Nel tumulto degli anni ’70 con La banda Bellini

Silvio Bernelli



Conosco Marco Philopat fin da quando portavamo i pantaloni stracciati. L’anno era il 1982, il luogo il Virus di Milano ed entrambi non avevamo alcuna idea dei libri che avremmo scritto. Non diventammo davvero amici, ma negli anni successivi avremmo calcato la scena hard core punk italiana, incontrandoci tantissime volte. Poi passò più di un decennio di silenzio fino a che mi ritrovai davanti Costretti a sanguinare, il primo romanzo di Philopat, imperniato proprio su quella vecchia scena.

Da allora in poi i nostri rapporti hanno ritrovato la misteriosa, inesprimibile solidarietà tipica dei veterani. Alcuni anni fa Philopat fu persino l’editore di un mio libro. Tutto questo per dire: l’imparzialità di questa recensione potrebbe sembrare farlocca fin dall’inizio. Ma preferisco correre il rischio del conflitto d’interessi e scrivere di La banda Bellini, perché se lo merita.

Secondo romanzo di Marco Philopat, uscì nel 2002 per la Shake, della quale il nostro autore era uno dei soci, poi venne pubblicato dall’Einaudi. Oggi La banda Bellini torna in una nuova edizione firmata Agenzia X e il fatto stesso che un libro come questo ritrovi la strada delle librerie solo grazie a una casa editrice di nicchia – per di più di proprietà dell’autore stesso del romanzo - è il segno di come oggi i grandi editori non siano più interessati a costruirsi un catalogo. Ciò che conta è la sensazione del momento, il best seller da bruciare in pochi mesi e per sempre. Ultimo dato editoriale: in quest’ultima versione del libro sono compresi dettagli mancanti in quelle precedenti, a causa di alcune questioni giudiziarie all’epoca ancora in corso.

La banda Bellini è il racconto in prima persona di Andrea Bellini, negli anni ‘70 leader del pacchetto di mischia sbucato dal popolare quartiere Casoretto per difendere e guidare i cortei dell’Autonomia milanese. Grande e grosso, guascone e con un spiccato talento per il sesso femminile, Bellini riversa sul registratore di Philopat la sua storia tumultuosa, qualche volta balorda, altre commovente. Le pagine del libro sono una sequenza di cortei, molotov, lacrimogeni, cariche, assemblee, parole d’ordine, slogan, occupazioni. Sullo sfondo, molti eventi che hanno fatto la storia di questo paese: la strage di Piazza Fontana, il referendum sul divorzio, gli scontri del 5 maggio 1977 a Milano.

Nella voce di Andrea Bellini c’è una predilezione per la violenza che oggi pare incomprensibile. E se è certamente vero che gli anni ’70 furono il decennio delle bombe, dei servizi segreti deviati e dei picchiatori fascisti, è anche vero che una cosa è combattere il fuoco con il fuoco, e un’altra è farlo con l’intelligenza, la creatività, le idee. Persino l’incontenibile Bellini in uno dei passi più intensi e amari di questo romanzo si ferma a riflettere sulle sue gesta. “Il 1977 non l’avevo capito nella sua essenza - quell’anno mi era sfuggito via troppo veloce - come un flash paralizzante - e io muovevo i piedi come un palombaro… (…) Tra i flutti della tempesta non abbiamo nemmeno trovato il tempo di fare ciao ciao con la manina ai nostri amici marziani e siamo finiti - sfracellandoci - contro gli scogli della storia - quella ufficiale - quella che ci viene raccontata da chi vince sempre.”

Considerazioni politiche a parte, il motore di questa finta autobiografia è comunque lo stile percussivo di Philopat. La scrittura - letteralmente - scoppia in bocca, fa tremare i vetri, picchia come un maglio. “Gli scarponcelli - splash splash - inzuppati di melassa rossa nella pozzanghera ancora calda”. E poi ancora: “La pietra schizza in cielo con una parabola talmente alta da metterci un’eternità ad arrivare - i pulotti guardano all’insù e dopo qualche secondo si rilassano - poi TTOOOOONG - sull’elmetto il rumore è bestiale - TTOOOOONG CRAAAACCCK…”

In mezzo a tutta queste deflagrazioni, alla colonna sonora della battaglia, si fanno largo qua e là nel romanzo delle aperture poetiche e persino in rima, quasi tutte dedicate alla vita sentimentale di Andrea Bellini. “L’Annarita - la paolotta d’oratorio - m’ha naturalmente mollato - tra la nebbia s’è involata - manco le sigarette m’ha più dato”. Insomma, il suono è il vero protagonista di questo libro; quello del passi calcati dei cortei, dei bastoni che picchiano sugli scudi, delle molotov che si infrangono al suolo, delle autoblindo che rombano, dei colpi di pistola. E più di tutto, dopo 200 pagine scritte senza mai alzare il piede dall’acceleratore, della vicenda di Andrea Bellini e i suoi amici al lettore di oggi resta in testa un ritmo, un tempo, un rumore. Lo sferragliare vibrante ma anche terribilmente pericoloso di un decennio che, a quarant’anni di distanza, è ancora in grado di lanciare il suo monito: non imitare, non ripetere.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica libri il 13 dicembre 2015