Il pianto dell’aragosta

Marco Simonelli






Marco Simonelli (Firenze, 1979) mette in versi scene di vita quotidiana sbarazzandosi dei gerghi più impegnativi della poesia italiana. Tra le maglie di una vocazione apprentemente minoritaria e bozzettistica di lontana ascendenza crepuscolare si apre però lo spazio di un «tu» che al contempo interpella drammaticamente ed è interpellato. Poesia degli incontri senza angelismi in cui anche i fantasmi non puntano empirei col dito («è tempo [...] di cieli più cupi»), ma chiodano al petto dolori terragni, «croccanti», che sfrigolano, appunto, come il pianto dell’aragosta che bolle e muore. Solfeggio regolato e arioso, fuori dai neometricismi anali. Riuso del pop e finanche del trash a vantaggio di un’ironia che è sempre sottile, di un’ambiguità delicata.



Asdrubale



Avresti fritto pure una ciabatta:
sarebbe stata asciutta
croccante calda e friabile
come i tuoi fiori di zucca.

Le tue mani significano cibo
le osservo attentamente quando posso
sono piccole, vecchie, farcite dalle rughe
mentre mescolano il manzo macinato
con l’aglio col formaggio e il pangrattato
e aggiungono un ciuffo di prezzemolo tritato.

Asdrubale passava al pianerottolo
gatto vecchio, lentissimo ed obeso:
un occhio cavo perso in una lotta
e un tumore in vista alla mascella.
Non sempre ci riusciva, quella bestia
a scendere le scale e farla nel cortile.

Un giorno lo trovarono nel prato
sembrava addormentato, poverino
aveva terminato l’agonia tutto da solo
non voleva lo sentissero nel rantolo;
la morte per i gatti è un fatto personale
se ne voleva andare senza disturbare.

Gli preparasti apposta una polpetta
friggendola con spugna naturale.
Lui ti leccò le dita, forse a ringraziarti
di quel boccone buono, offerta dell’addio.
Faresti lo stesso con me
se al suo posto ci fossi io.


Marco Simonelli, Il pianto dell’aragosta, edizioni d’if








pubblicato da r.gerace nella rubrica poesia il 1 aprile 2016