Fiorire, svanire

Jonny Costantino



Il soffio della poesia di Vito M. Bonito è soffio che estingue. È il respiro che incontra la candela. È il respiro della fiamma che, spirando nel proprio fumo, si fa buio.

Soffiato via è il titolo della penultima sezione di un precedente libro di Bonito: Fioritura del sangue (2009). Qui gli uomini sono candele umane: quanto grasso quanta cera quanto cielo quanta speranza in tanto letame, esclama il poeta col suo stupore sanguinante e asserisce: la lingua poetica porta alla fine l’umano. In Soffiati via (2015) la liquefazione e lo sfinimento si sono spinti oltre: siamo all’ultimo sangue della lotta con l’umano.

Bonito parla la lingua dell’anima e del male.
La lingua dell’animale. La lingua dell’inumano.

L’inumano è l’inquietudine che sconvolge da dentro l’umano. La febbre che amplia i confini dell’umano stremato straripato sfigurato. L’inumano è l’estraneo che ci guarda allo specchio. Il corpo senza organi di Artaud. Il volto senza lineamenti di Bacon. L’inumano è l’altro, il bastardo, il mostro che dimora in noi.

Un posto sulla terra (2001) di Artur Aristakisjan

Non c’è alto né basso nella poesia di Bonito. Ci sono porte.

Sogno fetale, porta fecale: di Soffiati via è la rima fatale.

Annaspiamo tra il fetale e il fecale, è un dato di fato.

Il feto è il fecondato, il concepito, l’incompiuto.
Le feci sono l’espulso, l’avanzo, il rifiuto.

Venire alla luce è il primo atto di rifiuto. Rifiuto radicale: espulsione dal ventre materno, emersione spaesata dall’oscurità prenatale. Nascere è subire lo stupro della luce. Neonati, moriremo. Le feci sono l’anticipazione del cadavere: brano dell’io rigettato dal corpo, abiettato, ridotto a escremento, materia di scarto.

Le feci sono il fato del feto.

Il latino fatus è il participio perfetto del verbo fari, dire. Il fato è ciò che, una volta detto, c’inchioda. La scrittura poetica è, per forza di lingua, oracolare.

Il grido creaturale che udiamo nelle poesie di Vito M. Bonito è il grido del bruciato vivo, il grido di chi nascendo prende fuoco, poiché solo nel fuoco si vive. La parola francese écrit (scritto) contiene cri (grido). Quello di Bonito è il grido silenziato di chi vuole splendere non generato (Fioritura del sangue), tornare increato (Soffiati via).

La vita è un bagliore tra il fiorire e lo svanire.

La saggezza è del sangue.
La salvezza, se ci fosse, sarebbe nel sangue.

Bonito chiama caramelle di sangue le promesse d’amore. Anche le parole lo sono, caramelle di sangue, ma soltanto se le accettiamo da uno sconosciuto. Lo sconosciuto che ci affascina per farci a pezzi.

Scrivere è un atto sacrificale, darsi in pasto alle sanguisughe. Bonito è perentorio a riguardo. Il sangue ci parla in un’altra lingua. La lingua della notte. La lingua del cane. La lingua dell’albero. Il sangue ci scrive. Scrive Bonito:

l’albero mi ha parlato
ma io non sapevo
parlare la lingua

allora mi sono inciso
così ho parlato
il mio sangue

Il sangue, come la morte, non mente.

Il sangue illumina i sogni. Il sangue è la luce alla nostra portata. Alla portata di creature viventi perché sanguinanti. Creature sognanti. La luce ci apre, scrive il poeta. La luce c’incanta. Il sangue ci canta. Cantare, in Bonito, significa fare sangue.

Incisi, cantiamo la ferita.

Commedia dei fiori e della vacuità: potrebbe essere il sottotitolo di tante vite, oltre al titolo di una sezione schiusa da un’epigrafe di Mariella Mehr:

si attaccano alla pelle, questi fiori,
lasciano ferite, ferite incurabili

Il fiore ferisce più duramente della pietra.
Scarnifica più a fondo.
La poesia è fioritura di sangue.

Soffiati via è poesia che sfiata dal dolore. La religione buddista usa la parola sanscrita nirvana per indicare il fine ultimo della vita: la liberazione dal dolore. Nirvana vuol dire cessazione estinzione spegnimento, letteralmente: ciò che è soffiato via.

