Mosca di luce

Tra me e Tobia



Tra me e Tobia («Il nome di un cane. I miei genitori mi hanno dato il nome di un cane. I cani li adoro, oltretutto. È proprio per quello, se ci pensi. Perché? Lasciamo perdere. Considera invece che per un anno ho girato avvolto nel mio cappotto sovietico, lungo fino alle caviglie, senza riuscire mai a seguire il discorso di chi mi parlava. Non ci capivo niente. Impossibile conservare l’attenzione per più di cinque minuti. Sai perché? Perché pensavo a Bessy. La cagna. La nostra cagna di dieci anni, a cui avevano amputato le zampe posteriori per un osteosarcoma. Tagli chirurgici e ricuciture, filo nero a vista. È diventata una cagna a ruote. Bessy. L’abbiamo presa quando io ne avevo sedici, di anni. Per convincermi a finire il liceo. È servito, finire il liceo. Certo. Come no. È servito almeno quanto è servito iscriversi all’università. Maiali. Chi? Lasciamo perdere. Perché? Perché te lo sto dicendo io, che ho il nome di un cane. Sono destinato a non essere mai preso sul serio. Allora, a questo punto, dovendo comunque subire questo trattamento, mi sono dato da fare fino in fondo. Il liceo l’ho finito, per amore di Bessy, ma con due tatuaggi sulle guance. Nessuno mi ha detto che era una buona idea. Due enormi ruote di bicicletta. Mi dicevano che ci avrei fatto crescere sopra la barba soltanto per nasconderle. Invece queste sono le mie ruote e ne vado fiero. Ululo al cielo nelle notti stellate, per la fierezza che mi pervade a causa delle mie ruote di bicicletta. Poi l’orecchino, naturalmente. Il cerchio più pensante che riuscii ad appendermi all’orecchio. Lampi d’oro quando cammino. E cammino, io, cammino più di quanto non possiate credere. Una volta ho fatto sessantatré chilometri in un giorno. Non era nemmeno pianura. Scie di luce sfolgorante mi pendevano dal lobo bucato, quello destro. Un passo e poi un passo e poi un passo e poi un passo. Dopo l’orecchino venne il cappotto sovietico. Il mio migliore amico. Tiene lontani i vivi e i morti e il suo regno non avrà fine. Che restino a distanza. La gente ha il vizio di accarezzarmi. Non devono. Mi manda fuori di testa. Col mio nome da cane, non sopporto le carezze. Mi fanno montare il sangue agli occhi, divento violento. Posso fare del male a qualcuno, se non la smette quand’è il momento. Gli posso fare male sul serio. Tipo scardinargli i denti di bocca a ginocchiate o fargli esplodere gli occhi, spingerci dentro il gomito fino a quando non incontro l’osso con l’osso. Dare un morso sulla mano che non si ritrae, maledetta, e non allentare la presa fino a quando non sento che il taglio è completo, che ho reciso qualcosa di serio e vitale. Sono pericoloso fino a questo punto, ne sono sicuro. Ma non ho mai dovuto arrivarci. Perché sono una persona gentile e so spiegare, so evitare, so insegnare a quelli che lascio mi vengano vicini come devono regolarsi con me. E poi c’è il cappotto sovietico. Quando la gente lo vede capisce qualcosa, anche se magari non sa di aver capito. È un capo di vestiario che trasmette il giusto disagio. Fa un po’ l’effetto di un colpo di frusta. I felini si riaccucciano, nemmeno mi tocca abbaiare. Il mio cappotto sovietico mi aiuta a girare circospetto. Se hai una risorsa scicchettosa di questo livello, finisci per servirtene più volte che puoi. Da quando Bessy ha perso le zampe, praticamente non me lo sono più tolto. Adesso devo uccidere Bessy. Tocca a me. Troppe cose brutte. È cattivo tenerla in vita. Io e il mio nome da cane. Bessy. A ventisei anni mi tocca uccidere l’essere che amo di più al mondo. Ricordo quando l’ho incontrata. Ne avevo sedici.») ha sempre vinto Tobia. Tranne oggi. Oggi vinco io, finalmente. E dire che ero partito sotto. 6-3 al primo e 6-3 al secondo. Poi ho cominciato a colpire la pallina col centro del piatto corde. Hanno iniziato a uscire dal mio ovale quelle che Tobia chiama “fiammate”. Una dopo l’altra, in sequenza. Piccole esplosioni controllate, lampi perfetti. Però non solo questo. Ho dalla mia anche la dea della precisione e gli angeli dell’esatezza. La trama di linee che si potrebbe tessere disegnando le traiettorie dei miei colpi è armonica, la vedo. La sento suonare. Tobia è spacciato. Riesco ad avvicinarmi alla rete con una certa facilità. Anche quando è lui al servizio. Era tutta la vita che aspettavo di toccare la pallina come la tocco oggi. Da qualche parte, sotto la pianta del mio piede destro, c’è una veschica che si sta gonfiando. Alla fine del secondo set, quando l’universo sembrava un posto oscuro, quel rigonfiamento pieno di liquido lo immaginavo come una specie di bubbone. Faceva male, era una tortura. Adesso non lo sento più. O appena un pizzicorio. È quasi piacevole. Mi accompagna a schiacciare una palla che Tobia ha rilanciato dalla mia parte, alzando la traiettoria per il più disperanto dei pallonetti difensivi. Questo è successo perché io ho indirizzato il mio colpo alla sua sinistra, nell’angolo. Lui era con i piedi dentro il campo, ha dovuto arretrare. La mia palla era un tagliata in modo da restare bassa, lui ha dovuto piegarsi, chiudere intorno