La cattiva madre

Marisa Fasanella



Abito questo luogo chiuso da muri e cancelli. Sono finestre alte fino al soffitto quelle che si affacciano sul parco, chiuse dalle grate, profonde come nicchie, si vede solo il cielo nuvolo di questo giorno di fine ottobre, si vede che è ancora giorno ma sembra notte. Una nebbia fitta ha avvoltolato il mondo. Non li chiamano più manicomi. Lo stesso ci legano le braccia, frugano nelle nostre carni, scavano nelle pupille, siamo merce di scarto. Il bambino sarà cresciuto, non so nulla di lui, neanche una fotografia mi sono portata dietro. Solo i suoi occhi, me li porto ancora addosso, sono sopravvissuti all’abbandono. Non è mai venuto a cercarmi il mio bambino. Subito dopo il parto se l’erano portato via, era nato asfittico, povera creatura mia. Quando me lo avevano riportato, non riconosceva più le braccia di sua madre. La levatrice era sua madre. Il padre era sua madre. Lo avevano strappato al veleno delle mie acque verdi e fangose. Mi era rimasto nelle orecchie il suo vagito stanco, sulla faccia il suo respiro tardo. La casa si era svuotata. Come il mio ventre, risuonava di voci morte. Lui non aveva dormito nel nostro letto, quando era tornato dal nosocomio. Si era appisolato sul divano, nell’altra stanza. Si era rifugiato nella vita prima del concepimento, prima del vincolo. Il bambino era venuto prima del sacramento. Dovevo mondarmi dal peccato, avevo quasi ucciso la creatura. Lo aveva detto la levatrice, quando aveva affacciato la sua faccia nel mio sesso e con le dita delle mani aveva scavato la placenta ancora integra aprendola alla vita che chiedeva di nascere. Il mattino dopo era tornata a visitarmi, aveva spremuto i miei seni e si era portata via una sostanza gialla e densa. Non era più tornata. Non era buono il mio latte per la creatura, gli aveva detto, uscendo. Si erano annusati come i cani quando guardano il mondo che li circonda prima di accoppiarsi. Io ero solo un corpo sporco, una faccia sformata dalla fatica del parto. Spremevo il latte con le mani, allungavo i capezzoli e lo guardavo gocciolare nell’ampolla. Mia madre, nelle sue lunghe lettere, mi esortava alla spremitura, o non avrei più potuto allattarlo, quando fosse tornato. Non era venuta a assistere al parto, no. Il padre selvaggio la voleva per sé. Non faceva in tempo a partorire un maschio che già era incinta. L’ultimo dei miei fratelli aveva due anni e era già zio. Avevo aspettato il bambino nella casa. Lo avevo visto venire da dietro i vetri della finestra tra le braccia di suo padre, era ancora solo il viaggio di un uomo in fondo alla strada. Lo aveva salvato acciuffandolo per i capelli arricciolati sulla sutura, mi aveva detto, prima di spogliarlo sul fasciatoio e consegnarmelo nudo come la prima volta che lo avevo ricevuto sul ventre. Il suo corpo nudo era uguale a milioni di altri corpi nudi, era quello di un neonato con i pugni chiusi e la bocca sdentata, le cosce strette alla pancia. Lo avevo baciato sulla bocca e aveva allargato le braccia. Se non fosse stata ancora visibile la cicatrice del forcipe, avrei vagato nei nidi senza sapere quale chiudere in un abbraccio. Il suo vagito si era trasformato in pianto. Non aveva riconosciuto l’odore del mio corpo, il sapore del mio latte, eravamo due estranei in una stanza, e solo l’uomo dietro le mie spalle poteva sentirlo suo. Mi aveva spinto con i piedi per allontanarmi, aveva placato il suo pianto. Le sue braccia erano più sicure delle mie, tra le sue braccia si era addormentato. Poteva una madre non riconoscere la propria creatura? Mi portavo dentro questo pensiero come un ritornello, e sempre il sangue si ghiacciava nelle vene. Spiavo nelle altre case, la vita degli altri. Le donne spolveravano rassettavano cantavano filastrocche ai loro bambini. Le donne indossavano i vestiti e si profumavano per gli uomini che tornavano a abbracciarle. Le donne tiravano le tende. Mi avvolgevo nella vestaglia e guardavo i miei abiti appesi nell’armadio. La mia pancia era ancora grossa come un melone. Mi specchiavo e non mi riconoscevo. La donna nello specchio aveva i capelli arruffati la faccia smunta gli occhi allucinati. La donna nello specchio somigliava a Lena, la pazza di Largo delle Vergini. Si affacciava dal balcone o sulla porta e gridava. Suo marito la trascinava dentro