinelli: si è portato da sé; io quell’anno lavoravo come redattore e conoscevo i suoi primi libri; così, quando Moresco ha proposto Gli esordi alla Feltrinelli, la direttrice editoriale Gabriella D’Ina mi chiese un parere di lettura, dato che avevo già letto Clandestinità e La cipolla. Quel romanzo mi suscitò incontenibilmente una scheda critica fuori misura, parecchio lunga (che poi Antonio Moresco ha avuto la generosità di ospitare nella riedizione Mondadori del 2011): credo che la convinzione infervorata con cui reagii a Gli esordi abbia contribuito un po’ alla decisione di Gabriella D’Ina e Carlo Feltrinelli di pubblicarlo: tutto qui; ma il merito è loro, non mio. Allo stesso modo, il merito di avere pubblicato Tutte le voci di questo aldilà è tuo e di Mario Guaraldi.

L’aquila, il sole, la neve: ovviamente le tue sono iperboli. Ma per il resto, condivido la sostanza di quel che dici. Anch’io sono perplesso, per non dire altro, che il romanzo di Andrea Temporelli non sia stato pubblicato al volo dagli editori che lo hanno letto, grandi o no che fossero. Allo stesso tempo, però, ho un debole per le imprese che nascono piccole, mi piace l’idea di dare man forte a questo libro, a maggior ragione se il suo editore non ha il potere di diffonderlo in tutte le librerie.

Ho poco tempo per mettere il naso nei libri inediti, ma avevo voluto leggere il romanzo di Andrea Temporelli perché ho rispetto e curiosità per i poeti che si mettono a scrivere narrativa. Lo so che sono diffidenti verso i romanzi e i racconti, perciò, quando decidono di scriverne, credo che stiano facendo qualcosa di speciale, una vera trasgressione interiore, se mai ancora ne esistono: una trasgressione, cioè uno sconfinamento; che, tra l’altro, è un termine caro a noi del “Primo amore”. Ce ne sono stati tanti, negli ultimi vent’anni. Ma anche prima. Vado a memoria: Aldo Palazzeschi, Pier Paolo Pasolini, Guido Ceronetti, Nanni Balestrini, Edoardo Sanguineti, Sandro Penna, Antonio Porta, Milo De Angelis, Giuseppe Conte, Roberto Carifi, Maurizio Cucchi, Aldo Nove, Lello Voce, Valentino Zeichen, Gian Mario Villalta, Valerio Magrelli, Franco Buffoni, Flavio Santi, Gilda Policastro, tu stesso…

(Una volta ho orecchiato una conversazione fra due di loro: “Come va? Stai scrivendo?” “Sto finendo un romanzo”. “No, ma sul serio: poesie nuove?”)

Seguivo la rivista “Atelier” curata da Temporelli, che si occupava in prevalenza di poesia, e a un certo punto, fra un poeta e l’altro, sono spuntate inchieste sui romanzi. Così l’inedito di Temporelli l’ho ricevuto con grandi aspettative. È una scelta forte, per un poeta, scrivere un romanzo. È come passare dal lago al mare aperto: dall’ambiente lacustre – insidioso, sì, ma tutto sommato protetto – degli addetti ai lavori e degli altri poeti, alla distesa marina del pubblico, del mercato, del voto in stellette nelle librerie in rete, delle letture naïf e sofisticate, da soddisfare a livelli diversi di severità e di attese. È passare da un’idea verticale a una pratica orizzontale della parola. È passare da una scrittura fatta di affondi essenziali e sintetici a un’altra che accetta di diluirsi nei connettivi e nei portavoce figurali, compresi i personaggi con cui l’autore non è d’accordo. È passare dalla santità virginale dell’eremo alla prostituzione sacra nel vestibolo del tempio…

Per di più, Andrea Temporelli su “Atelier” si dimostrava molto esigente verso la narrativa di questi anni; a maggior ragione, la sua decisione di scrivere un romanzo mi colpì molto. Carico di aspettative, ho letto Tutte le voci di questo aldilà; e, senza che lui me l’avesse chiesto (ma con il suo permesso), l’ho proposto ad alcune case editrici, grandi e meno grandi. Non ha suscitato la reazione che prevedevo, pazienza. Non suonerei per questo la campana a morto per la cultura. È già successo tante volte in passato: per libri belli, bellissimi, decisivi o capitali, e in ambienti editoriali e culturali cinicamente feroci (basta ridare un’occhiata a Le illusioni perdute di Balzac). L’importante è che le cose vengano alla luce.

