Sotto un tiglio

Roberto Gerace






C’era una volta un bambino che sapeva di avere un papà, ma non l’aveva mai conosciuto. Il suo nome era Cocco, ma tutti lo chiamavano Gianpiero con la enne o, per brevità, semplicemente Gianpiero. Viveva con la mamma in un appartamento piccolo e povero alla periferia di una grande città. Lei gli aveva parlato tante volte, mentre sbucciava le cipolle, di quanto fosse bello, buono e coraggioso papà. Allora le si arrossavano gli occhi, cominciava a piangere ed era costretta a correre nell’armadietto del bagno a prendere il collirio (una pozione che serve ad annegare le lacrime). La mamma gli aveva raccontato che papà era morto prima che lui nascesse, ma che nella sua vita era stato un principe... Anzi un direttore di banca, anzi un ambasciatore, anzi un astronauta, anzi un pompiere, anzi il proprietario di una fabbrica di canditi, anzi un calciatore, anzi un esploratore, anzi... Insomma, aveva fatto tanti lavori il papà di Gianpiero e persino la mamma certe volte li confondeva. Così almeno diceva lei, ma non era vero niente, perché la mamma di Gianpiero era una di quelle mamme che pensano che i bambini siano stupidi e che credano a tutto quello che gli si racconta. Gianpiero, invece, l’aveva capito da un pezzo che erano tutte bugie, anzi fandonie, anzi frottole, anzi bubbole, anzi baggianate, anzi fanfaluche, anzi pispole della domenica, anzi panzane belle e fritte... E aveva deciso che avrebbe fatto di tutto per trovare papà.
Nel piccolo appartamento dove viveva non c’erano molti indizi e soprattutto non c’era nessun pupazzo a forma di mostro verde come quelli delle pubblicità. C’erano solo cose povere e sfondate e irrimediabilmente piccole. In un cassetto della cucina, però, sotto un piccolo pacco di piccoli fiammiferi sotto un piccolo pugno di posate spaiate sotto una piccola pentola spaccata, c’era un vecchio orologio col riquadro tondo, le cinghie di cuoio un po’ sfilacciate e le lancette ferme. La mamma diceva che papà aveva comprato tantissimi orologi, anche molto più belli, d’oro, d’argento e diamanti e addirittura di polvere di stelle (quando faceva l’astronauta); ma questo era il suo preferito e Gianpiero lo avrebbe ricevuto in eredità quando sarebbe diventato grande: allora forse avrebbero trovato i soldi per aggiustarlo e lui se ne sarebbe potuto vantare, perché sarebbe stato un orologio speciale, anzi il più speciale fra tutti gli orologi speciali, anzi... Insomma, la mamma non si stancava mai di inventare bubbole; e Gianpiero la lasciava parlare e intanto pensava a come avrebbe scovato papà.
Un giorno Gianpiero era rimasto solo in casa più del solito. La mamma era andata dai preti a farsi dare il pranzo, ma non ce n’era abbastanza come al solito; così aveva dovuto girare molto più del solito prima di riuscire a recuperare meno spiccioli del solito e, quando finalmente li ebbe rimediati, ci comprò il solito piccolo pezzo di pane e la solita piccola cipolla. Ma Gianpiero aveva più fame del solito e, diversamente dal solito, non si limitò ad aspettare il solito piccolo pezzo di pane e la solita piccola cipolla, ma corse in cucina, aprì il cassetto, infilò in tasca, senza saper bene perché, l’orologio rotto e scappò via per le strade della grande città.
Era una giornata molto fredda e uggiosa e il vento sospirava fra i vicoli smuovendo i pochi alberi e annunciando la tempesta. Gianpiero si era scordato di prendere il piccolo cappottino dal piccolo armadio cigolante e non poteva tornare indietro perché non aveva le chiavi di casa. Così, tutto tremante, camminò a lungo per le strade della grande città, spesso procedendo diritto, a volte girando a destra, a volte a sinistra e a volte a zigzag, sempre senza voltarsi; ma, per quanto cercasse, non incontrò suo papà.
