Dieci, cento, mille presepi

Sergio Baratto



Una modesta e credo ragionevole proposta per estendere l’obbligo del presepe in ogni scuola statale e difendere le nostre tradizioni da chi vorrebbe stravolgerle.

Io sono favorevole all’allestimento del presepe in tutte le scuole statali di ogni ordine e grado, anzi vorrei che rientrasse tra le attività obbligatorie nel periodo che precede il Natale. Addirittura, se fosse per me, ogni classe sarebbe tenuta a fare il suo presepe.

Poi, però, renderei obbligatoria una lezione dettagliata sul presepe. Tanto meglio se ci fossero studenti di altre religioni: scoprirebbero diverse cose interessanti e non penso che ne resterebbero offesi o la riterrebbero una mancanza di rispetto nei confronti della loro fede.

Il docente dovrebbe innanzitutto spiegare ai ragazzi che il presepe è nato nel Basso Medioevo in Italia (la tradizione ne attribuisce l’invenzione a Francesco d’Assisi, il santo predicatore di quella “povertà evangelica” di cui, in effetti, questa rappresentazione della Natività è profondamente pervasa) e si è diffuso prima nella Penisola e poi in tutti i paesi cattolici a partire dall’epoca della Controriforma. In origine, quindi, si sviluppa in seno alla devozione popolare nostrana e solo in un secondo tempo entra nel corpus delle tradizioni cattoliche a livello internazionale.

Poi bisognerebbe specificare che si discosta molto dalle Sacre Scritture e riecheggia piuttosto i racconti apocrifi dei cosiddetti “vangeli dell’infanzia”: persino Luca, che tra gli evangelisti canonici è il più romanziere ed è il solo a menzionare il viaggio di Giuseppe e Maria dalla Galilea a Nazaret in Giudea, ci dice genericamente che la Madonna «partorì il suo figlio primogenito [si badi bene, non unigenito: sarebbe interessante anche far notare ai ragazzi questo dettaglio tutt’altro che trascurabile]; e lo avvolse in fasce e lo posò in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’alloggio».

Dopodiché, si passerebbe ad analizzare ciò che nel presepe è raffigurato.

C’è una coppia che arriva in un paese straniero (Giuseppe e Maria, come si è detto, provengono dalla Galilea) perché costretti da un obbligo burocratico (il censimento). La giovane donna è in stato di gravidanza avanzata, dunque il viaggio dev’essere stato penoso e persino pericoloso per il nascituro.
In effetti, sempre secondo il Protovangelo di Giacomo, le doglie arrivano a metà strada: “Quando furono a metà del cammino, Maria disse: «Fammi scendere dall’asina, perché colui che è in me mi fa male spingendo”. Ed egli la fece scendere dall’asina e le disse: “Dove posso condurti? Dove custodire il tuo pudore? Perché qui è tutto un deserto”». Chi è diventato papà può facilmente immaginare in questo frangente l’angoscia di Giuseppe. Che, scorgendo una grotta, vi fa entrare Maria, e corre a cercare un’ostetrica.

A questo punto, nel Protovangelo di Giacomo scopriamo addirittura che Giuseppe e Maria sono una coppia di fatto. Quando Giuseppe trova la levatrice, infatti, questa gli domanda: «Chi è colei che partorisce nella grotta?»; e lui risponde «La mia fidanzata». «E lei soggiunse: “Non è tua moglie?”. Ed egli le disse: “È Maria, quella che fu allevata nel Tempio del Signore, e che mi è stata concessa in sposa. Ma non è mia moglie”.»

Secondo Luca, invece, i due giungono a Betlemme (un paesotto di provincia vicino a Gerusalemme, la capitale della Giudea) ma non trovano alloggio e così Maria partorisce in quella che probabilmente è una stalla, visto che subito depone il neonato in una mangiatoia.

Insomma, riassumendo, una coppia illegittima è costretta a spostarsi all’estero; la donna, incinta, partorisce in una grotta in mezzo a una landa deserta o in una stalla perché non ha trovato ospitalità da nessuna parte.

Siccome secondo la tradizione è inverno (un dettaglio smentito dal Vangelo di Luca, in cui i pastori dei dintorni bivaccano all’aperto, una cosa possibile solo nella bella stagione) e fa freddo, perché stia al caldo il neonato viene messo tra un bue e un asino. O perlomeno così vuole la vulgata; secondo il vangelo dello Pseudo-Matteo, «il tredicesimo giorno successivo alla nascita del Signore, Maria uscì dalla grotta, entrò in una stalla e depose il suo bambino nella mangiatoia, e il bue e l’asino l’adorarono».

Infine bisognerebbe spiegare anche cosa succederà di lì a poco: la famigliola infatti sarà costretta a fuggire in Egitto per sottrarsi alle persecuzioni delle autorità. Nel Protovangelo di Giacomo si legge questo passo drammatico: «E Maria, apprendendo che [i soldatacci di Erode] uccidevano i bambini, ebbe molta paura. Prese il bambino, lo avvolse in pannolini e lo pose in una stalla». Il Vangelo di Matteo, invece, fa scappare la sacra famiglia prima che Erode scateni l’ondata di infanticidi.

In sostanza, volendo descrivere la dinamica in termini moderni, Gesù, Giuseppe e Maria, incalzati dalla milizia, che si sta macchiando o si macchierà di atroci crimini contro l’umanità, scappano verso un paese straniero più civile.
Diventano profughi, anche se non sappiamo se al confine con l’Egitto abbiano trovato muri di filo spinato o guardie frontaliere con cani poliziotto e cannoni ad acqua.

Tutto questo, ecco, io trovo che sarebbe utile e persino necessario spiegarlo a scuola. Nelle scuole statali, agli studenti di ogni fede.
Sarebbe un modo corretto ed efficace di tenere vive le nostre tradizioni e ricordare agli sciacalli fascisti e ai bigotti reazionari – che ogni anno usano strumentalmente il presepe (e il crocifisso nel resto dell’anno) come piscio di cane per marcare il territorio, trasformandolo per di più in un repellente feticcio mummificato – che in realtà non stanno difendendo il Gesù Bambino Crociato contro l’invasione islamica, ma la storia di una puerpera mediorientale costretta a fuggire in terra straniera e di un bambino nato in mezzo allo sterco.

[Photo: AFP/SASA DJORDJEVIC. Fonte immagine]

Su presepe e controversie pubbliche, vedi anche Il vuoto al centro del mondo, di Tiziano Scarpa.








pubblicato da s.baratto nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 29 novembre 2015