Ti racconto una cosa. Una dozzina d’anni fa fui invitato per qualche mese in una residenza in Germania. A un certo punto arrivò anche un famoso scrittore europeo, autore di bestseller globali. Doveva fermarsi per un po’, ma ripartì dopo due giorni. Si scusò dicendo che doveva correre in California perché aveva avuto un’inaspettata convocazione da un produttore hollywoodiano, per la trasposizione di un suo romanzo in film. Tra l’altro, se la cavava piuttosto bene con il pianoforte. Ebbi modo di sentirlo (in quella specie di villa di campagna c’era anche un piano). Più che suonare, spalmava sui tasti un viscoso pastriccio, una secrezione zuccherina di omottero in forma musicale: qualcosa che a quelli della mia generazione poteva ricordare Richard Clayderman, o Stephen Schlaks, e agli ascoltatori di oggi… meglio non fare nomi.

È stata una piccola rivelazione. Quella volta ho capito che anche i suoi romanzi erano fatti degli stessi ingredienti. Perché il problema, con i libri, è che, apparentemente, sono fatti tutti quanti dello stesso alfabeto; la differenza fra uno e l’altro non salta immediatamente agli occhi. Con la musica invece basta mezzo minuto e senti subito che quella che ti stanno gettando addosso è una secchiata di melata andata a male.

Tutto sommato, non è spiacevole avere le papille in grado di gustare la differenza, e cercare di condividerla con gli altri.

Grazie della tua lettera, è bello sapere che si sta combattendo fianco a fianco anche a distanza.

Tiziano Scarpa

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Caro Tiziano Scarpa,
scrivendoti, penso al sole. Solo le aquile possono fissare il sole a occhi aperti, lo sapeva anche Dante. Ecco, penso che tua sia un’aquila, caro Tiziano. Perché non hai chiuso gli occhi davanti al sole, anzi, hai spaziato la pupilla; perché hai riconosciuto il sole. Tu sei un’aquila, caro Tiziano, in una editoria piena di avvoltoi, piena di scrittori che si credono il sole, il motore immobile di un sistema planetario che ruota intorno al proprio ego. Proprio di avvoltoi e di soli voglio parlarti in questa lettera, Tiziano.

Caro Tiziano, in molti ti attribuiscono la scoperta di Antonio Moresco, che hai portato, con Gli esordi, in Feltrinelli; io ricordo, nel 2012, un tuo articolo sul “Corriere della Sera” in cui parlavi del poeta Simone Cattaneo. L’articolo aveva la gittata di due pagine: eri riuscito a fare più tu per Simone che io in nove anni di assolata amicizia. La stessa generosità che hai dimostrato verso Andrea Temporelli: in quello stesso 2012 hai scritto una scheda di lettura intorno a Tutte le voci di questo aldilà, «un bellissimo romanzo», dici. Quella scheda mi è rimasta impressa. Per cinque pagine, con invidiabile lucidità, hai dissezionato, anzi, hai spolpato il romanzo di un contemporaneo. Dimostrando che anche tra le macerie culturali è possibile scovare un capolavoro, custodendolo con ferocia e senso di servizio. Cosa ne è stato però del tuo formidabile fiuto editoriale? Fuffa. Il primo romanzo di Temporelli, autore, tra l’altro, non certo ignoto (dieci anni fa si è mostrato come poeta per Einaudi, è stato tra i promotori della rivista militante “Atelier”), è stato letteralmente ignorato dalle case editrici che contano e dalla sfilza di agenti letterari che fanno il grano. Per questo, ti annunciavo, avrei parlato del sole e degli avvoltoi. L’editoria italiana non sa riconoscere il sole, cioè un’opera che acceca per la propria novità. L’editoria italiana, voglio dire, e quando dico “editoria italiana”, ovviamente, intendo chi fa davvero mercato, non chi si occupa del mercatino dei piccoli editori, il retrobottega della letteratura che conta, ha smesso di volare alto. Preferisce razzolare bene. Più che mirare al sole, si accontenta delle carcasse. Basta spolpare i cadaveri – i nomi da affibbiare alla metafora li lascio a te – più che affaticarsi verso il sole, affacciarsi alle altezze. Per questo parlavo di avvoltoi – per questo l’editoria italiana mi sembra mortificante, spande un puzzo che ripugna, sono qui che attendo un treno editoriale verso un altrove qualsiasi, che sia in Inghilterra, in Macedonia o in Indonesia è lo stesso. A fare libri e a parlare di libri, in Italia, siamo rimasti in pochi. Troppo pochi. Troppi avvoltoi in una gabbia troppo piccola.

Se esistesse ancora Ovidio, soltanto lui saprebbe spiegarmi perché gli avvoltoi si credono il sole. Caro Tiziano, mi sono fatto una idea del tuo lavoro. Tu fai le cose perché vanno fatte. Perché è giusto farle. Non ti poni il problema delle onorificenze, dell’album di amicizie altolocate, dello zerbino dei fan. Altrimenti, non saresti riuscito a leggere e ad amare il romanzo di Temporelli, il cui controeroe, un giovane poeta di genio, fa di tutto per non farsi riconoscere, per non apparire, pena – letteralmente – la morte. Al contrario, il piccolo mondo antico dell’editoria italica è fitto di gente che lotta, morde e sbraita per avere il proprio posto al sole. Gli avvoltoi più imponenti, tu pensa, pensano di essere dei veri Re Sole, a cui gli scrittori – pardon, gli scrivani – lustrano la corona, stirano il mantello, leccano le auree babbucce. Pazzesco: chi sta uccidendo la letteratura pensa di essere colui che da la vita, il sole.

