Relativo e assoluto

Antonio Moresco



Nel 2004 ho firmato, come molti altri in Italia e in Francia, un appello contro la revoca del diritto d’asilo per Cesare Battisti. Assieme ad alcuni altri, avevo aderito all’appello con questa specifica motivazione:

«Non abbiamo gli elementi per esprimere un giudizio approfondito sulla vicenda processuale che portò molti anni fa alla condanna all’ergastolo di Cesare Battisti, da quindici anni rifugiato in Francia. Né abbiamo alcuna comprensione nei confronti delle logiche del terrore di qualsiasi provenienza né insensibilità verso la sofferenza di coloro che ne sono stati e ne sono vittime.
Ma non ci sembra che vi sia giustizia nel sottoporre una seconda volta, dopo tanti anni, a una procedura di estradizione la stessa persona per la quale era già stata negata una prima volta. Sarebbe come portare di nuovo sul patibolo un condannato a cui all’ultimo momento si era deciso di commutare la pena.
Inoltre non ispira un senso di giustizia l’impressione che a dettare i tempi e i modi di questa operazione siano in realtà contingenze politiche interne, per di più da parte di un governo che, in questa stessa materia, si è generalmente distinto nella pratica dei "due pesi e due misure" (rogatorie, immunità parlamentare, rifiuto di ratificare il mandato di cattura europeo….) e nell’attacco frontale alla Magistratura del nostro paese.
Ci uniamo perciò all’appello rivolto alle autorità francesi affinché non si prestino a un gioco che più che agli interessi della giustizia e della verità sembra obbedire a logiche di altra natura.
Sergio Baratto, Carla Benedetti, Ivano Ferrari, Andrea Inglese, Helena Janeczek, Antonio Moresco, Aldo Nove, Tiziano Scarpa, Giorgio Vasta, Dario Voltolini» [L’originale qui.]

Queste le ragioni comuni di quelle firme. Le cose che aggiungo ora sono invece a titolo del tutto personale:

