L’uomo in più. Omaggio a Filippo Tuena

Roberto Gerace





Ho finito di scrivere questo articolo negli stessi minuti in cui a Parigi succedeva quello che sappiamo: tutt’a un tratto pubblicarlo mi è sembrato inutile. Poi però ho pensato che non è vero, che continuare a fare bene il nostro lavoro è già un piccolo atto di resistenza. Non dobbiamo stancarci di analizzare.


Quella di Filippo Tuena (Roma, 1953) è ad oggi la parabola di uno scrittore anomalo, che se da una parte sa stare inchiodato alle angosce del nostro tempo tiene pur sempre fede, dall’altra, a un temperamento caparbiamente inattuale. Straniero sia alla retorica nazional-popolare del realismo d’inchiesta sia a quella aristocratica e accademica che insiste sullo stile come sola dimensione, il suo lavoro è molto difficile da assimilare per la critica italiana, che infatti con poche eccezioni lo ignora. Come il narratore di uno dei suoi libri più belli, si potrebbe dire che Tuena è per certi versi l’«uomo in più» della nostra narrativa: quello che proprio non sappiamo dove mettere perché non torna con le nostre mode. Storico dell’arte di formazione, antiquario per tradizione di famiglia, tutta la sua opera non è forse altro che una meditazione inesausta sul peso delle eredità: sulle responsabilità di chi le riceve, naturalmente, ma anche sulla fatica di lasciarne una. Come molti contemporanei è attratto dalle storie vere, da quelle degli altri e soprattutto dalla propria; eppure la sua solida vocazione autobiografica si è sempre travestita, almeno finora, da perturbante riflessione sui fantasmi. Nei suoi libri non c’è spazio per l’approssimazione alla cronaca, rigorosamente nazionale e possibilmente morbosa, che caratterizza molta letteratura cosiddetta non finzionale o autofinzionale dei nostri anni. Sembra d’essere davanti, piuttosto, al lucidissimo compilatore di un almanacco delle cause perse: quella di una nobiltà cosmopolita che va inconsapevolmente incontro alla dissoluzione nelle Variazioni Reinach; quella della fatale spedizione di Robert Scott al Polo Sud in Ultimo parallelo; quella di un grande musicista che non riesce ad arginare la follia negli ultimi Memoriali sul caso Schumann, che escono in questi giorni per i tipi del Saggiatore.
Come nei lavori precedenti, a ben vedere, anche in questi Memoriali la prima causa persa è la possibilità stessa di dare un ordine pacifico al racconto. Gli ultimi due anni della vita di Schumann, così, quelli che lo videro internato nel manicomio di Endenich, lontano dalla famiglia, in preda alle allucinazioni e allo sforzo compulsivo di domarle, diventano una sorta di cratere referenziale a partire dal quale si dilunga la complessa ragnatela di una narrazione poliprospettica, sghemba, in cui all’avvicendarsi dei punti di vista di familiari, amici e amici di amici corrisponde la girandola delle forme, più che degli stili: diario, scambio epistolare, referto, monologo più o meno onirico. A un’inattingibilità del «nocciolo» che è tutta modernista si sovrappone la passione spuria, settecentesca per l’apocrifo: manca però quell’euforia del ricamo che era propria al postmoderno; non c’è alcuna speculazione nella testimonianza dei vicini di Schumann, ma la dignità disperata e irrisolta dei sopravvissuti.

E se invece fosse proprio questo l’obiettivo finale della scrittura: NON arrivare alla verità e questo libro lo dimostrasse? Che la presa d’atto dell’impotenza e del fallimento fosse una splendida vittoria?

Che cosa importa davvero, ci chiede Tuena nell’atto di presentare il libro su Nazione indiana, la verità in sé o il nostro sforzo di interpretarla e incarnarla? Alla sparata del Nietzsche malamente vulgato: «Non ci sono fatti, solo interpretazioni», insomma, Tuena sembra rispondere: «Dunque ogni interpretazione è un fatto». È per questo che l’interesse dei suoi racconti si incardina solitamente sulla scelta del punto di vista: dal quale altre opzioni formali discendono a regola come corollari. È per questo che è sempre dietro l’angolo il rischio di usare volta a volta la finzione e l’inchiesta come alibi l’una dell’altra, come accade alla produzione contemporanea più sciagurata. È per questo che i momenti migliori Tuena li tocca quando spinge con foga eguale, e con dissennatezza stavolta virtuosa, sui pedali del vero e del finto: per esempio in quel miracolo inossidabile di onestà che è Le variazioni Reinach, che può esser letto contemporaneamente come un saggio documentatissimo e come un’autobiografia fantastica; anzi come un saggio documentatissimo che non si sarebbe potuto scrivere altrimenti che in forma di autobiografia fantastica – e viceversa. Oppure laddove, come in Ultimo parallelo, prevale la sincera ispirazione al racconto d’avventura, a un agonismo pioniere che ha di Conrad e Melville, più che di qualsiasi tradizione italiana. Mentre di questi Memoriali quella che colpisce più di tutte è la voce ricapitolante di Johannes Brahms, allievo precocissimo che si è messo in testa di superare il maestro fin da subito e che termina la sua vita nel dubbio d’essersene fatto invece protesi, fantasma incarnato: sono i figli i vampiri dei padri o è il contrario?
Ma la riflessione sull’eredità non può che essere innanzitutto indagine sull’indagine, da una parte, e dall’altra esperienza esemplare sui meccanismi della creazione. Così Tuena ci dice che lo scrittore «è uno che spacca le cose per vedere come son fatte e poi racconta questo romperle e cercare di rimetterle assieme»: ne viene fuori un’estetica del non finito molto simile a quella del primo dei suoi grandi amori, quel Michelangelo Buonarroti su cui ha scritto sia nella veste del romanziere che in quella dello studioso; e che finisce per mettere in forse la coesione stessa della sintassi: così in certe pagine dei suoi libri le virgole cascano via come gocce di pioggia e persino l’ortografia va strinata al calore del dramma. Sono «gli agguati del romanzesco» il problema, secondo Tuena: è evitandoli che il nucleo del racconto aggalla. Come nel vecchio adagio, è la storia che chiama lo scrittore, non lo scrittore a chiamare la storia: come vivere, anche scrivere è insomma uno sport etico; comporta, se non degli oneri, una responsabilità che non si può ignorare. Quanto il passato ritorna sempre in forma di maledizione, infatti, tanto ogni libro è un incantesimo scagliato al lettore: chi legge è il vampiro di chi scrive, come voleva Calvino, o è il contrario?



Filippo Tuena, Memoriali sul caso Schumann, Il Saggiatore, euro 19








pubblicato da r.gerace nella rubrica libri il 15 novembre 2015