Era ormai scesa la sera, quando vide un orologio come quello di papà nella vetrina di un negozio dell’usato. Allora corse al bancone e chiese al commesso: "Sei tu mio papà?"
"No, ma ti posso portare da lui", rispose il commesso; e sghignazzò. "Vieni con me."
Lo fece entrare in uno stanzino dietro la cassa: subito dopo Gianpiero sentì un nastro adesivo appiccicarsi alle sue labbra e vide tutto nero. Intrappolato in un sacco e trasportato a braccia, non provò neppure a gridare: stanco e tremante, si addormentò.
Si svegliò in una stanza vuota, con la finestra coperta da una grata. Un cancello di ferro gli impediva di uscire; dietro le strette sbarre, un corridoio deserto. Fu qui che conobbe la bambina che non era mai nata: aveva capelli ricci e neri molto folti e la pelle nerissima; comparve all’improvviso, in piedi sopra un monopattino, proprio quando Gianpiero si era ormai convinto di essere condannato a morire di fame, in completa solitudine, in questo luogo silenzioso e dimenticato.
"Ciao", disse la bambina.
Gianpiero fece un gran salto in aria per la paura.
"Ciao", disse Gianpiero.
"Come ti chiami?" disse lei.
"Gianpiero", disse Gianpiero.
"Giampiero?" disse lei.
"No, con la enne. Gianpiero. Tu chi sei?"
"Io sono una bambina che non è mai nata", disse la bambina.
"E come ti chiami?" chiese lui.
"Miriam", disse lei.
"Con la ypsilon?" chiese lui.
"No, con la i. Miriam."
Lui fece un cenno d’assenso e poi si guardò le punte dei piedi, imbarazzato. Stette un po’ zitto, poi disse: "Dove siamo?"
Lei sorrise e disse: "Non lo vedi anche tu?"
"In una cella?" chiese lui.
"Sì."
"Ma perché, che ho fatto?"
"Vogliono farti diventare uno schiavo", disse lei. Poi ci pensò su e proseguì: "Sai, anche se non sono mai nata, una volta ho parlato con mia mamma: mi ha detto che alcune cose devono nascere e altre no; e io non dovevo nascere. Sai, anche lei è una schiava."
Lui rimase dubbioso; poi all’improvviso si illuminò tutto e chiese: "E mio papà? Tu lo conosci mio papà?"
"Certo che lo conosco: è il capo di tutti gli schiavi", disse lei.
Lui sorrise raggiante: "Il capo? Davvero?"
"Sì."
"Ma allora aveva ragione la mamma!" disse lui. Poi ci pensò su e domandò: "Chi sono gli schiavi?"
"Sono quelli che ammazzano le cose prima che nascano."
"Ho capito", disse lui; e invece non aveva capito niente. "Quindi mio papà è uno schiavo?"
"Lui crede di non esserlo", disse lei. "E invece lo è più di tutti."
"Ho capito", disse lui; e invece aveva capito ancora meno di prima. Poi ci pensò su e, indicando la tasca rigonfia del vestitino di lei, chiese: "Che cos’hai lì in tasca?"
"Questo", disse lei; e tirò fuori un mostro verde.
"Spettacolo!" gridò lui.
"E fa anche i rutti e le scoregge", disse lei. "Guarda!"
Solleticò la testa del pupazzo e venne fuori un gran rutto.
A Gianpiero vennero le lacrime per l’emozione.
"Vuoi il collirio?" disse lei, ma poi si distrasse e, come incantata, si girò verso il corridoio e, spingendosi sul monopattino, si accostò alle sbarre. Poi disse: "Presto, corri!", facendogli segno di avvicinarsi.
Venne un rumore sordo di passi. Si accostò anche lui e strizzò gli occhi per vederci meglio. "Quella è la mia mamma", disse lei, trasognata; e indicò una signora nera molto alta, vestita con uno straccio e due stivali neri coi tacchi altissimi. "Quello, invece, è il tuo papà", e indicò un signore molto elegante che la scortava impettito.
