Quattro lettere dal cuore della giovinezza

Michail J. Lermontov



È appena stata pubblicato Il prigioniero. La vita, il tempo e le opere di Michail Jur’evič Lermontov, scritto da Roberto Michilli e pubblicato dalle edizioni Galaad. Si tratta di una biografia appassionata, la prima in italiano, del grande e precoce autore russo, morto nel 1841 a ventisei anni. Il libro contiene molte traduzioni inedite. Ringrazio l’autore e l’editore per il permesso di riprodurre qui quattro bellissime lettere.




A Maríja Aleksándrovna Lopuchiná

31 maggio 1837. Da Pjatigórsk a Mosca. Originale in francese.

Mantengo esattamente la mia promessa, cara e buona amica, e mando a voi e a vostra sorella le scarpe circasse che vi avevo promesso; ce ne sono sei paia, e potrete facilmente dividervele senza litigare; le ho comprate appena sono riuscito a trovarle. Adesso sono alle acque, bevo e faccio bagni, insomma vivo del tutto come un’anatra. Dio voglia che la mia lettera vi trovi ancora a Mosca, giacché se dovrà viaggiare in Europa alle vostre calcagna, vi acchiapperà può darsi a Londra, a Parigi, a Napoli, che so io — e sempre in posti dove essa sarà per voi la cosa meno interessante, di che dio la guardi e anch’io. — Ho qui un gradevolissimo appartamento; ogni mattina vedo dalla mia finestra tutta la catena di montagne innevate e l’Elbrús; e anche adesso, mentre scrivo questa lettera, ogni tanto mi fermo per gettare uno sguardo su quei giganti, tanto sono belli e maestosi. Spero d’annoiarmi graziosamente per tutto il tempo che passerò alle acque, e nonostante sia facilissimo fare delle conoscenze mi propongo di non farne del tutto; vago ogni giorno sulla montagna, cosa questa che da sola ha reso la forza ai miei piedi; così non faccio che camminare; né il caldo né la pioggia mi fermano… Ecco all’incirca il mio genere di vita, cara amica, non è gran cosa, ma… — appena sarò guarito parteciperò alla spedizione d’ottobre contro i circassi, quando l’imperatore sarà qui…
— Addio, cara, vi auguro molto divertimento a Parigi e Berlino. —
Alexis ha ricevuto la sua licenza?; — abbracciatelo da parte mia — addio.
Tutto vostro M. Lermontoff
P.S. Di grazia, scrivetemi — e dite se le scarpe vi sono piaciute.





A Svjatosláv Afanás’evič Raévskij
Seconda metà di novembre – inizio dicembre 1837. Da Tiflís a Petrozavódsk.

