Il più grande cannibale

Roberto Gerace







«Ma Stalin...»
«Stalin! Stalin è il più grande cannibale che abbia mai messo piede sul suolo russo!» disse.




È in libreria da poco più di un mese Il giardino delle mosche di Andrea Tarabbia (Ponte alle Grazie), nuova prova narrativa di uno scrittore che sembra aver fatto della scelta di raccontare il Male con la maiuscola un vero e proprio manifesto d’intenti. Dopo il successo del suo primo romanzo di una certa mole, Il demone a Beslan (Mondadori, 2011; ma non va dimenticato il più conciso e visionario La calligrafia come arte della guerra, Transeuropa, 2010), che si cimentava con la famigerata strage avvenuta in una scuola dell’Ossezia del Nord, l’autore decide in questo caso di fare i conti con un’altra pagina nera della storia recente della Russia: la vita e le imprese di Andrej Čikatilo, meglio noto come il “mostro di Rostov”.

Per chi come me è figlio di un’altra generazione e può dunque non saperlo, è la storia di un pluriomicida che tra il 1978 e il 1990 ha ucciso almeno 56 persone, perlopiù di giovane o giovanissima età, quasi sempre abusando dei loro corpi, spesso squartandoli, a volte cibandosene. E tuttavia, come Tarabbia ci ricorda, è anche la storia di un attivista del Partito sotto un’Unione Sovietica in progressivo disfacimento, stalinista della prima ora, laureato in ingegneria, marxismo-leninismo e letteratura russa, marito e padre affettuoso anche se non sempre partecipe, figlio di un padre accusato di collaborazionismo coi nazisti e di una madre anaffettiva, fratello di un fratello che non ha mai conosciuto perché ucciso e probabilmente mangiato dai vicini in periodo di guerra e carestia e di una sorella nata da uno stupro perpetrato durante un assedio, vittima anche lui di violenze omosessuali, miope se non cieco del tutto e impotente.

Il libro è un romanzo biografico, non una biografia: costruito con un montaggio sapiente, non si fa scrupolo in più occasioni di tradire la verità storica per ossequiare un’altra verità, più obliqua e insieme più diretta della prima, che si potrebbe definire metaforica. Per essere precisi, tutto in questo libro (forse troppo, verrebbe da dire) cospira alla formulazione di una vera e propria assiologia simbolica il cui cardine è la seguente equazione: il cannibalismo sublima l’impotenza di Čikatilo, che è sessuale ed esistenziale insieme, allo stesso modo in cui la vampirizzazione del popolo russo sublima (e in qualche modo rimuove dallo sguardo, come fa l’assassino scortando le sue vittime nei boschi) l’incapacità dell’Unione Sovietica di incarnare l’utopia comunista. Il testo è così dialetticamente diviso in tre parti, che corrispondono più o meno ad altrettante fasi della storia dell’omicida: nascita, infanzia e vita prima dei crimini; crimini; processo e morte. Ma ciò che imprime un ritmo curvo alla struttura narrativa, oltre che uno scarto epistemologico e dunque etico, è soprattutto la scelta del punto di vista: che per quasi tutto il romanzo è quello dello stesso Čikatilo e per un breve tratto, invece, quello di Kostoev, il capo della polizia (passa di qui l’interrogativo fondamentale: se non è permesso a un assassino, come può uno Stato giudicare chi deve morire? E forse anche: come può uno Stato giudicare in generale?).

Ne deriva quel tentativo di aderire (esteticamente e non moralmente) alle ragioni del carnefice che è il marchio di fabbrica di una certa grande letteratura che, da Dostoevskij giù giù fino a Littell, e attraverso le sbornie novecentesche per il “negativo”, stenta nonostante tutto a divenirci domestica: in un Paese nutrito a pane e farsa qual è il nostro, questo è già un titolo di merito che si aggiunge agli altri di un libro indubbiamente notevole. Non è un caso, del resto, che Tarabbia sia per formazione uno slavista, all’occasione persino traduttore di Bulgakov. E tuttavia, nonostante la robustezza dell’ispirazione di certe pagine (quelle più sadiche, in cui emerge chiaramente il piacere del male – e non soltanto il male come sfogo; quelle sul padre) più che a un romanziere russo sembra a volte troppo chiaro di esser di fronte a un italiano che vuole scrivere “alla russa”. Nel Čikatilo di Tarabbia, infatti, manca il calore febbricitante di Raskolnikov: è forse anzi la sua freddezza, secondo Kostoev, il tratto principale della sua “mostruosità” (e, diremmo noi, del suo fascino). Quello che in Dostoevskij era il teatro del pensiero che entra pian piano in una voragine, in Tarabbia diventa già geometria di coordinate freudiane in cui i sogni e le visioni, pure suggestivi (la collezione di mosche metalliche, il fratello-angelo custode, il cadavere cavo di Lenin), paiono spesso costruiti a tavolino per rispondere a un’esigenza illustrativa o didascalica in cui storia individuale e dimensione storico-sociale stanno più sovrapposte che integrate a un circolo ermeneutico: in questo senso il bosco di Čikatilo è davvero un “giardino”. Persino lo stile, che è senza dubbio brillante sia per resa retorica che per tenuta ritmica e in generale pulito e pudico, pare tuttavia di quando in quando un po’ sopra le righe, quasi impostato, con una sorta di terrorismo delle metafore che emerge qua e là, come se non bastassero omicidi efferati, emarginazione, guerra e carestia a gettarci nel dramma: così avviene che nelle prime pagine, per esempio, una lampadina abbia “l’aspetto di un impiccato la cui testa esplode di luce”; o che nelle ultime una tortora si dibatta ossessivamente per liberarsi da un cappio di fil di ferro.

Solo ora mi torna in mente che un certo modo di raccontare ispirato ai film di Tarantino e venuto di moda in Italia negli anni Novanta è stato battezzato proprio “letteratura cannibale”. Non sarà allora, come per Čikatilo, una qualche forma di impotenza esistenziale e politica a rendere la nostra letteratura tanto permeabile all’intramontabilità delle maiuscole, alle immagini crude, alla retorica dei fattacci, della testimonianza e della “storia vera”, al pathos dei cadaveri e al “corpo e sangue d’Italia”? Non è forse il malato terminale quello che ha bisogno di elettroshock?


Andrea Tarabbia, Il giardino delle mosche, Ponte alle Grazie, euro 16,80








pubblicato da r.gerace nella rubrica libri il 27 ottobre 2015