Lui li osservò estasiato mentre gli passavano davanti in silenzio e si allontanavano. Poi chiese a lei se poteva provare il monopattino. Improvvisamente, però, il papà di Gianpiero tornò, aprì la cella e lo prese per mano. Lui sorrideva mentre il papà lo portava con sé attraverso il corridoio. Era molto contento e molto molto confuso; notò che il papà aveva al polso il suo orologio e che l’aveva aggiustato. Si volse indietro e cercò con lo sguardo la bambina che non era mai nata, ma non la trovò. Intanto il papà lo aveva condotto in un soggiorno molto illuminato e l’aveva fatto sedere su un divano, di fronte a un enorme televisore.
Fu allora che il papà di Gianpiero chiese a Gianpiero: "Come ti chiami, nanetto?"
E Gianpiero: "Gianpiero."
E il papà di Gianpiero: "Giampiero?"
E Gianpiero: "No, con la enne. Gianpiero."
E il papà di Gianpiero: "Ti piacciono i videogiochi, Gianpiero?"
E Gianpiero: "Sì!"
Ma non gli piacque affatto il videogioco che gli fece vedere il papà: bisognava girare per una città virtuale, cercare i bambini e picchiarli. I bambini gridavano e piangevano e scappavano; e il papà più ne picchiava e più rideva. A un certo punto aveva riso talmente tanto che la bocca gli era rimasta contratta in una smorfia. Forse Gianpiero cominciava a capire quel che gli aveva detto la bambina che non era mai nata; e soffriva; e cominciava ad aver bisogno del collirio; e sperava che fosse tutto uno scherzo.
Fu allora che il papà di Gianpiero chiese a Gianpiero: "Ma perché non ridi anche tu?"; e lui non rispose.
"Vuoi giocare?" chiese allora il papà.
E lui: "No."
Il papà era sorpreso e arrabbiato: "Ti libererò quando vorrai giocare", disse e lo risbatté nella cella.
La bambina che non era mai nata non c’era più e nemmeno il mostro verde e nemmeno il monopattino. Gianpiero aveva sempre più fame: il suo stomaco faceva gli stessi rumori dello scarico del piccolo vaso del piccolo bagno di casa sua. Aveva anche preso freddo per le strade della grande città e cominciò a starnutire. Se saltava abbastanza in alto, però, poteva appendersi alla grata della finestra e osservare dall’alto il silenzio della grande città. Così, quando si sentiva più triste e più solo e quando più gli mancava la mamma, si impegnava per fare un gran salto e, aggrappato alla grata, ammirava trafile infinite di case, grattacieli e case, negozi e case, chiese e case; e in fondo le alte montagne; e più in là il cielo, con tutte le nuvole nere; e ancora, sulle montagne, neve e roccia; e neve e neve e neve. E intanto si chiedeva come avrebbe fatto a sfuggire a papà.
Passò tanto di quel tempo che Gianpiero non entrava più nelle sue piccole scarpe: giorni, settimane e mesi, forse anni, in cui mangiò solo un quarto di cipolla un giorno sì e uno no, fra le lacrime e gli starnuti; e sperò che fosse tutto uno scherzo.
"Smettila con questi starnuti! Basta frignare!" gli urlava il papà quando si faceva vedere. "Piuttosto, vuoi giocare?"
"No!" rispondeva lui; e sperava fosse tutto uno scherzo.
Un giorno il papà si infuriò. Quando Gianpiero rifiutò di giocare per l’ennesima volta, spalancò la porta della cella, entrò e lo picchiò. "Lo sai, bel bambino", gridava, "che ho un figlio anche io? Si chiama Cocco, credo, e avrà la tua età..." Così gridava il papà di Gianpiero a Gianpiero; e picchiava; e rideva. "...Perché non l’ho mai visto. L’ho lasciato a quella stupida di sua mamma, tonta, cretina, illusa, babbea!" Fu allora che Gianpiero, a suon di legnate, capì che non era uno scherzo.