tirandola per un braccio. Quando Lena urlava, mi tappavo le orecchie per non ascoltarla. Se mi trovavo a passare davanti alla sua casa, cercavo un vicolo dove perdermi. La follia è un cancro ma non c’è compassione per i folli. La follia si chiude nelle case, nelle stanze, nei sotterranei. Ridatemi le mie cancellate, buttate via le chiavi. Cullavo il bambino tra le braccia e tremavo, dubitavo di me, lo lascerò cadere, mi dicevo, sbatterà la testa e se lo porteranno via di nuovo. Lo sostenevo con una fascia che legavo al collo. Mi si appannavano gli occhi, cercavo una sedia. Lui tornava a casa, sceglieva un vestito e una cravatta da indossare, si sbarbava. Se il bambino piangeva, sbatteva la porta della camera. La creatura sussultava, spalancava la bocca atterrito. Bagnavo la punta di uno straccio umido nello zucchero e glielo lasciavo succhiare. Gli spalmavo il miele nell’alveolo senza denti. Mangiavamo in silenzio, gli servivo la minestra e riservavo per me solo bocconi di pane, assalita dai rimorsi. Gli verranno i vermi, mi ripeteva mia madre. Quando lui usciva, gli sciacquavo la bocca. Tossiva, ricominciava il pianto. A volte piangeva a singhiozzi e rimaneva senza fiato. Le labbra violacee gli occhi spalancati. Gli soffiavo nelle orecchie, me lo stringevo forte al petto. “…Va fa lu sùonnu chi fici Maria…fu tantu duci chi l’addormiscìa…va fa lu sùonnu chi fici Sant’Anna..fu tantu duci cumu meli e manna…”. S’addormiscìa. Lo baciavo sulla bocca, ascoltavo il suo respiro, poi apparecchiavo le camicie e col ferro portavo via le pieghe dell’asciugatura. Accendevo il fuoco sotto la pentola e lasciavo bollire il castrato. Non leggevo più le lettere di mia madre. Amava i figli maschi, il padre selvaggio. Non veniva mai nessuno nella nostra casa, eravamo sempre soli, io e il bambino. La notte, per non disturbare il suo sonno, lo ninnavo nelle braccia, misuravo il perimetro della casa a piedi nudi, con gli occhi che si appannavano e la rabbia dentro il corpo. Dovevo contenerla nelle viscere, si annodavano come corde, tracimavano, la pancia era gonfia come quando c’era ancora dentro il bambino, ma non era vita quello che sentivo muoversi, era acqua aria tempesta, era il grido di mia nonna morta con la pancia mangiata dal cancro. Se alzavo la voce, mi tappava la bocca. Allungava i suoi piedi e colpiva duro. La schiena la pancia le gambe le braccia. Parlava così poco che spesso dimenticavo che era nell’altra stanza. La voce la usava solo per comandarmi. Si arrabbiava nel sonno. Russava. Il suo respiro si spezzava. La mia anima se ne volava via, la legavo alla spalliera del letto. Mi tremavano le spalle. Le puerpere sono fragili come gusci d’uovo, lo raggiungevo nell’altra stanza. Era pur sempre corpo, respiro. Mi sdraiavo sul divano accanto a lui, cercavo il suo abbraccio, mi respingeva. Il latte riempiva i seni, sbocciava dai capezzoli, il bimbo succhiava senza saziarsi. Piangeva, si torceva, lo chiudevo nella culla come in una bara e lo guardavo con gli occhi sbarrati le gambe molli le braccia sciolte. Mi era cresciuto nel ventre e si era fatto strada nella mia vagina lacerandomi con la sua grossa testa e tanto lo avevo atteso, ma era ancora il mio bambino? Somigliava sempre più a suo padre. Nell’acqua del bagno mi sgusciava dalle mani, lo perdevo e lo riacciuffavo, gli stringevo addosso l’asciugamano e lo rivestivo. Scalciava come un puledro. Mi mordeva la faccia con la sua bocca senza denti, con le gengive polpose e dure, dal sapore dolce come zinzuli. Il bambino perde peso, disse, guardando il suo corpo nudo sul fasciatoio, una mattina. Parlava tra i denti, minaccioso come un temporale. Il mio latte non era più buono, gocciolava mischiato a sangue. Il seno era duro grosso e venato d’azzurro, sui capezzoli crescevano le croste. Scaldavo il cuscino e me lo stringevo addosso. Sciogliti latte, sciogliti. Gli avrebbe dato latte di mucca, disse, gli animali erano migliori madri di me. Andava con la levatrice, si portava addosso il suo profumo. Nell’altra stanza sognava di lei. Camminavo sempre al buio, scalza, mi facevo bastare le luci del cortile. Il cuore fa rumore, di tuono. Col bambino stretto al petto, pensavo a lui nell’altra stanza e un nodo mi serrava la gola. Mi avvicinavo al divano, lo guardavo dormire e il mio corpo tremava. I suoi occhi