L’azzardo

Giovanni Giovannetti



«Se dopo una mezzora di gioco non capisci chi è il pollo allora alzati perché il pollo sei tu».
Thomas Austin Preston, meglio conosciuto come Amarillo Slim

Tra gli interessi della criminalità organizzata, il gioco d’azzardo resiste nell’elenco dei settori di punta. Non a caso l’annuale Relazione della Commissione parlamentare antimafia 2010 lo afferma quale «nuova frontiera» per il riciclaggio del denaro sporco, ricordando che «l’Italia è tra i primi cinque Paesi al mondo per volume di gioco», con un fatturato pari al 3 per cento della ricchezza nazionale. E sono i dati del gioco legale, «destinati ad impennarsi se si guarda anche al gioco clandestino».

Anni fa destò scalpore la notizia che Pavia ne era la “capitale”, per numero di macchinette e spesa pro capite: una New slot ogni 55 residenti, più del triplo della media nazionale, una spesa media di 1.364 euro per ogni abitante sopra i 15 anni. Correva l’anno 2007. Altri tempi.

Ormai a Pavia e provincia si conta una macchinetta mangiasoldi ogni 33 persone e nei dodici mesi si spendono mediamente 2.900 euro, ovvero 589 milioni di euro (avete capito bene: oltre mezzo miliardo in euro), cifra in progressiva crescita, quando la già elevata media nazionale è intorno a 1.200.

Giocatori incalliti o Pavia quale base elettiva del riciclaggio? Comunque sia, la dipendenza dal gioco qui traspare per ciò che è: una patologia come le tossicodipendenze, una servitù psicologica dagli elevati costi sociali (indebitamento, insicurezza diffusa, devianza giovanile, ecc.) su cui lucrano un po’ tutti, dalle mafie allo Stato. Bingo, poker, lotterie, slot… dalle istituzioni locali e nazionali arrivano segnali ambigui quando non contrastanti. A fronte delle scarse norme di contenimento (prevale la tendenza a farne una mera questione di ordine pubblico anziché di salute o altro), nel 2010 l’erario ha percepito in tasse 9,9 miliardi. E ancora lo Stato, d’ora in poi incasserà per decreto il 6 per cento delle vincite al di sopra dei 500 euro.

Il bacino d’utenza è in preoccupante espansione già che il numero delle puntate aumenta al ritmo del 13 per cento l’anno e si abbassa l’età media: nonostante il divieto, ha giocato almeno una volta il 43 per cento dei minori scolarizzati tra i 15 e i 19 anni.

E le mafie? Dopo la disordinata legalizzazione del gioco d’azzardo con Slot Machine (legge n. 209 del 27 dicembre 2002), le New slot rappresentano ormai più della metà in volume d’affari.

Secondo una stima della Guardia di Finanza, in Italia nel 2006 si contavano tra le 100 e le 200mila New slot abusive (circa la metà del numero totale), ossia non connesse al sistema informatico di controllo gestito dalla Società Generale Informatica (Sogei). I dati ufficiali dell’Amministrazione autonoma monopoli (Aam) indicavano in 15 miliardi e 400 milioni il fatturato “legale” del settore. E quello illegale, all’epoca, ammontava a oltre 43 miliardi.

Pochi controlli? Scarsa tracciabilità? Sogei fa capo al Ministero delle Finanze ed era tenuta a vigilare sul corretto uso di Slot e Videopoker. Non lo ha fatto, già che dal 2004 al 2007 gli apparecchi collegati in rete erano pochi e più della metà non ha mai trasmesso dati. Secondo i magistrati contabili della Corte dei Conti, la defezione «ha permesso una rilevante evasione fiscale» e ha impedito l’individuazione di eventuali raggiri delle norme anti-riciclaggio.

