Il giardino delle mosche (ancora)

Teo Lorini







Il giardino delle mosche è la storia di un mostro.

Già nel suo precedente romanzo, lo splendido Il demone a Beslan (Mondadori, 2011), Andrea Tarabbia, aveva esplorato una faccia del Male: quello diffuso nella Russia delle guerre cecene di Putin e coagulatosi nel complesso scolastico di Beslan, durante il sequestro e l’eccidio del settembre 2004. Con questo nuovo libro, Tarabbia prosegue la sua investigazione, tanto da comporre, come lui stesso ha dichiarato, un dittico che dovrebbe “ripagare il debito con la Russia e la sua letteratura”.
Il giardino delle mosche non è però un seguito o un banale epigono del Demone. Andrej Romanovic Cikatilo, ucraino, membro fervente del PCUS, insegnante, marito e padre di due figli, è stato forse il più efferato, certo il più celebre assassino seriale dell’ex-Unione Sovietica. Nell’arco di dodici anni ha ucciso almeno 56 persone (e forse molte altre, impossibili da provare), accomunate tutte dal fatto di essere degli emarginati, degli irregolari, incapaci di trovare una collocazione esatta in quell’astratta geometria che era la società immaginata dai leader del Partito.
Fossero donne, bambini o giovani, Cikatilo infierì sempre in maniera spaventosa sui loro corpi, mutilandoli e nutrendosene fino a guadagnarsi appellativi sensazionalistici come quello di cannibale o, appunto, “mostro di Rostov”. Nel romanzare la vicenda, Tarabbia non si limita però a un elenco di omicidi ed efferatezze, ma risale nel tempo sino all’infanzia di Cikatilo e, soprattutto, lascia che sia lui a raccontarla entrando con i mezzi della letteratura nella testa e nel cuore dell’assassino, come ne Il demone a Beslan ci aveva accompagnato fra i pensieri del terrorista Marat.
Mentre nel Demone la violenza, come prescrivevano le norme della tragedia greca, avveniva sempre fuori scena, qui Tarabbia lascia che Cikatilo la descriva in tutta la sua feroce oscenità. Ne risultano pagine angoscianti (a volte persino insostenibili) e al contempo piene di meraviglia in cui lo stile di Tarabbia, la sua perentoria padronanza della lingua e la sua capacità di dar vita a immagini indimenticabili trasfigurano i crimini, e ne fanno altrettante icone del Male che abita quest’essere fragile chiamato uomo.

Nel terrificante e allucinato monologo che Cikatilo rivolge al poliziotto che lo ha catturato, emerge così il passato dell’assassino, l’elenco di sopraffazioni e violenze in cui egli ha trascorso la propria vita: cresciuto in Ucraina negli anni in cui Stalin requisì ogni scorta di grano, scatenando una carestia tanto brutale da spingere gli abitanti sino al cannibalismo, di cui fu vittima anche Stepan, il fratello che Andrej non ha fatto in tempo a conoscere, Cikatilo ha visto i soldati tedeschi stuprare sua madre, è stato schernito da quella stessa madre per la sua incontinenza e da molte altre donne per la sua impotenza, ha subito, soldato, la violenza dei suoi commilitoni e, al culmine di tutte queste umiliazioni, ha creduto a chi gli prometteva un mondo migliore, con un posto per tutti gli uomini, anche quelli come lui. Ha venerato quello Stalin che suo padre, spedito al fronte nel ’41 e tornato nel ’49, piagato dalla prigionia, chiamava “il grande cannibale” ed è proprio sotto gli occhi di un ritratto di Stalin che Cikatilo fa la sua prima vittima, una bambina di nove anni.
È vero dunque che, come dice Tarabbia, Il giardino delle mosche verte sul potere e sulla sua profonda disumanità: Cikatilo è convinto infatti di contribuire, con i suoi delitti alla costruzione di un’Utopia che esiste in primo luogo in ragione del potere soverchiante di cui s’è dotata. Al contempo però è un romanzo che indaga la fragilità della condizione umana, che si prende il rischio di perlustrare questo leopardiano giardino di Male che si chiama vita, e nel quale il miserabile, il feroce Andrej Cikatilo si è costruito la sua folle strada con la tenacia ottusa di una formica.
Andrea Tarabbia ha composto un romanzo straordinario, meraviglioso e terribile come solo i grandi libri sanno essere, un’opera che scruta senza indietreggiare nel fondo dell’abisso e che, per quanto arduo possa sembrare, alla fine della lettura ci fa il dono di una compassione nuova.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 10 dicembre 2015