Miriam riapparve il giorno dopo sul suo monopattino e, trafelata, lo avvertì: "Vuole ucciderti." Poi fece scendere il mostro verde dalla tasca del suo vestitino e quello, come per magia, si diresse al cancello e, roteando il pugno chiuso in aria, sfoderò un colpo così forte che lo sfondò. Gianpiero, sconvolto, si mosse per abbracciarla, ma lei lo spinse e urlò: "Scappa!"
Lui si fermò sull’uscio e le chiese: "Dov’è mio papà?"
"Lo troverai sotto un tiglio."
Così, tutto tremante, Gianpiero scappò a lungo per le strade della grande città, spesso procedendo diritto, a volte girando a destra, a volte a sinistra e a volte a zigzag, sempre senza voltarsi; ma, per quanto cercasse, non incontrò suo papà.
Era ormai scesa la notte, quando Miriam gli tagliò la strada col suo monopattino. "Dove vai? Non lo vedi che è qui?" e indicò un grande albero che aveva le radici nella terra ma, come una mano aperta, era proteso verso il cielo.
"Che ne so io di com’è fatto un tiglio!" rispose lui. Poi ci pensò un po’ su e disse: "Ma dov’è mio papà?"
Fu allora che sentirono un rumore più intenso di quello dello scarico del piccolo vaso del piccolo bagno di casa di Gianpiero, ma non era il suo stomaco: veniva da un locale un po’ nascosto e suonava più o meno tunz-tunz. Fu da lì che sbucò il papà di Gianpiero e stava per attraversare la strada nello stesso momento in cui, all’improvviso, un’automobile girava l’angolo dietro di lui... e stava per accelerare a tutta birra. Fu allora che Gianpiero avrebbe potuto chiamare il papà di Gianpiero e salvargli la vita, ma guardò Miriam negli occhi e Miriam gli disse: "Lo troverai sotto un tiglio." Fu allora e solamente allora che l’auto marciò a tutta birra e schiacciò il suo papà contro il tronco di un tiglio.
Era una notte molto fredda e uggiosa e il vento sospirava fra i vicoli smuovendo tutti i rami e portando finalmente la tempesta.
"Hai trovato tuo papà", disse Miriam. "Sei grande." E sfilò l’orologio dal polso del papà, che aveva ancora in faccia la sua smorfia, e lo porse a Gianpiero. Poi gli mise in tasca il mostro verde e lo guardò e gli sorrise.
Il bambino che era riuscito a nascere si voltò verso il papà che era morto, ma vide solo la folla di signori e signore che si erano assiepate attorno a lui.
Miriam gli porse il manubrio del monopattino. Lui montò al posto suo.
"E tu?" chiese il bambino alla bambina.
E lei rispose: "Tornerò al parco dove giocano tutti i bambini che non sono mai nati"; e sorrise ancora e poi le vennero le lacrime e poi si abbracciarono.
"E lì ce l’avete il collirio?" chiese lui e poi rise.
Anche lei rise: poi sparì dietro l’angolo.
Così, tutto tremante e affamato, fra sorrisi e starnuti, Gianpiero filò via sul monopattino. Per le strade della grande città spesso correva diritto, a volte girava a destra, a volte a sinistra e a volte a zigzag; e ogni tanto si voltava indietro e pensava alla bambina che non era mai nata. Quando finalmente trovò il suo appartamento piccolo e povero, corse ad abbracciare la mamma e, quando la mamma gli chiese dove fosse finito per tutto quel tempo e come avesse fatto ad aggiustare l’orologio e dove avesse preso un mostro verde e un monopattino, Gianpiero si divertì perché, per una volta, fu lui a inventare un sacco di bugie, anzi fandonie, anzi frottole, anzi bubbole, anzi...



In alto: V. Van Gogh, The Road to Tarascon, 1888.








pubblicato da r.gerace nella rubrica racconti il 25 novembre 2015