Il marmo e il sangue

Roberto Gerace






La terra bianca di Giulio Milani è un romanzo-inchiesta sui contraccolpi ambientali dell’attività industriale nelle province di Massa e Carrara. Bisognerebbe dire insieme: autobiografia intellettuale e politica, periegesi storica di un territorio di confine, pamphlet d’attualità, saggio antropologico di matrice girardiana, tranche di romanzo familiare, racconto resistenziale. Non si sarebbe potuto scrivere questo libro senza un’approfondita conoscenza di René Girard, il filosofo morto da poco di cui Milani è stato non a caso il secondo editore in Italia. La topica deprecatio della classe dirigente italiana, e nello specifico apuana, per esempio, trova nella rodatissima griglia interpretativa del capro espiatorio un valido giro di chiave: se basta chiudere una fabbrica dopo un’esplosione di insetticida per far dimenticare generazioni e generazioni di morti premature e malattie respiratorie e percentuali di tumori, allora è proprio vero che non si grida all’orrore se non proprio davanti alle fosse comuni - e non è detto. Una storia di sottile omertà, si direbbe, se per decenni una minima parte soltanto della società civile locale (per non parlare di quella politica) si è davvero occupata di temi giuslavoristici e ambientali. Una storia di mafia, se si guardano i numeri delle infiltrazioni di Cosa Nostra prima, di camorra e ’ndrangheta poi nell’alta Toscana: terra che solo mostra il suo bel volto se altra mai - se si può parlare a ragione di Terra dei fuochi del Nord. Una storia di Grandi Opere, come il porto di Carrara di cui si parla nel libro o, in fantascienza, il Ponte sullo Stretto di Messina: di progetti sovradimensionati con metodo, cioè, e monnezza sotto il tappeto, di realtà che si presenta sempre in forma di alluvione, di emergenza, di alibi. Molto belle sono le pagine in cui, instaurando un’equivalenza, suggerendo una propaggine, si paragona lo spirito di sacrificio del soldato che torna dalla campagna di Russia e si fa partigiano alla virilità fraintesa e cocciuta del cavatore che scambia le proprie ganasce per mito di libertà superiore, il physique du rôle dello schiavo per quello del dio; e a partire da cui l’analogia fra il marmo delle cave e la neve del Generale Inverno stende un’uniforme metafora pavimentale su tutto il libro - quella solcata da chi "a tratti sentiva i piedi che sprofondando sfioravano uno strato più molle, e immaginava qualcosa fuggire con bagliori biancastri", giù per le sabbie ingovernabili, nella "marmettola" della Storia che altri, sempre altri tengono dal manico - rullo che rivernicia di bianco sempre tutto. Acquisizione del libro, poi: non c’è cinismo che non sia fatalista, non c’è nichilismo che non scorti un primitivo, terragno idealismo - una fede nel magnete del destino che ti porta a dire che, morire per morire, meglio per una malattia che per la fame. Di cosa parliamo quando parliamo di Bel paese? Del ricatto, della ghigliottina tesa fra lavoro e morte? Dell’Ilva? Del lavoro gratuito all’Expo? O del dolce stil novo ch’i’ odo? Quanti cavatori sono morti per una statua di Michelangelo? Milani fa polemica con Philippe Daverio, il critico d’arte che si dice fiero d’essere italiano quando dalle coste della Versilia volge in alto lo sguardo allo spiovere delle Apuane, al gioco a rimpiattino che fanno con l’orizzonte, col litorale, perché è da lì che la pasta del marmo e la pasta dell’arte hanno cominciato a impunturare serrate armonie perché il David avesse un volto. Così il libro potrebbe anche intitolarsi, per usare una battuta, "alla faccia del David": eppure nessuno mi leva dalla testa che, anche se non è una scusa valida (o proprio per questo, forse), non c’è arte senza violenza e forse anche sopraffazione; che per esempio il Romanticismo non ha fatto altro che interiorizzarla, questa violenza, dandosi arie di eliminarla - preparando la strada a tutto lo stuolo di poeti suicidi, musicisti suicidi, cineasti suicidi, pittori suicidi, che forse spesso hanno solo visto a fondo o creduto di vedere che l’arte è la Storia che sanguina e che un salasso di sangue coagula sempre nelle splendide forme, nei veli elettrici di ogni marmo esangue, anche se non vogliamo saperlo.




Giulio Milani, La terra bianca, Laterza, euro 19


L’immagine in alto è una foto di David Rose ed è presa da qui.








pubblicato da r.gerace nella rubrica libri il 9 dicembre 2015