L’assedio della gioia

Francesco Brancati






Da La grammatica dell’assedio


I timpani ascoltano il movimento
biancastro nell’assai acuto dormire
delle tue notti. La gabbia ha sbarre
di conchiglie a le fenestre: sfiori
coi palmi il loro volgersi: bolla
sancta ti sorridono conciliari
e deposti baci e pietre su la fronte.
Il loro incedere può rendere
il pianto perché sporti giovincelli
intravisto hanno gli storpi ottoni
tuoi. Ridotti a poca cosa in
fra le navi del comò. Giunge poi
dal tetto Arcangiolo - una verde fune
abbagliata dal camino di Sylvia.
Annunciarti lui non può, bene non sa
campanellare la venuta de la legge,
traballare invece lo sorprendo in sopra
santi ghiacciati blister, sparsi scogli
della stanza.


***


La promessa


Conservare distese di rosari
conserte le mani; preservare
ampiezze di mattino
di riva in riva,
rugiadate le nostre
vergini occhiaie fin de siècle.
La promessa, inno sacro
macellato, lei spugna d’aceto.
Nostri cieli tersissimi noi al mattatoio,
la balbuzie di un feto tra la terra,
inesploso zeffiro.


***


Altri occhi violeranno nuvole altre
che i cieli offesi al nostro turchese
singhiozzare. Massacrammo dolci,
e ovvio flebile il ramo sanguinò
l’erta parola del tisico sole
nostro. Dirupò la biblioteca dei monaci
a vanto delle loro (noi invece la vendemmia)
rughe quasi sante svolazzanti.
E l’invito fu di carta.
Però insisti sulla carta, più forte
indica il massacro, nunzialo anzi
al vento semovente, in sempeterno
bisbigliare la piana cecità.

(La pianura accolse i morti e furono
montagne giornaliere).


***


Da L’emporio della peste


Dire delle nuvole sui covoni
dipanati in umide feralità;
dire della terra fradicia e infetta
giallina lei, cadaverina nella morte
iperionica della meridiana;
dire del sonno sbalzato fra le rotaie,
dire delle rotaie.
Dire d’Itaca involta, nascosta fra le
carte altre ne le tasche del giaccone.
Dire del brulicare ossuto e quotidiano
e della carne gelida – civetta lei, settica
sul secco ramo del tempo.
Dire di lei, usarle un senhal.
Dire del ritornello, facile se la preghiera
non muta e sempre resta
forma squassante la possibilità del dire.


***


Come se il ferro de la rugiada
dei suoi occhi dovesse essere
stanca altalena
di acquazzoni e arcobaleni,
uscimmo noi, pur carchi nei divari,
e l’aria di un novembre marcio e
frizzantino, umiliandola esaltava
la bovina levità del suo tardo trasognare
(la giambica purezza del ninnolo,
insistito e pendulo,
che il collo a lei cerchiava).
Gli astanti, le zolle terrose
delle mani, la fresca loro
sepoltura, ancora volseci
al sicuro tramortirsi
della rete del reticolo.



