La verità scassa tutto

Susanna Tartaro



Thomas Ostermeier ha recentemente messo a fuoco, attraverso il suo potente riflettore mediatico, altri due drammi di Ibsen, Un nemico del popolo del 1882 e Hedda Gabler del 1890, in due allestimenti che hanno registrato grande successo di pubblico sia a Venezia che a Roma. Il regista tedesco, che ha una biografia teatrale di chi non sbaglia un colpo – dirige la Schaubhüne dal 1999, trenta regie al suo attivo con produzioni da Adelaide a Cracovia, da New York a Mosca, passando per Avignone, Oslo, Venezia e Tokyo, un repertorio che va da Shakespeare a Sarah Kane – si dimostra sicuro nelle scelte e con uno sguardo sulla realtà acclamato dalle platee di tutto il mondo.

Ho avuto occasione di incontrarlo per “Appena Fatto”, l’appuntamento del “Roma Europa Festival”, che propone un’intervista con il regista al termine dello spettacolo, in teoria complicata (una star al suo massimo e il palcoscenico del maestoso Teatro Argentina), nei fatti una vera e propria sniffata di tutta l’adrenalina rimasta in circolo.

Qualcuno dell’organizzazione ha velocemente disposto due sedie sul palco e noi ci siamo seduti dando le spalle al salotto borghese, ora svuotato dagli attori ma ancora ben visibile dietro di noi. Nessuna stufa di maiolica o caminetto crepitante, nessun lume di opaline a palla sul centrino. Questo è un salotto “anoressico”. Stilizzato in un divano verde di design, squadrato e basso, che occupa l’intero spazio a sua volta delimitato da due portefinestre che si intersecano e su cui, durante lo spettacolo, batte una pioggia fine e intermittente.

Se il retto Dottor Stockmann con Ostermeier assume i tic dell’intellettuale un po’ nerd, qui la piccolo-borghese ibseniana Hedda è in versione fitness. Addominali giusti su tuta giusta, probabile french manicure.

Il proto-femminismo di Nora, eroina positiva di Casa di bambola (1879), che si emancipa dal ruolo di “bella lodoletta” e molla tutto, cede il passo all’arrivismo plumbeo di Hedda che, una decina di anni più tardi, ne diviene così, la sua problematica evoluzione.
Meraviglioso Ibsen, politico, femminista, antropologo e psicoanalista di una società che non cambia nei secoli!
E che ci disegna, dopo Nora, una donna incapace di amare, virilmente tesa a possedere marito e amante, grande manipolatrice che detesta la sola idea di avere un figlio.

In questa Hedda non sono stati fatti inserimenti sul testo originale. Al contrario abbiamo ascoltato, nell’edizione presentata nell’ultima Biennale Teatro di Venezia, il Dottor Stockmann (il rigoroso e cristallino dottore delle terme che, scoperto che le acque sono inquinate, decide di denunciare la “verità”) leggere non il suo discorso ma, al posto della “verità” ibseniana, farsi portavoce delle ambigue verità delle istanze radicali de L’insurrection qui vient, il manifesto anarco-insurrezionalista scritto in occasione dei disordini del 2005 nelle banlieue parigine. Queste “nuove ambigue verità” rimbalzano dagli attori al pubblico. E da quale parte adesso stiano Stockmann e Ostermeier non è più chiaro. Tutti contro tutti, immessi in una realtà-reality dove si recita un ruolo, dove Ostermeier stesso teatralizza e dirige attori e pubblico, dove l’ambiguità delle posizioni è evidente ma impaniante.

I due classici ibseniani, sorprendenti e un po’ inquietanti perché dimostrano che la società non è cambiata molto dopo quasi due secoli, sono anche profondamente connessi fra loro. È infatti sull’idea di “verità” che tutto si scassa, sia essa in forma di denuncia (Stockmann: “Tutti i miei concittadini udranno la voce della verità”, Un nemico del popolo, p. 365, I drammi, ed. Einaudi) che di manoscritto (Løvborg: “Allora sì che lo dovrai leggere! Perché lì ho messo la verità”, Hedda Gabler, p. 495 ed. Einaudi).

E anche i due personaggi di Stockmann e di Hedda, ci dirà Ostermeier, sono tra loro legati, poiché soffrono entrambi della malattia della società contemporanea: la solitudine. “Hedda è come una delle protagoniste di Desperate Housewives ma più intelligente” ci dice. “Reagisce alla mediocrità” aggiunge “non con gli psicofarmaci ma con atti terroristici veri e propri”.

Dalla maggioranza all’individuo, colto nella sua solitudine: “Il peggior nemico della verità e della libertà è la maggioranza compatta” (Un nemico del popolo, p. 409 ed. Einaudi).

Anche le due scenografie di Un Nemico del popolo e di Hedda Gabler sono complementari e confermano l’estetica cinematografica di Thomas Ostermeier: da serie-tv colorata e smart l’una, seduttiva e felpata alla Mulholland Drive, l’altra.

E infine, risultano parte di una stessa play-list le colonne sonore scelte, Changes di David Bowie e God only knows dei Beach Boys. Se i “ch-ch-ch-changes” di David Bowie risuonavano alla fine del discorso di Stockmann, svuotati e sloganistici:

Turn and face the stranger
Ch-ch-Changes
Don’t want to be a richer man
Ch-ch-ch-ch-Changes

così le note psichedeliche di God Only Knows dei Beach Boys rendono ancora più evidente il solipsismo nichilista e liquido, in formato Apple, della Hedda Gabler di Thomas Ostermeier:

If you should ever leave me
Though life would still go on believe me
The world could show nothing to me
So what good would living to me
God only knows what I’d be without you.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica teatro il 6 novembre 2013