Soltanto in un paese incivile un capolavoro di ironia, di cinismo e di compassione come il romanzo di Temporelli non viene pubblicato da Einaudi, Mondadori, Bompiani, Rizzoli (che è poi la stessa cosa), Feltrinelli, Adelphi, Guanda o chi preferisci tu, ma è stampato in semiclandestinità da Guaraldi, in un sobborgo di Rimini. Con un futuro marchiato in copertina: un centinaio di copie in libreria, molti resi, la morte cerebrale nell’arco dei prossimi quattro mesi. Questa, nel vero terzo mondo dello spirito e della cultura, è la fine di uno scrittore da antologia, uno che ha incendiato quasi tutta la letteratura attuale, da autogrill, l’equivalente librario di un panino, fatta a suon di D’Avenia, Avallone, Missiroli... Questa brutta vicenda, caro Tiziano, mi insegna due cose. Primo: la critica letteraria è morta, anzi, scheletrica. Lo si dice da un ventennio. Ne abbiamo la prova concreta: le “terze” dei quotidiani sono una appendice della solita polemica politica. Hai mai letto una riflessione sul libro di un autore vivente? Se accade, è una sorta di radiografia. In controluce, leggi la trafila di marchette e marchettine e puttanate che hanno condotto il caporedattore X a commissionare il lenzuolo all’articolista Y (in genere uno scrittore che firma per lo stesso editore del giornale su cui scrive il caporedattore, altrimenti un critico universitario dotato di cattedra baronale) sul libro dello scrittore vivente Z (che di solito di mestiere fa il giornalista amico di amici, oppure è un sodale dell’editore, altrimenti è un vecchio maestro, un trombone che tenta il Nobel da una vita ed è a un passo dalla morte). Le “terze” dei quotidiani nazionali andrebbero chiuse di botto, subito, anche perché, ormai, fa vendere di più un battibecco di segnalazioni su Amazon che un articoloide di Claudio Magris e di Paolo Mieli. Ma questo, in fondo, è un aspetto inessenziale, un valzer di avvoltoi.

La catena alimentare della letteratura italiana è così piccola, così stretta, che sembra una cinghia al collo. Nessuno ha la forza di staccarla. Chi lo fa, dall’igloo della propria solitudine, compie un gesto velleitario, come chi, di fronte a una truppa di avvoltoi, fa schermo con il proprio corpo a un corpo morto. Davvero, siamo soli. Questa solitudine ci renderà monaci – o suicidi. Ci renderà forti. Altro che posto al sole, noi scriviamo nelle catacombe. Caro Tiziano, probabilmente conosci il racconto con cui Varlam Salamov fa scattare i suoi Racconti dalla Kolyma. S’intitola Sulla neve e racconta come i prigionieri nei Gulag costruiscono «una strada nella neve vergine». Uno sega la scia di neve in cima. Cinque lo seguono, affiancati; a turno gli danno il cambio. Si scelgono giornate di sole particolarmente limpide per tracciare la strada, ma non ci sono avvoltoi in Siberia. Come ricorderai, il racconto è una metafora. Chi traccia una scia sulla neve immacolata, «dove ancora non si è mai posato piede umano» sono gli scrittori. «Quanto ai trattori e ai cavalli», invece, «su quelli vanno i lettori». Lo scrittore è colui che traccia una via nell’ignoto, spiana lo sconosciuto. Oggi, mi verrebbe da dire, molti scrittori preferiscono battere le vie già percorse rispetto ad avventurarsi nella neve vergine, ma questo è un altro discorso. Il racconto, voglio dire, assegna una grossa responsabilità ai lettori. Se non ci fossero i lettori, su cavalli, trattori e calessi, la strada nella neve vergine sparirebbe alla prima bufera. Solo l’ostinazione di percorrere certe scritture le fa esistere ancora. Ecco, io sono convinto che molti scrittori, quelli che hanno percorso le vie più dure, ardue, difficili, presto saranno dimenticati, forse lo sono già. I lettori, oggi, vogliono viaggiare in prima classe e vogliono il posto in prima fila, non amano più avventarsi nell’ignoto. Ma poco importa anche questo, caro Tiziano, io voglio ringraziarti, adesso, perché pubblicando il libro di Andrea Temporelli abbiamo compiuto un piccolo atto sovversivo. Abbiamo confuso le piste, abbiamo cacciato con una pietra gli avvoltoi. Abbiamo scavato il nostro piccolo sentiero nella neve vergine.

Davide Brullo

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Le immagini raffigurano alcune letture sceniche di Charles Dickens.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica qualità quantità il 19 dicembre 2015