E ora? Stando a una Relazione del Ministero dell’interno (maggio 2011), «le scommesse clandestine e le Sale Bingo» sempre più rappresentano «settori di interesse per la criminalità organizzata, sia per quanto riguarda le infiltrazioni nelle società di gestione delle Sale giochi – che si prestano ad essere un facile veicolo di infiltrazioni malavitose e di riciclaggio – sia per quanto riguarda le società concessionarie della gestione della rete telematica, dove si è assistito a un duplice fenomeno: da un lato l’aggiudicazione a prezzi non economici di talune concessioni, e dall’altro, al proliferare di punti scommessa – i cosiddetti “corner” – alcuni dei quali chiaramente inseriti in una rete territoriale dominata dalla presenza di un circuito criminale». Dunque, come si rileva nell’annuale Relazione 2010 a cura della Direzione nazionale antimafia, «per i notevoli introiti che assicura a fronte di rischi “giudiziari” relativamente contenuti» il gioco è «ormai diventato la nuova frontiera della criminalità organizzata di stampo mafioso», seconda solo al narcotraffico, la prima nel riciclaggio.

Il Financial Action Task Force / Groupe d’Action financière indica i casinò, le lotterie, le sale gioco, gli uffici di cambio, gli uffici di trasferimento fondi, i servizi per l’incasso degli assegni, i corrieri, i grossisti di gioielli e di pietre preziose, i venditori di opere d’arte quali potenziali «intermediari finanziari non tradizionali», ovvero le sedi privilegiate per operazioni di occultamento.

Si ricicla anche al “dettaglio”. Nel Rapporto 2012 della Commissione si cita il metodo adottato dalla famiglia camorrista Amato, «divenuto monopolista nel settore dell’installazione e gestione di videogiochi negli esercizi pubblici della provincia di Caserta […] il clan aveva attuato uno stretto controllo del territorio, attivando una sorta di vigilanza, anche armata, dei locali in cui erano installate le macchine ed aveva anche provveduto ad alterare i sistemi di gioco: attraverso computer remotizzati, il clan riusciva a monitorare lo stato delle giocate, a controllare gli hopper [i contenitori di denaro nei cassoni delle macchinette], sapendo così quale macchina fosse sul punto di erogare la vincita e riuscendo ad impadronirsene, impedendo la vincita ad utenti esterni».

La Commissione d’indagine Grandi (Alfiero Grandi, sottosegretario all’Economia del secondo Governo Prodi), nel 2007 ha potuto verificare il mancato versamento di diritti erariali per 98 miliardi di euro (equivalenti a quattro manovre finanziarie “salvaitalia”) da parte delle dieci società concessionarie in Italia delle New slot tra il 2004 e il 2006. Una sentenza della Corte dei Conti le ha condannate al pagamento di “soli” 2,5 miliardi di euro, riducendo così il dovuto del 95 per cento (sentenza n. 214/2012).

Una lobby del gioco d’azzardo? La penale più alta – 845 milioni – è dovuta da Bplus Giocolegale Ltd, filiale italiana della multinazionale Atlantis World (ha sede nel paradiso fiscale di Saint Maarten, nei Caraibi), società che ha in carniere il 30 per cento del mercato nazionale.

Ebbene, Atlantis Word è controllata da Francesco Corallo, figlio di Gaetano Corallo, sospettato di essere un affiliato al clan catanese di Nitto Santapaola, nonché coinvolto nella scalata dei casinò di Sanremo e Campione d’Italia, e per lungo tempo latitante all’estero. Aggirando il sistema di controllo della Sogei, Giocolegale avrebbe collocato in un solo esercizio pubblico a Torre di Archirafi presso Catania ben 26.858 apparecchi non collegati al sistema «tutti insieme e nella stessa data», tutti formalmente stipati nei 50 metri quadri del bar “15 giugno” (in paese ne ricordano 5 o 6), nella realtà disseminati per l’Italia a procurare incassi in nero, «un vero “magazzino virtuale” sfruttabile per la raccolta di gioco illegale».

A Pavia e dintorni l’azienda leader nel settore è Royal Games di Germano Bernardi, società della quale è dirigente il consigliere comunale Giovanni Demaria di Rinnovare Pavia, il movimento politico di Ettore Filippi, l’ex vicesindaco notoriamente in rapporti elettorali con il capo della ‘Ndrangheta lombarda Pino Neri.

‘Ndrangheta nordista e videogiochi. I fratelli reggini Francesco e Giulio Lampada sono vigevanesi d’elezione. A Milano possiedono bar e gestiscono Slot Machine. Non sono affiliati, ma una informativa dei Ros di Reggio Calabria li indica «al servizio della cosca Cordello» detto il Supremo.