alla racchetta anche l’altra mano. È forte, Tobia, un gatto elastico. Ci è arrivato, però ha dovuto colpire quando la palla era molto vicina al suolo e mentre il suo corpo era in equilibrio precario, perché stava ancora arretrando per rimettersi in equilibrio. Balla la danza del branco in fuga. Che abbia comunque risposto è stato un miracolo, quasi, però uno di quei miracoli crudeli che sul campo da tennis, a volte, ritardano la tua morte trasformandola in un’esecuzione. Posso scegliere come deve soccombere. Decido di toccare piano la palla dall’alto verso il basso, mandandola a morire molto vicino alla rete e molto lontana dal mio avversario, che non può che soffiare. Fino a pochi minuti fa il campo era tutto suo, l’aveva ritagliato intorno ai punti dove aveva voglia di mettere i piedi. Adesso le cose stanno cambiando, la geometria si ribella e la sua parte si sta allargando, i confini si spostano lontano dai punti che può raggiungere. Ogni volta che apro un’angolazione estendo lo spazio della sua inermità. Finalmente capisco cosa sia il gusto del carnefice. È ciò che mi è sempre mancato, la mia inettidudine a godere della sofferenza dell’avversario è uno dei motivi perché con Tobia ho sempre perso. Non è che lui ce l’abbia molto più pronunciata di me. È che lui è più regolare. Questo vuol dire che devo sabotare il suo gioco, gli devo mettere la sabbia tra gli ingranaggi. I modi che ho per fare punto dipendono quasi esclusivamente dalla buona riuscita che ottengo nell’impedire che lui giochi bene. Mentre fa più punti, tendenzialmente, quando mi fa giocare meglio una serie più lunga di colpi. Se colpisco dieci volte perfettamente, lui risponderà bene e poi sarò io a sbagliare. Se aumento la velocità dello scambio in maniera progressiva, il suo ritmo aumenterà col mio riempiendolo di gioia di vivere, fino a quando sarò io ad affossare la pallina in rete o qualcosa del genere. Se invece eseguo colpi cattivi che so essere tali, inizio ad avere qualche possibilità. Giocare così vuol dire passargli una lametta sui nervi. Semplicemente non ce la faccio. Oggi però capita qualcosa di diverso. Da quando è iniziato il terzo set, riesco a muovermi in avanti con una frazione di secondo di anticipo rispetto ai suoi ritmi abituali e trovo il punto in cui Tobia non può arrivare senza aver bisogno di essere subdolo. Godo del pieno dominio. Questo mi permette addirittura di vincere un paio di scambi lunghi. Perché prima che diventino eterni, il suo campo si apre e si allarga al punto da non poter più essere coperto. Liberalo, o Signore, da questa sofferenza. La mia palla è trafilata d’oro e scintille. E poi arrivo così spesso a rete che inizio a sospettare di poter prendere il volo da un momento all’altro. La terza partita finisce 6 a 0 per me. Non era mai successo prima, nemmeno una volta. Quarto set. Tre a uno. Ancora e sempre per me. È finita. Arrivo davanti alla luna, suono il clacson, mi tolgo il cappello, saluto, torno e schiaccio ancora una palla che rischia di esplodere quando tocca il cemento. Nel momento in cui rimbalza, Tobia non è nemmeno in condizione di provare a capire in che direzione correre. Lo guardo e vedo che mi sorride stancamente. Forse lui aspettava di vedermi giocare così, prima o poi. Io lo sognavo soltanto. Torno al servizio. La mia spalla spinge il braccio parecchio in alto, ruoto e mi inclino un po’ in avanti a seguito dell’impatto, piego in avanti anche il polso mentre sento la sferetta di sole appiattirsi contro le corde nel momento del rilascio di energia cinetica. È come se stesse accumulando la forza di molti cataclismi, quando la tocco con la racchetta. Incrocio delle righe, fine della vita umana sulla terra e inizio dell’era angelica. Tre aces di fila. Poi risponde. La fiammata è sua, stavolta. Quasi mi toglie la racchetta di mano. Quasi. Qua ho anche una botta di fortuna, però. Il pallonetto che mi esce fuori dal piatto corde, quando praticamente paro il suo colpo sostenendone l’impatto con tutte e due le mani strette sul manico, atterra poco lontano dalla linea di fondo. È spaesato: deve rigiocare un punto che aveva già messo a segno. Così mi tira una cosuccia abbastanza lenta da farmi riprendere il dominio dello scambio. Voglio andare a rete. Torno a casa, per aria. Lo spingo di nuovo nel suo angolo sinistro, di nuovo facendolo correre ad attaccare l’altra mano all’impugnatura per difendersi. Non la prende male come pensavo. Ma è pur sempre un colpo dal basso verso l’alto, per quanto ci abbia messo un po’ di parabola. L’unica incognita è che devo saltare. Quando la palla sta per arrivarmi sopra la testa, è più in alto di quanto non mi aspettassi. Allora tutto. Adesso, allora, tutto. Tutto quanto. Salto spingendo al massimo con le gambe e sento la spinta trapassarmi la spina dorsale e trasferirsi al braccio destro, attraverso il quale la botta viene scaricata contro la pallina. Un serpente rosso infuocato a cui sta per esplodere la testa mi percorre il corpo. Però alla pallina quella forza non ci arriverà mai.








pubblicato da l.cristiano nella rubrica libri il 4 novembre 2015