In questi giorni, a sette anni di distanza e in un diverso passaggio della stessa vicenda, si è scatenata una campagna politica e mediatica contro gli scrittori rei di avere a suo tempo firmato e per questo motivo criminalizzati. Perché è così che ci si rapporta con gli scrittori e ci si ricorda di loro, in Italia, in questi anni: quando bisogna usarli in un modo strumentale o nell’altro, come delle marionette o come dei bambini da spaventare e mettere in riga attraverso campagne mirate e liste di proscrizione, per scopi e fini quasi sempre di altra natura. Il tutto da parte di persone e compagini politiche e mediatiche che hanno dato prova della massima insensibilità civile, spregiudicatezza, disprezzo delle leggi, disinformazione, cinismo, che inneggiano alla xenofobia e alla cattiveria, che evocano scenari da guerra civile e l’esistenza di uomini armati da far scendere dalle valli…
Così mi è ad esempio successo (come anche ad altri) di trovarmi nel giro di pochi mesi prima criminalizzato da sinistra perché pubblico presso case editrici del gruppo Mondadori e adesso criminalizzato da destra per avere firmato sette anni fa uno specifico appello per Cesare Battisti. Tutto questo con punte grottesche di zelo persecutorio, come quello di un assessore veneto alla Cultura che propone di espellere dalle biblioteche pubbliche i libri degli scrittori colpevoli di questo crimine.
Come se, nell’Ottocento e nel Novecento, si fossero messi al bando gli scrittori le cui posizioni non collimavano con l’uno o l’altro dei zelanti politici e funzionari di turno. E allora uno avrebbe messo al bando Tolstoj perché era un anarchico cristiano e un sovvertitore dell’ordine costituito, un altro Dostoevskij perché era un "reazionario", un altro Goethe perché aveva stretto la mano a quel massacratore di uomini di Napoleone, di cui era un grande estimatore, un altro Balzac perché era un monarchico legittimista, un altro Stendhal per ragioni opposte, un altro ancora Victor Hugo oppure Zola per le loro prese di posizione nel contesto politico e culturale del tempo, altri ancora, per altre ragioni, Leopardi, Darwin, Marx, Nietzsche… oppure Malaparte perché era fascista, Jűnger perché era nazista, Majakovskij e Brecht perché erano comunisti, ecc……
Quando avevo dato la mia firma -che non ritiro e che non ritratto- ero rimasto colpito soprattutto dalle numerose contraddizioni e incongruenze dell’impianto accusatorio e da altre discutibili cose, anche se non mi nascondevo dietro un dito e non mi ero fatto l’idea che Cesare Battisti fosse un angioletto. Ma, tanto più adesso, di fronte a questi metodi, non mi pare ci possa essere nessun confronto dialettico. In un simile clima non ci si può incontrare a metà strada e non si può scendere a patti. Si può solo, a mio parere, pretendere qualcosa di più di questa singola demonizzazione, continuando a porre delle domande cruciali e scomode sulla nostra storia di questi decenni e sulla nostra vita nazionale, domande che ancora non hanno avuto risposta. Perché anche questa vicenda, se non ci si appiattisce e non ci si fa spaventare da questa grancassa che sta accomunando tutti, senza distinzioni politiche e culturali, per paura di non essere politicamente o moralmente corretti, è illuminante del clima di ipocrisia e di rimozione che pesa come una cappa sulla nostra vita e sul nostro futuro.
Io non provo alcuna particolare simpatia né indulgenza per Cesare Battisti e non sono d’accordo con lui quando parla di responsabilità collettive e spirito del tempo, perché con ragionamenti simili si potrebbero allora giustificare persino i carnefici di Auschwitz. Però vedo, non posso non vedere che, di quanto è successo negli anni di piombo, vengono di volta in volta estrapolati solo alcuni episodi e alcune figure e non altri, in questi anni di merda, attraverso meccanismi selettivi e mirati che deformano e minimizzano la natura, l’entità e la gravità del male che ha oppresso per tanti anni la nostra vita e quella del nostro paese, e che la opprimono ancora.
In quegli stessi anni e negli anni successivi non ci sono stati infatti solo alcuni cani sciolti impazziti, ma ci sono stati anche veri e propri episodi di guerra dispiegata, tentativi di colpi di stato, stragi (Piazza Fontana, Brescia, Bologna, Ustica…), eppure su tutto questo continua a esserci un velo. I processi, il più delle volte, non hanno trovato colpevoli, oppure i presunti autori e chi li ha istigati e coperti sono in giro liberi per il mondo, si sono rifatti, come suol dirsi, una vita, di loro non sappiamo nulla, sono diventati invisibili, non appaiono un giorno sì e uno no sui giornali, qualcuno di loro avrà fatto la sua piccola, sporca carriera, altri sono diventati uomini d’affari, manager, intorno a loro, intorno a questo enorme scandalo non si scatenano campagne mediatiche, nessuno chiede ad altri paesi l’estradizione, i professionisti dell’eloquenza morale non producono su tutto questo i loro sermoni. Perché? Forse perché questo enorme, irreparabile male ha coperture ben più potenti, palesi e occulte, nazionali e internazionali, e non c’è niente da guadagnarci a voler sollevare il velo, perché era ed è dentro un gioco geopolitico criminale infinitamente più grande, mentre è solo il piccolo criminale, quello facile da eleggere a simbolo e a feticcio onnicomprensivo che copre e nasconde tutto il resto ciò che si addita come solo e unico male.
Perché -mi domando- le componenti democratiche, politiche, culturali e mediatiche, persino in un momento così oscuro e inquietante della vita del nostro paese, invece di appiattirsi su campagne pilotate da altri e su descrizioni deformanti e parziali di quanto di anomalo e grave è successo nel nostro recente passato, non colgono invece l’occasione di questa specifica battaglia -dove è naturalmente nel loro diritto schierarsi come meglio credono- per allargare lo sguardo, per aprire l’orizzonte, per rilanciare? Perché non chiedono, perché non pretendono la verità, tutta la verità, a tutto campo, per poter riprendere la nostra vita associata su tutt’altre basi? Non possono farlo? Ma perché non possono farlo? Perché nessuno dei governi che si sono susseguiti in questi decenni in Italia, di destra oppure di sinistra, ha mai fatto luce su tutto questo, ha mai aperto le zone più profonde e segrete degli archivi, ha mai tirato fuori gli scheletri dagli armadi e guardato in faccia tutto l’enorme male che ha attraversato la nostra vita? Perché non è successo niente di tutto questo? Perché ogni cosa è stata insabbiata? Meglio allora sollevare i piccoli stracci, evidenziare il piccolo delinquente, l’indifendibile, il piccolo, presunto assassino, mai quelli grandi, come si usa fare in Italia e come ci aveva già raccontato due secoli fa uno dei nostri grandi scrittori.
Ma, se qualcuno pone loro queste domande, fanno finta di non capire, fanno finta di niente. Tirano diritti per la loro strada. Perché anche lo scandalo va gestito, e gli scandali piccoli sono buoni a coprire gli scandali grandi.
Ma i morti sono morti -mi obietterà a questo punto qualcuno- non si puo relativizzare. Sono d’accordo, completamente d’accordo. Però non posso non vedere che ci sono due pesi e due misure anche in questo: alcune cose, alcune vite e alcuni fatti sono sempre relativi mentre altri sono sempre assoluti, e a lungo andare questo spettacolo dà il voltastomaco. Perché così non va: o sono sempre relativi o sono sempre assoluti. Se sono sempre assoluti io ci sto, e allora sì che ha senso parlare di tutto, Cesare Battisti compreso. Ma se il gioco è un altro, se le cose sono a seconda delle convenienze e dei casi relative o assolute, allora io non ci sto a questo gioco.
Ecco, sono queste, mi pare, le domande che invece bisognerebbe porci, le verità cui bisognerebbe mettere mano per cercare di rigenerare il terreno della nostra vita in questo povero paese da troppo tempo incartato. E anche altre. Ad esempio: Perché in Italia è successo quello che è successo? Perché sta succedendo ancora? Perché l’Italia è stata e resta ancora una simile anomalia all’interno del nostro continente? Perché da noi c’è stato un simile mattatoio? Che gioco è stato giocato sulla nostra pelle, mentre ci parlavano d’altro, ci facevano vedere altro? Quale prezzo abbiamo pagato? E per cosa? Perché sono state messe le persone le une contro le altre, una parte di una stessa generazione contro un’altra, mentre quelli che continuavano a dominare dietro le quinte sono rimasti sempre gli stessi? Che cosa possiamo, che cosa dobbiamo fare di tutti i morti che ci sono stati, da una parte e dall’altra? Che spiegazione possiamo darci, che ragione? Che degna sepoltura possiamo dargli? Che cosa fare di tutti quegli assassinati? Che cosa fare di tutti quegli assassini?








pubblicato da a.moresco nella rubrica democrazia il 20 gennaio 2011