Il 15 luglio 2006 Francesco sposa la vigevanese Maria Valle, clan Valle. Tra gli invitati alle nozze figurano personaggi di alto lignaggio mafioso: oltre ai Cordello, ci sono i Papalia, Giovanni Barillà, Paolo Martino… (Lo spettacolare matrimonio di mafia è raccontato da Gianni Barbacetto e Davide Milosa in Le mani sulla città, Chiarelettere 2011, pp. 30-34).

Non vissero felici e contenti: Francesco e Maria entrano in carcere il 1° luglio 2010, e con loro l’intero clan dei Valle.

In solitudine Giulio continua a gestire i bar e le società di Slot Machine, mantenendosi così lontano dai problemi economici: «vedi qua?» riferisce in una intercettazione: «ho una chiavetta nera e ho praticamente un centinaio di sportelli bancomat disposti tra Milano e provincia. Tu dici, che sono questi sportelli bancomat? È la chiave del cambiamoneta, ti faccio un esempio, stasera sono con te e mi serve del contante, 1.000 euro, vado in uno dei bar, apro e me li prendo, così».

È il 26 maggio 2006. Al ristorante-discoteca milanese Le Barque, a due passi dal Duomo, Letizia Moratti tiene il gran finale della sua campagna elettorale quale candidata sindaco della città: «c’è il suo staff al gran completo; ci sono tanti amici e sostenitori. Tra questi c’è Armando Vagliati, consigliere comunale di Forza Italia fin dal 1997, membro della segreteria cittadina del partito. E c’è un imprenditore calabrese, Giulio Lampada, con sua moglie, Giuseppa Zema. La coppia conosce bene Vagliati, tanto da aver passato parte del pomeriggio di quel venerdì 26 maggio proprio nella sede del suo comitato elettorale in via Palma». Tra gli accompagnatori di Vagliati c’è anche Domenico Mollica, «segnalato già nel 1977 dalla Criminalpol di Milano come associato a uomini della ‘Ndrangheta sospettati di trafficare stupefacenti» (Le mani sulla città, pp. 27-30).

Giulio Lampada è dunque il braccio politico della famiglia. Frequenta i salotti buoni della Milano filo berlusconiana; è in ottimi rapporti con l’allora segretario provinciale Udeur Alberto Oliverio; conosce il consigliere regionale Pdl della Calabria Francesco Morelli. Contemporaneamente, riferiscono gli inquirenti, «mantiene i contatti con le famiglie mafiose di Reggio Calabria», in particolare con lo zio Giacinto Polimeni.

Su ordine del gip milanese Giuseppe Gennari, Morelli e Lampada sono arrestati il 30 novembre 2011. Secondo il Gip, Morelli si sarebbe incontrato più volte con Giulio e suo fratello Francesco in Calabria a Milano e a Roma, sia «per questioni legate alla concessione a livello nazionale dei Monopoli sia per questioni elettorali in vista di competizioni nazionali e locali». Morelli mantiene anche quote «in società facenti capo ai Valle-Lampada». Nel merito, scrive il Gip, il politico calabrese detiene il 10 per cento dell’Andromeda Srl «per l’esercizio del Punto.it e del gioco legale a distanza, che svolge attività connesse a lotterie e scommesse», oltre a una quota analoga in Orion Service Srl e in Pegasus Srl, società di cui è amministratore Giuseppa Zema (moglie di Giulio Lampada), tutte costituite il 19 novembre 2009. Morelli se ne libera nel settembre 2010, due mesi dopo la cattura di Giuseppe Lampada, «all’evidente scopo – osserva il Gip – di non essere coinvolto in alcun modo nelle vicende giudiziarie indicate».

E a Pavia? A quanto pare la mafia esiste solo a Milano. Dal suo bunker in via Carcano (vigilantes armati, telecamere e porte blindate) il presidente di Royal Games Germano Bernardi nega infiltrazioni o pressioni da parte della criminalità organizzata (intervista di Giovanni Scarpa a Germano Bernardi, “La Provincia Pavese”, 18 gennaio 2012). Forse Bernardi non ha letto il Rapporto 2003 della Commissione parlamentare antimafia, là dove il documento rileva che «a Pavia il controllo criminale del territorio non segue la via del “pizzo” ma quella del videopoker». E si capisce: come lui stesso avverte, nel suo mestiere «la riservatezza è un obbligo».








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica emergenza di specie il 10 aprile 2012