Senza estinzione, non c’è liberazione.

Iddio è un forno, scrive Bonito.
Forno di luce e di sangue.
Olocausto e brillamento.
Bruciatura assoluta.

Frame di Rintocchi da profondo (1993) di Werner Herzog con intervento di Vito M. Bonito

La poesia di Bonito è una liturgia storpia, come il poeta scrive dei film del cineasta russo Artur Aristakisjan. La sua poesia è preghiera rivolta a un dio che c’intima di abbeverarci del sangue dei malati e delle stelle morenti. Innanzitutto.

Ancora prima dell’indice di Soffiati via, c’è un’immagine. Un fotogramma: due uomini, uno inginocchiato, l’altro prono, su un lago gelato. Il fotogramma è estrapolato da Rintocchi dal profondo (1993) di Werner Herzog. I due uomini stanno pregando. Sotto di loro, nel senzafondo del lago, c’è la città dei beati. Le prime parole del libro sono scritte a mano. La mano ustionata del poeta le ha apposte dentro e sotto questa immagine di preghiera.

Le parole, come le immagini, sono rintocchi dal profondo o nient’altro che rumori di fondo. Le parole di Vito M. Bonito, in particolare, sono monconi oranti che strisciano sul ghiaccio, nel vuoto, a vuoto. Frattaglie della grazia.

Il poeta affida al regista tedesco l’apertura della sezione sì dolce è il tormento con questa epigrafe: Niente è reale, niente è certo, è difficile dire… La conquista dell’inutile è il non plus ultra dell’arte secondo Herzog, che afferma:

Siamo operai dell’espressione compunta e fiduciosa che costruiscono un ponte sopra una voragine, ma senza un solo pilone.

Bonito sottoscriverebbe col sangue.

La poesia è lo spaziotempo che prende ritmo tra il desiderio e il disastro.

Il desiderio è tensione: sangue che bolle e brancica e mira alla stella.

Il disastro è evidenza: siamo divisi, la stella non si tocca, anni luce di distanza.

Il disastro è anche il disastro della poesia. Disastro grammaticale, ortografico. Un disastro che intensifica lo smarrimento e spazia in distorsione la catastrofe, come Bonito scrive del cinema di poesia di Herzog e del suo erede statunitense, Harmony Korine.

Il disastro esacerba il fallimento. Fallire è necessario. Quale prossimità nella lingua d’oltralpe tra falloir (essere necessario) e faillir (fallire).

La poesia è frattura composta.
Incalcificabile.

Avverto in Bonito quella che Maurice Blanchot chiama noia per le parole. Una noia che è desiderio di parole distanziate, frammentate, isolate. Parole col vuoto intorno. Parole cadenti. Parole irradianti. Parole boato.

La scrittura disastrata è una scrittura violenta, violentata.
Tutta schegge, trafitture.
Tutta ganci.

Scrive Bonito:

essere qui è capitato
essere qui sangue versato

in ginocchio
nel buio

dove mai ogni stella

Il desiderio della poesia è essere lì, altrove, dove mai ogni stella.

Scrive Bonito:

nessuno parla
le buie pupille
nel cielo di stelle

Il disastro della poesia è restare qui, nel silenzio siderale della pupilla che si rabbuia.

La poesia è orfanità.
La poesia è inermità.
Bonito lo sa e la fa.

Poesia: in principio è la morte o è lettera morta.

Leggenda vuole che, in punto di morte, Goethe abbia detto: Mehr licht. Più luce. Thomas Bernhard dissente e corregge: Mehr nicht è l’ultima parola di Goethe. Più niente.

mehr licht
mehr nicht

Si chiude così, si apre così, una poesia di Soffiati via.

Soffiati via è un focolaio e un macello dove tra la luce e il nulla non c’è cesura.

La poesia di Vito M. Bonito è affetta da un male inoperabile: il mal di luce.

La luce serve il nulla.
Il nulla aureola la parola.
Ossigena il respiro.
Sbocca nel sangue.
Sboccia.

{Palms} (1993) di Artur Aristakisjan

Vito M. Bonito, Soffiati via, Il Ponte del Sale, Rovigo 2015.








pubblicato da j.costantino nella rubrica poesia il 30 ottobre 2015