Di ritorno da Israele: qualche considerazione sulla recente ondata terroristica

Giovanna Rosadini



Sono da poco rientrata da Israele, dove ho trascorso quasi tutto il mese di ottobre, che è coinciso con l’ultima sanguinosa serie di attacchi terroristici, per lo più accoltellamenti di civili inermi ma anche assalti con arma da fuoco (come per l’uccisione dei coniugi Naama e Eitam Henkin di fronte ai loro quattro bambini, definita “un dovere nazionale” da Mahmoud Ismail del Comitato Esecutivo dell’Olp) e investimenti con l’auto, lanciata a folle velocità contro la gente che aspetta l’autobus, o sui civili lungo i marciapiedi. Questo il bilancio del mese di ottobre:
48 accoltellamenti;
5 investimenti con l’auto;
11 israeliani uccisi;
132 israeliani feriti, fra cui diversi bambini,
72 israeliani con disturbi da stress postraumatico.

Tutto ciò in una inizialmente sostanziale indifferenza mediatica, divenuta ben presto informazione pregiudiziale e distorta, con l’ordine dei fatti invertito (dando risalto alla morte dell’attentatore palestinese ucciso, per legittima difesa, col coltello in mano, prima ancora che alle vittime colpite, e per la quale un terrorista che accoltella 18 persone su un autobus è “un militante”, e le donne che compiono gli attacchi una sorta di ribelli emancipate…).

A Gerusalemme, dove siamo arrivati e rimasti nei giorni più caldi della cosiddetta “intifada dei coltelli” (così subito definita, un’etichetta che mi sembra un po’ troppo facile e precipitosa, e rischia di fare del fenomeno qualcosa di più grosso e definito di quello che si spera che sia, alcuni episodi ad opera di esaltati dall’incessante propaganda palestinese), il clima è angoscioso e pesante.

Le giornate sono scandite dal suono delle sirene e dal rumore degli elicotteri; alle fermate della rakevet, cioè la Jerusalem Light Rail, la tramvia che costituisce il mezzo più rapido di spostamento in città, e che collega il centro lungo la direttrice della Yafo fino a Gerusalemme Est e a Monte Scopus, sede dell’Università Ebraica, stazionano piccole pattuglie di poliziotti, che controllano giovani arabi. Lungo la strada che porta a monte Scopus, il 15 ottobre, mentre passiamo diretti ad Ammunition Hill, vediamo gruppi di giovani palestinesi che si confrontano con la polizia: c’è un senso di minaccia diffuso, un’atmosfera da stato d’assedio, una sensazione di pericolo incombente… Così vivono i cittadini di Gerusalemme, una delle capitali del mondo occidentale, penso… Nonostante questo, la gente non si fa intimorire e continua a fare la propria vita, magari evitando gli spostamenti superflui, ma continuando a recarsi al lavoro, a scuola, a fare la spesa… Il 13 ottobre, una delle giornate in cui si contano più attacchi, a Kikar Sion (Piazza Sion), cuore nevralgico della città, i gerosolimitani si ritrovano per ballare, a dimostrazione che la vita va avanti nonostante il clima d’intimidazione che si vorrebbe imporre, e cantare “Am Israel chai!”, “Il popolo d’Israele vive!”… Lo stesso accade il 19 ottobre, alla stazione centrale di Beer Sheva, teatro il giorno prima di un attacco in cui ha perso la vita un ragazzo di diciannove anni. Questo è lo spirito della gente di questo paese, del popolo d’Israele: fiero e indomito. Un popolo con un fortissimo senso di un comune destino, sopravvissuto attraverso i millenni a ogni sorta di avversità e persecuzione, che nei momenti difficili reagisce con grande coesione, come hanno storicamente dimostrato le guerre subite nel 1948 e nel 1967, quando la prima neonata poi giovanissima nazione, con un esercito precario, male armato e nettamente minoritario rispetto alle armate delle nazioni arabe che l’attaccarono, riuscì nonostante tutto, e quasi miracolosamente, a prevalere. “Non ci sarà un’altra Masada!”, è il motto che incarna questo spirito, la frase che pronunciano le reclute dell’esercito israeliano che oggi vi si recano in visita. Masada, uno dei siti archeologici più importanti e meglio conservati del paese, era la città fortificata, nella Giudea sud-orientale a 400 metri di altitudine sul Mar Morto, che a lungo resistette all’assedio dei Romani, dopo la caduta di Gerusalemme e la distruzione del Secondo Tempio. Fu infine espugnata da questi ultimi nell’anno 74, come racconta Giuseppe Flavio ne La guerra giudaica, i quali, entrandovi, non trovarono anima viva: poiché i suoi cittadini, gli ultimi ribelli ebrei che vi si erano rifugiati, si erano dati la morte.

Come tutti, noi continuiamo lo stesso, durante il nostro soggiorno a Gerusalemme, a prendere l’autobus, abbiamo rinunciato solo la mattina del 13 ottobre, dopo aver ricevuto un messaggino da un’amica israeliana che ci avvisa di non prenderlo… e sarà proprio quello, infatti, il giorno dell’attacco a un autobus in cui vengono accoltellate 18 persone… Nei giorni prima e dopo, le persone in attesa alle fermate si guardano attorno con circospezione, e dentro l’autobus ci si scambiano notizie e aggiornamenti sugli attacchi, commentando le auto della polizia a sirene spiegate che passano… Chiamo il professor Rathaus, italianista che insegna all’università Ebraica con cui ho preso appuntamento al centralissimo mall di Mamilla, per spostare l’appuntamento in un caffè più defilato… Ma figuriamoci!, esclama la moglie Mila, se noi, vecchi gerosolimitani, ci facciamo impressionare da queste cose! Però certo non è un bel vivere, commentiamo con gli amici che dall’Italia ci raccomandano prudenza, la sensazione di un nemico annidato fra i tuoi concittadini (la novità è che gli attentatori sono arabo-israeliani, cioè persone integrate e con un buon livello socio-economico; infatti, sia aggressori che vittime finiscono curati – gratis – allo Hadassah, lo stesso ospedale, naturalmente israeliano…).