Carissimo amico Svjatosláv,
Suppongo che o le mie due lettere siano andate perdute con la posta, o le tue non mi siano arrivate, perché da quando sono qui vengo a sapere di te solo dalle lettere della nonna.
Infine mi hanno trasferito di nuovo alle guardie, ma solo al reggimento di Gródno. In tutta onestà, se non fosse per la nonna, rimarrei volentieri qui, perché difficilmente la Colonia sarà più piacevole della Georgia. Ci credi che da quando ho lasciato la Russia non ho fatto che viaggiare, o con la posta o a cavallo?
Ho attraversato l’intera Linea, da Kizljár a Tamán’, e attraversato le montagne. Sono stato a Šušá, Kúba, Šemachá, Cachézia, vestito alla circassa con un fucile a tracolla. Ho passato le notti all’aperto, addormentandomi al grido degli sciacalli. Ho mangiato čurék e bevuto vino della Cachézia.
Dopo aver preso un raffreddore, per strada, sono arrivato alle sorgenti con i reumatismi. Hanno dovuto tirarmi fuori a braccia dal carro perché non potevo camminare — in un mese le sorgenti mi hanno rimesso completamente a posto. Non sono mai stato così in salute e conduco una vita esemplare. Bevo vino solo quando sono di notte da qualche parte sopra le montagne e ho freddo, poi quando arrivo da qualche parte mi scaldo… — Qui non c’è niente da fare, a parte la guerra. Sono arrivato al distaccamento troppo tardi, perché ora il sovrano ha proibito una seconda spedizione, e ho sentito soltanto due o tre colpi. Ma poi, nei miei viaggi ho risposto al fuoco solo in due occasioni. Una volta, durante la notte, tre di noi hanno lasciato Kúba. C’eravamo io, un ufficiale del nostro reggimento e un circasso (pacifico, ovviamente), — e per poco una banda di lesghiani non ci ha catturati. — Ci sono molti bravi ragazzi qui, e soprattutto a Tbilisi ci sono persone molto rispettabili. E sono davvero deliziose le terme tatare! — Ho preso rapidi schizzi di tutti i posti notevoli che ho visitato e me ne porto dietro una discreta collezione. In breve, ho viaggiato. Ho attraversato le catene montuose della Georgia ballonzolando su un piccolo carro, e a un certo punto l’ho abbandonato per proseguire a cavallo. Mi sono arrampicato fin sulla cima delle montagne coperte di neve (Monte delle Croci), e non è stato facile. Mezza Georgia è visibile da lassù, come se fosse su un piatto d’argento, e davvero non voglio sforzarmi di spiegare o descrivere questa meravigliosa sensazione. Per me l’aria di montagna è come un balsamo, al diavolo lo spleen, il cuore batte forte, il petto respira profondamente — non hai bisogno di niente in quegli istanti, potresti metterti seduto a guardare per tutta la vita.
Ho cominciato a studiare il Tataro, lingua indispensabile qui e in tutta l’Asia come il Francese in Europa, — è una sfortuna che adesso debba smettere di studiarlo, perché avrebbe potuto essermi utile in seguito. Ho già fatto piani per viaggiare alla Mecca, in Persia e in altri posti. Ora non mi resta che chiedere di raggiungere la spedizione di Peróvskij a Chivá.
Puoi capire da tutto questo che sono diventato un terribile vagabondo, e mi sento davvero portato per questo genere di vita.
Se pensi di rispondermi, scrivi a Pietroburgo, ahimè, non a Cárskoe Seló. È noioso andare in un nuovo reggimento. Sono completamente inutilizzato al fronte e sto seriamente pensando di chiedere il congedo.
Addio, caro amico, non dimenticarti di me, e tuttavia credi che il mio più grande dolore è che tu abbia sofferto per colpa mia.
L’eternamente a te devoto M. Lermontov





A Maríja Aleksándrovna Lopuchiná

Fine dicembre 1838. Da Pietroburgo a Mosca. Originale in francese.

