Il libro maschilista di Bruno Vespa presentato dall’ex rottamatore Matteo Renzi

Christian Raimo





Ieri al tempio di Adriano a Roma il presidente del consiglio Matteo Renzi ha presentato l’ultimo libro di Bruno Vespa, Donne d’Italia, appena pubblicato da Mondadori.
Così il rottamatore, il giovane sindaco idiosincratico ai riti del potere, ha celebrato anche lui questa liturgia dal gusto vassallatico che ogni anno si svolge qualche settimana prima di Natale.
L’ultima volta c’erano Pierferdinando Casini e Silvio Berlusconi, due anni fa sempre Renzi con Angelino Alfano, gli anni ancora prima i leader dei vari schieramenti, in una tradizione che di fatto risale alla Prima repubblica.
Renzi ci ha scherzato anche su: “È un obbligo istituzionale per il presidente del consiglio partecipare alle presentazioni dei libri di Vespa, è come andare al G7, come chiedere la fiducia alla Camera…”.

Però al di là dell’ironia, la vischiosa eccezionalità di una classe politica, di un presidente del consiglio che deve omaggiare un giornalista è evidente a chiunque.
Ma non è questa l’unica anomalia che dovrebbe far riflettere Renzi, che un po’ si mostrava imbarazzato di fronte al paternalismo gongolante di Vespa; quanto anche lo svolgimento del rito.

Renzi ammetteva candidamente: “Io non l’ho letto il libro”; e – altra stranezza che si verifica solo alle presentazione dei libri di Vespa – si sottoponeva placido alle sue domande, in un ribaltamento di ruoli. Alle presentazioni di Vespa del libro non si parla, tanto.
E Vespa non faceva nemmeno finta che si dovesse parlare del libro e cercava di stuzzicarlo su questioni di attualità politica: la reazione all’Isis, i candidati di sindaci del Pd, il bonus di 500 euro ai diciottenni.
Renzi rispondeva in maniera vaga – vedremo, ci dobbiamo pensare, stiamo riflettendo – e poi cercava di virare sulla retorica dell’Italia che sta ripartendo, dell’importanza della cultura.
Su quest’aspetto, l’importanza della cultura, insisteva molto, producendo uno strano effetto straniante: ammetteva di non aver letto il libro, di non essere esperto di storia d’Italia e di essere abbastanza scarso nelle materie scientifiche (“Quando ho visitato il Cern ho fatto finta di capire ma mica capivo. Sono stato rimandato in scienze al liceo”).

Leggerlo, Donne d’Italia ossia Da Cleopatra a Maria Elena Boschi (come recita il sottotitolo), gli avrebbe di fatto posto qualche interrogativo. Perché in 423 pagine che raccontano cento donne da Messalina e Cornelia a Cristina di Belgioioso e Anita Garibaldi a Marina Berlusconi e Laura Biagiotti manca completamente il femminismo. Per dire: nell’indice dei nomi alla L possiamo trovare Giulia Ligresti (e il padre Salvatore), ma non Carla Lonzi; alla lettera M c’è Emma Marcegaglia ma non Luisa Muraro (Dacia Maraini compare solo per la risposta che diede a Oriana Fallaci nel 2001). Non c’è Carla Accardi, non c’è Rosi Braidotti, non ci sono le lotte del femminismo negli anni ’60 e ’70, non c’è la storica Libreria delle donne di Milano, le centinaia di associazioni, riviste, movimenti culturali che hanno rivoluzionato la storia italiana nel Novecento e altre che oggi sono ancora una parte fondamentale della politica contemporanea.
Ma ci sono assenze ancora più clamorose: come il nome di Franca Viola, la prima donna a rifiutare nel 1965 (a 17 anni) il matrimonio riparatore dopo uno stupro. Sarebbe come se un libro sulla storia dei neri negli Stati Uniti non menzionasse Rosa Parks.
Non c’è nessuna donna omosessuale.

Ma non è soltanto questo il peccato culturale grave del libro di Vespa e quindi dell’endorsement di Renzi. Le cento protagoniste che vengono raccontate in Donne d’Italia spesso vengono riempite di complimenti, di notazioni su quali gioielli amassero indossare, se mettessero la minigonna oppure no, se riescono a conservarsi desiderabili anche dopo i cinquant’anni – con frasi del tipo “Non c’è ritratto di Anna Finocchiaro che non cominci con un inno alla sua bellezza” (e poi una pagina di disquisizione sulle sue forme) o “Adesso che ha quarant’anni Mara Carfagna il fisico statuario e la preparazione politica si è consolidata”.
Di ogni donna si cita chi è il padre, chi il marito, le relazioni che ha avuto, con chi si è sposata, quanti divorzi ha fatto, con chi sta adesso, se il suo uomo è ricco. Tutto Le donne d’Italia è maschiocentrico. Persino nelle citazioni dell’indice dei nomi i maschi si prendono almeno i due terzi dello spazio – anche perché la maggior parte degli articoli citati (il libro di Vespa non sono altro che una raccolta di virgolettati e citazioni da vari giornali) sono scritti da uomini, spesso da uomini con toni francamente e fieramente maschilisti.

Renzi non incarna di certo questo maschilismo esplicito, ma è da notare che quando cita i ministri uomini come Alfano e Padoan li chiami per cognome, mentre quando deve ringraziare le ministre, le ricorda come se fossero sue amiche: Marianna, Beatrice, Roberta...
Del resto, accanto a Renzi e Vespa sono schierate, a mo’ di vallette e rappresentanti dell’oggetto del libro, Fabiola Gianotti – neo-presidente del Cern – e una giovane ricercatrice, Sara Valentinetti. A loro viene concessa la parola all’inizio e un saluto, per lasciarle dire che sì è importante la parità tra i sessi, e che dovrebbero essere stanziati più soldi per la ricerca. Poi una pacca sulla spalla e via. Mentre nessuno cita i tagli di questi giorni ai fondi per le pari opportunità o la protesta nazionale dei ricercatori universitari che proprio oggi erano in assemblea a Roma.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 2 dicembre 2015