Scrivere dell’Assedio della gioia, la prima raccolta poetica di Francesco Brancati, è una divinazione. Perché, al di là dei ventun testi selezionati dall’autore e inviatimi, non conosco la raccolta nella sua interezza, né ho letto altro di lui. Ma se il mio intuito non mi inganna si è di fronte a testi rigorosi, sapienti, ben costruiti e consci della tradizione. Essa viene però usata ai propri fini per creare una personale e riconoscibile poetica che, senza cedere a un eccesso di erudizione o di poetese vuoto e stantio, è in grado di accostare forme arcaiche e desuete («Arcangiolo»; «a le»; «su la»; «de la»; «in sopra»; «su le»; «e ’l»; «ne lo»; «ne la»; «a la»; «zeffiro»; «putrendosi»; «radiche»; «nunzialo»; «sempeterno»; «feralità»; «iperionica»; «carchi»; «volseci»; «levità»; «fumicate»; «aere») a un lessico strettamente contemporaneo ma espunto dai vocaboli telematici: il risultato è espressionistico ma calibrato. Stavo parlando di tradizione perché i testi sono percorsi da riferimenti più o meno criptati che vanno dal Canzoniere di Petrarca a diverse strutture linguistiche e sintattiche di memoria rosselliana, così come per i ritorni di parole e per le tramature sillabiche. Autrice quest’ultima imprescindibile per un poeta contemporaneo e sulla quale il Brancati studioso ha svolto il suo apprendistato. Anche altri autori si celano dietro la scrittura (ad esempio Montale, Dante, Pasolini e un D’Annunzio parodizzato), ma questo forse non è il luogo opportuno per rintracciarli.
La raccolta è composta da due sezioni: La grammatica dell’assedio e l’Emporio della peste. La prima sezione, più narrativa, parla di come il sentimento della gioia stia assediando i soggetti poetici (si va infatti da un io a un tu a una terza persona singolare e a un noi). Gioia non come sentimento transeunte ma come unione dell’io, non più parcellizzato e disorganico, con l’ambiente circostante che, nel caso dell’Assedio della gioia, si tratta di uno spazio interno che assume alternativamente connotati di luoghi aperti («sparsi scogli»; «Giù de la scogliera | s’infranse l’armadio di spume»; «Un letto se forzato diventa fiume») e di ambienti chiusi («La gabbia ha sbarre | di conchiglie a le fenestre»). Questo spazio interno in grado di subire metamorfosi e cangiare è una stanza al tempo stesso reale - il luogo in cui si dorme e si è in intimità con se stessi o con un altro - e metaforica: è simbolo della mente, all’interno della quale i dati sensoriali vengono elaborati («tutte le stanze della testa»). Per ritornare alla parola gioia, che sembra essere il motore dell’intera raccolta, si deve ricordare che essa cela un concetto interpretabile in più modi: etimologicamente infatti veicola un senso di unione tra umano e divino che, sin dall’inizio, si manifesta nei testi attraverso l’apparizione di un arcangelo Gabriele un po’ incerto («Annunciarti lui non può, bene non sa | campanellare la venuta de la legge, traballare invece lo sorprendo in sopra | santi ghiacciati blister, sparsi scogli | della stanza») e prosegue con ritorni semantici («bolla sancta»; «conciliari»; «santi»; «inno sacro»; «rughe quasi sante svolazzanti»; «polverose trascendenze»; «Di notte il favore | del vento degli dei»; «santi | fogli»; «preghiera»). Inoltre, in francese gioia è jouissance, termine utilizzato sia per indicare la gioia che il godimento sessuale. Addirittura in questo senso jouissance oltrepassa il principio di piacere perché implica una sfida, una violazione, una trasgressione di ciò che è vietato. A quest’ultima accezione si lega la presenza della malattia, quasi un effetto collaterale della gioia stessa («tra la paralisi di un morbo»; «pullulando la patosi»; «Similmente pare un morbo la mano»; «il suono sghembo e ridanciano | della malattia»; «il nunzio angusto | del morbo»; «muto carcinoma | che dopo il silenzio | esplode»; «tumori dell’estate»). L’amore dà gioia ma è al tempo stesso una malattia secondo un topos classico che ha una chiara esplicitazione nel testo dedicato a Francesca Malatesta - modo meno comune di indicare Francesca da Rimini - compreso nella seconda sezione e nel quale la malattia d’amore si trasforma in odio e morte. Nella seconda sezione, Emporio della peste, i temi della prima parte vengono fissati per immagini, medaglioni, o motivi musicali espunti dal tema principale sviluppato nella Grammatica dell’assedio. Lo sguardo del lettore si sofferma quindi su alcuni dettagli che vengono ingranditi e messi a fuoco. Diventa inoltre più esplicito l’intrinseco legame tra gioia e scrittura: è l’assedio di questa emozione a obbligare il soggetto poetico alla scrittura: «Dire delle nuvole sui covoni | dipanati in umide feralità, | dire della terra fradicia e infetta |[…] Dire del brulicare ossuto e quotidiano | e della carne gelida […] | Dire di lei, usarle un senhal».
Non capita spesso di incontrare tanta bravura, perizia tecnica e godibilità: quelli che ho letto sono infatti testi che danno piacere e aprono porte all’immaginazione.
Giusi Montali



Foto in alto: Vivian Maier, Senza titolo








pubblicato da r.gerace nella rubrica poesia il 1 dicembre 2015