Altro fattore di sgomento è la giovanissima età degli attentatori, addirittura ragazzini, come il tredicenne che ha assalito un suo coetaneo all’uscita di un negozio di caramelle… Una generazione che, purtroppo, è stata fatta crescere nell’odio e nell’istigazione alla violenza da una dirigenza irresponsabile, come d’altra parte testimoniano gli stessi filmati propagandistici palestinesi di cui è piena la rete: bambini vestiti da piccoli soldati e futuri “martiri,”, con tanto di cintura esplosiva... (per un riscontro, vedi ad esempio, il sito Palestinian Media Watch). Lo stesso Abu Mazen, da taluni definito “l’angelo della pace”, in un discorso pronunciato alla Tv ufficiale dell’Autorità palestinese il 19 settembre così si è espresso: “Noi vi benediciamo, benediciamo i murabitin [i responsabili del ribat, il conflitto religioso a difesa di ogni pezzo di terra rivendicato come islamico], benediciamo ogni goccia di sangue versata per Gerusalemme, che è sangue pulito e puro se versato per Allah, ad Allah piacendo. Ogni martire [shahid] andrà in paradiso, e ogni ferito sarà ricompensato per volontà di Allah. La moschea di Al Aqsa è nostra, la Chiesa del Santo Sepolcro è nostra, e non hanno alcun diritto di profanarle con i loro piedi sozzi. Noi non permetteremo loro di farlo e faremo tutto quanto in nostro potere per proteggere Gerusalemme”.

Questo, cui seguono analoghi proclami da parte dello stesso presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, è all’origine della decisione del Dipartimento di Stato americano di tagliare di 80 milioni di dollari (da 370 l’anno a 290, in ogni caso una cifra considerevole), gli aiuti alla Palestina. Un capitolo a parte meriterebbe il discorso sui finanziamenti internazionali per lo sviluppo, di cui, nonostante la Palestina sia uno dei maggiori beneficiari al mondo, non si vedono i risultati, in termini di miglioramento delle condizioni di vita del popolo. Questo a causa di una gestione fumosa e senza controlli, in cui certamente alle spese per lo sviluppo vengono anteposte quelle per l’acquisto di armi, e somme considerevoli finiscono nei conti esteri di una dirigenza, in egual modo di Fatah e di Hamas, che fa degli aiuti umanitari un uso spregiudicato, a partire dalla villa faraonica fattasi costruire da Abu Mazen a Ramallah.

Ma nella recente ondata di violenza terroristica c’è anche il tentativo, da parte della dirigenza palestinese, di dare una valenza religiosa al conflitto, sulla base di un pretesto infondato, e cioè che Israele voglia modificare lo status quo per quanto riguarda l’accesso ai luoghi sacri (Monte del tempio / Spianata delle moschee). Quest’accusa non ha alcun fondamento: da quando ha riunito Gerusalemme nel 1967, Israele ha rigorosamente protetto i luoghi santi di tutte le fedi, e fu proprio Moshe Dayan, per evitare problemi, a proibire la preghiera agli ebrei sulla Spianata delle moschee, nonostante quest’ultima coincida col sito più sacro per l’ebraismo, cioè il luogo (come testimoniano i rinvenimenti archeologici) dove Salomone costruì il suo Tempio circa 3000 anni fa… (e fu ricostruito il secondo Tempio al tempo di Erode…). Ed è proprio il mancato riconoscimento, da parte palestinese, della radice storica che lega il popolo ebraico a questa terra (dell’antico Regno d’Israele cui è legata la nascita della civiltà ebraica, e della presenza continuativa degli ebrei nella regione, nonostante i successivi sviluppi storici), uno dei nodi principali del conflitto israelo-palestinese… Solo quando, da parte palestinese, verrà riconosciuta legittimità a uno Stato che si è formato per un processo storico che ha riportato un popolo perseguitato nella terra dei padri, ci potrà essere la pace. Terra che, va ricordato, era all’epoca una landa inospitale e sottopopolata della periferia dell’impero ottomano, passata successivamente a un’amministrazione mandataria sotto l’Impero britannico: uno stato palestinese non è mai esistito, e la denominazione di Palestina deriva da uno dei popoli che abitavano anticamente la regione, i Filistei – furono proprio i Romani a denominare così la regione dopo la conquista del regno di Giuda, per cancellare ogni traccia della originaria, e ribelle, popolazione ebraica. D’altra parte, ci potrà mai essere pace, se i palestinesi continueranno a vedere gli ebrei come profanatori del sacro suolo islamico, e il loro intento non sarà tanto colpire uno Stato e i suoi simboli, quanto piuttosto gli ebrei, la loro religione e la loro appartenenza culturale all’Occidente?


Della stessa autrice, sul Primo amore, vedi anche Un modo diverso di guardare Israele.
Una sua recente partecipazione alla trasmissione di RadioTre Uomini e profeti si può ascoltare qui.


Giovanna Rosadini è nata a Genova nel 1963. Ha pubblicato la raccolta di poesie Il sistema limbico (Atelier, 2008); Unità di risveglio (Collezione di Poesia Einaudi, 2010); Il numero completo dei giorni (Aragno, 2014). Ha curato l’antologia di voci poetiche femminili Nuovi poeti italiani 6, (Einaudi, 2012). Vive e lavora a Milano.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 13 novembre 2015