È molto tempo, cara e buona amica, che non vi ho scritto e che voi non mi avete dato notizie della vostra cara persona e di tutti i vostri; così ho la speranza che la vostra risposta a questa lettera non si farà attendere a lungo: c’è della fatuità in queste frasi, direte; ma vi sbaglierete. So che siete persuasa che le vostre lettere mi fanno un grande piacere dal momento che impiegate il silenzio come punizione; ma non merito questa punizione giacché ho costantemente pensato a voi, prova: ho chiesto un congedo di sei mesi, — rifiutato, di 28 giorni — rifiutato, di 14 giorni — il gran duca ha rifiutato lo stesso; tutto questo tempo sono stato nella speranza di vedervi; farò ancora un tentativo — dio voglia che riesca. — Devo dirvi che sono il più infelice degli uomini, e mi crederete quando saprete che vado ogni giorno al ballo: sono lanciato nel gran mondo; per un mese sono stato alla moda, mi si contendevano. È schietto almeno. — Tutto questo mondo che ho ingiuriato nei miei versi si diletta a circondarmi di adulazione; le più belle donne mi chiedono dei versi e se ne vantano come di un trionfo. — Tuttavia m’annoio. — Ho chiesto di andare nel Caucaso — rifiutato. — Non vogliono nemmeno che mi lasci ammazzare. Forse, cara amica, queste lamentele non vi sembreranno in buona fede? — Forse vi sembrerà strano che si cerchino i piaceri per annoiarsi, che si frequentino i salotti quando non ci si trova niente d’interessante? — ebbene vi dirò il mio motivo: sapete che i miei più grandi difetti sono la vanità e l’amor proprio: ci fu un tempo in cui ho cercato d’essere ammesso in questa società come novizio, non ci sono arrivato; le porte aristocratiche si sono chiuse per me: e adesso entro in questa stessa società non più come postulante, ma come uomo che ha conquistato i suoi diritti; eccito la curiosità; mi cercano, m’invitano dappertutto, senza che nemmeno faccia finta di desiderarlo; le donne che desiderano avere un salotto distinto vogliono avermi, giacché sono anche un leone, sì, io — il vostro Michel, bravo ragazzo, che non avreste mai supposto potesse avere una criniera. — Convenite che tutto questo può ubriacare. Per fortuna la mia pigrizia naturale prende il sopravvento; e a poco a poco comincio a trovare tutto questo un po’ troppo insopportabile: ma questa nuova esperienza mi ha fatto del bene, nel senso che mi ha dato delle armi contro questa società, e se mai m’inseguisse con le sue calunnie (cosa che succederà) avrò almeno i mezzi per vendicarmi, poiché certamente da nessuna parte c’è tanta bassezza e tanto ridicolo. Sono convinto che non direte a nessuno le mie vanterie, giacché mi si troverebbe ancora più ridicolo di quanto sia, e poi con voi parlo come con la mia coscienza, e poi è così dolce ridere sotto i baffi delle cose brigate e invidiate dagli sciocchi, con qualcuno che, lo sappiamo, è sempre pronto a condividere i vostri sentimenti; è di voi che parlo, cara amica, ve lo ripeto, dal momento che questo passaggio è abbastanza oscuro. Ma voi mi scriverete, non è vero? — sono sicuro che non m’avete scritto per qualche motivo grave. — Siete malata? c’è qualcuno malato in famiglia? lo temo. Mi hanno detto qualcosa di simile. Nella prossima settimana aspetto la vostra risposta, che spero sarà non meno lunga della mia lettera, e certo meglio scritta, giacché ho un forte timore che non sappiate decifrare questo scarabocchio.
Addio, cara amica, forse se dio vuole ricompensarmi riuscirò ad avere un congedo di sei mesi, e allora sarò sempre sicuro d’una qualche risposta.
Salutate da parte mia tutti quelli che non mi hanno dimenticato.
Tutto vostro
M. Lermontov 





Ad Alekséj Aleksándrovič Lopuchín

16-26 ottobre 1840. Dalla fortezza di Gróznyj a Mosca.

Caro Alëša.
Ti scrivo dalla fortezza di Gróznyj, dove noi, cioè il distaccamento, siamo rientrati dopo venti giorni di spedizione in Cecenia. Non so cosa succederà dopo, ma per il momento la sorte non mi ha offeso troppo: ho ricevuto in eredità da Dórochov, che è stato ferito, una squadra scelta di cacciatori composta da un centinaio di cosacchi — canaglie di vario tipo, volontari, tatari e altri. È una specie di banda partigiana, e se mi riuscirà di agire con successo, allora, forse, me ne verrà qualcosa. Li ho comandati solo quattro giorni in azione e non so ancora fino a che punto sono affidabili, ma siccome, probabilmente, combatteremo ancora per tutto l’inverno, avrò tempo per prender loro le misure. Eccoti la cosa più interessante su di me.
Non ricevo lettere né da te né da altri da tre mesi. Dio sa che v’è accaduto. Avete dimenticato? Vi siete persi? Vi faccio segno agitando la mano. Non ho grandi cose da scrivervi: la nostra vita al di fuori della guerra è monotona, e descrivere la spedizione non è permesso. Vedi come sono obbediente alla legge. Magari, un giorno o l’altro, mi siederò davanti al tuo caminetto e ti racconterò le lunghe marce, i combattimenti notturni, le scaramucce estenuanti, tutti i quadri della vita militare di cui sono stato testimone. Varvára Aleksándrovna sbadiglierà sul suo ricamo e, alla fine, s’addormenterà alle mie storie, tu sarai chiamato in un’altra stanza dall’intendente, e io resterò solo e finirò la storia a tuo figlio, che farà la cacca sulle mie ginocchia… Fammi un favore, scrivimi appena puoi. Sta’ in salute con la tua prole e la tua famiglia e bacia la mano della tua convivente.

Tuo Lermontov








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 11 novembre 2015