erano lame affilate. Fissava il suo sguardo nei miei occhi e la sua mano destra mi agguantava il collo. Usciva nella notte, si rifugiava in altri letti, tra altre braccia. Il silenzio della casa era doloroso come un grido. Guardavo il mondo di traverso, camminavo in punta di piedi, sbattevo contro gli spigoli, cadevo e mi rialzavo. Non ci sono più i manicomi. Solo stanze, corridoi, bagni che sembrano latrine, odore di piscio e di sudori rancidi. Vergogne esposte e occhi che palpano o vomitano disgusto. Mostriamo pelle tremula, corpi tracimati, bocche fornaci. Niente vestiti niente mutande solo camici bianchi tutti uguali, sbottonati strappati consunti. Il cuore delle donne è un gomitolo di lana, fili spezzati, fili annodati. Il ricordo del primo latte, del primo taglio, della carne recisa. Non lasciarmi mamma, riportami nell’acqua saporosa del tuo ventre. Carezze sciolte nel veleno degli uomini. Del padre selvaggio. Le donne vivono sulle soglie, le donne non hanno confini, non ci sono porte chiuse, chiunque può entrare. Sotto gli abiti nascondevo i sui morsi. L’impronta dei suoi piedi. Guardavo atterrita il bambino piangere e non sapevo consolarlo. I miei seni erano diventati flaccidi. Il latte se n’era andato. Beveva il latte di suo padre, mungeva le mucche e glielo portava ancora caldo. Beveva dal biberon, le mani incollate alla bottiglia, la bocca vorace, gli occhi fissi nei miei. Volgevo lo sguardo verso la finestra, mi guardava con gli occhi di suo padre. Gli cresceranno i denti e azzannerà la mia pancia gonfia come un barile, scalcerà anche lui pensavo, in certi momenti, accecata dal sonno, stordita dal suo pianto inconsolabile. Non piangeva più per la fame, si contorceva nella culla, forse erano i vermi, forse l’abbandono, cercava ancora i miei capezzoli. La notte vedevo le anime dei morti passeggiare nelle stanze. La mattina che fuggii lo sollevai per le braccia e lo scrollai fino a quando la testa non gli ciondolò sul petto. T’ammazzu! gli dissi. M’ammazzu! gridai. Lo lasciai alla vecchia della casa di fronte, le chiesi di guardarlo un momento, per carità. Non provavo rimorso, chiunque sarebbe stata migliore madre di me. Salii sull’autobus e raggiunsi il santuario della madonna della neve. Sorgeva su una collina e il campanile svettava nel cielo pervinca. Pensavo che sarebbe stato un volo magnifico, avrei visto tutta la vallata. Salii le scale a gomito, strette e sbeccate che portavano in cima. Mi affacciai e guardai le case, le vie animate come i sogni. Scavalcai la ringhiera. Sentivo il vento soffiarmi nelle orecchie. Qualcuno urlò dalla strada. Qualcuno si sporse sul parapetto del campanile. Qualcuno mi riportò indietro. Mi legarono le fasce attorno al corpo, sentii un calore umido nelle cosce e vidi il piscio giallo scorrermi lungo le gambe e poi giù sull’asfalto lucido di sole. Avvampai. Non torno indietro, non torno! Il silenzio non abitava i manicomi. Urla e rumore di catenacci, cancelli sbattuti contro i muri. Non c’era differenza tra il giorno e la notte. Le grida delle donne mi agghiacciavano, le loro risate sguaiate si incollavano sulla pelle e non andavano via neanche sotto la sferza della doccia gelata del mattino. Col buio, le mani venivano a cercare carne bollente, chiudevano bocche, soffocavano singhiozzi. Mia madre non mi ha mai scritto un rigo, non è venuta a cercarmi. Tutti hanno finito col dimenticarmi. Neanche il bambino è mai venuto. Sono la sua madre assassina. Da questo luogo non è mai uscito nessuno fino a quando non li hanno chiusi. Mi hanno liberata nel mondo e non sapevo dove andare. Il manicomio era la mia casa. Fuori tutto era troppo grande, troppo smisurato. Guardavo i piedi che calpestavano la terra e me li sentivo addosso, rasentavo i muri. Rivoglio le mie sbarre, le mura alte del cortile! urlavo. Mi hanno riportarono indietro. In questo spazio chiuso con tante stanze e i bagni che sembrano latrine, dove il medico viene a grattare i muri della memoria e guarda negli interstizi, nelle buche delle serrature, nelle fughe dei mattoni. In questo luogo senza compassione. E’ una giornata di fine ottobre, la pioggia flagella la strada, i marciapiedi, le aiuole, le grondaie, i vetri delle finestre. Il cielo è acqua.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica racconti il 17 dicembre 2015