Arrivare a Milano

Giulia Cavaliere



Forse alcuni di voi potrebbero conoscere già ciò che sto per raccontare, parlo di quelli che arrivano a Milano percorrendo la tratta che parte dalla Liguria, Genova magari o ancora più in là, le Cinque Terre o Ventimiglia. Io inizio il mio percorso da Pavia, 39 km da Milano, e incomincio a intravedere la magia appena superata la stazione di Rogoredo. Alla mia destra, in fondo, oltre i binari e oltre le lamiere, iniziano a scorrere le rovine di via dei Pestagalli, lunghissimo tratto a ridosso di Santa Giulia in cui trovano spazio edifici senza ventre, ossuti, svuotati dei loro organi vitali e insieme la sede rosa perlato di Layla Cosmetics "azienda leader nella produzione di smalto per unghie" e quella di Francia Farmaceutici che sul suo sito ufficiale mostra, a dispetto della sua posizione centrale in questa via di decadenza romantica e vivissima, una foto ritoccata e neppure di troppo gusto del Duomo e della città in lontananza.

Giusto il tempo di vedere via dei Pestagalli lasciare spazio a un’edilizia meno disadorna e febbrile, ed ecco che per istinto naturale ci si gira a sinistra e ci si rende conto di trovarsi a un palmo di mano – il finestrino e poi pochi metri - della città che sale verso nord. La posizione è strategica perché i binari, e quindi il nostro treno, sono posizionati al di sopra del livello stradale delle vie che dall’Ortica procedono verso Lambrate, permettendoci di osservare la città che nasce da una prospettiva insolita che passeggiando ci sarebbe impossibile mantenere. Guardiamo quindi non solo la rincorsa eterogenea degli edifici ma pure l’interno dei cortili, le viscere nascoste delle più basse case di ringhiera, una piccola piscina privata senz’acqua e piena di foglie secche, scivoli e altalene di almeno due asili, uno dei quali ha la forma di una semisfera e ricorda più che altro un piccolo planetario. Più avanti un campo sportivo: un prato coperto di brina d’inverno e rinsecchito d’estate adibito a campo da rugby, quattro campi da tennis in terra battuta, due porzioni di finta spiaggia a ricordarci che anche a Milano si gioca a beach volley. La città procede alla velocità di un treno regionale e si mostra lentamente per quella che è, invero, la sua più profonda e radicale essenza, un mix interattivo e straordinario di umanità diverse e quindi di spazi fisici diversi, di facciate che appaiono distanti ma vicine si incontrano inspiegabilmente benissimo e portano alla luce con istantanea naturalezza la meraviglia della loro ricchezza: la diversità.

Procedendo verso Centrale il paesaggio si modifica lentamente, quasi impercettibilmente, solo la frequenza di questi viaggi rende possibile l’individuazione delle svolte estetiche nello spazio cittadino: l’apparizione, dietro un angolo, di enormi cartelloni pubblicitari, le case che si fanno sempre più alte, sempre più evidentemente asfittiche nella loro disposizione mentre i cortili non finiscono ma anzi, si allargano, e così anche, e pare incredibile, le altre aree verdi, proprio mentre aumentano alla vista i lunghi viali trafficati e le insegne dei negozi di telefonia, dei centri massaggi e delle botteghe con scritte arabe, orientali, italiane fino all’arrivo nella grande balena nera, la grande stazione le cui arcate ci accolgono materne, magnificenti e insieme spietate, come fossimo tanti piccoli Pinocchio nella sua pancia fluttuante sulla terra ferma.
Una stazione, quella di Lambrate, resta sospesa nel tratto di ingresso in città, come una piccola pausa, una cesura tra il commuovente tratto periferico che guardiamo dal finestrino e la Milano che ci sta per inghiottire. Proprio da lì parte il mio piccolo viaggio.

Città Studi, e questo non lo si impara subito ma dopo un gran numero di passeggiate di andate e ritorni per le sue vie, è un vero e proprio quartiere-città situato nell’ala nord-orientale di Milano. Un buon modo per attraversarla è proprio partire dalla stazione di Lambrate, raggiungere piazza Piola attraversando via Pacini e da lì scendere verso sud mantenendosi sempre a sinistra di viale Romagna che si trasforma poi in viale Campania precipitando in viale Molise nella sua estremità meridionale. I confini nord di questo percorso vanno forse individuati in via Vallazze e viale Lombardia da un lato e nella lunghissima via Valvassori – Peroni dall’altro: tre strade in grado di raggruppare in sé in modo netto le varie istanze architettoniche e sociali che incontreremo passeggiando in questa porzione di Milano. Da un lato l’estrema spinta popolare dei grandi palazzi di via Vallazze intervallati da piccole casette colorate di due piani al massimo, con facciate spesso finemente decorate e circondate da aree verdi private, piccoli giardini misteriosi che sembrano tanto curati quanto inabitati. Questo stesso genere di abitazione si presenta anche nella parte più a nord di viale Lombardia dove non è difficile imbattersi in terrazzini che spuntano dentro cortili interni a cui si accede forse da qualche porta segreta e colorata che spesso non ci è mostrata ma si nasconde dietro edera, fiori, cancelli. La stessa via poi, scendendo lentamente verso sud, sembra conservare l’antica aura tipica dei quartieri della Milano del Boom, una specie di stemma di appartenenza alla vocazione borghese assai presente nel quartiere, vocazione esplosa tanto negli alti palazzi assimilabili a certa edilizia popolare dell’epoca - ma arricchiti negli ingressi, negli androni e negli interni - quanto nell’espressione architettonica d’autore, ad esempio nella casa Corbellini – Wassermann progettata da Piero Portaluppi proprio al n.17 di viale Lombardia.

Via Valvassori - Peroni pare arrotolarsi intorno al binario da cui prima guardavamo la città, è come un serpente lunghissimo, architettonicamente discontinuo, colorato e anch’esso significativo per raccontare il quartiere: il sabato ospita un mercato lungo tutto il suo percorso che pare un lungomare che al posto del mare ha una ferrovia, e prima dei binari quegli stessi campi da beach volley e da rugby di cui dicevamo ma pure, sulla destra – procedendo verso via Pacini – la bellissima biblioteca Valvassori – Peroni. All’incrocio con via Bassini è necessario imboccarla per procedere con un’esplorazione più profonda di tutte le arterie del quartiere, che pulsa tranquillo intorno a un cuore di Dipartimenti, Istituti ed edifici dell’Università Statale e del Politecnico, a partire dal simbolico palazzo centrale di piazza Leonardo Da Vinci, poco più a sud. Scendendo verso via Ponzio incrociamo via Clericetti, scorgiamo una casa con alcune palme ben esposte alla luce nelle giornate di sole, un’evidente e ulteriore segnale di quanto non sia difficile, in questa parte della città, imbattersi in queste villette a due piani con cortili, aree verdi, piante di diversa foggia e provenienza. Imbocchiamo via Ponzio verso sud e incontriamo l’antico Istituto di Elettrotecnica "Carlo Erba", incrociamo via Celoria che ospita il Dipartimento di Agraria, quello di Veterinaria e poi ancora l’ex-Dipartimento di Fisica. La maggior parte di queste aree ora vive in un polo comune, nel Campus Leonardo Da Vinci, ma sono questi edifici – quasi tutti "ex" qualcosa – a rappresentare l’anima più intima di questa zona di Milano. Vivono come fantasmi inanimati, piccole luminescenze storiche che si presentano a noi come costruzioni segrete, segreti spazi che hanno ospitato molte generazioni di studenti e di scienziati.

Accanto agli edifici più antichi, quelli storici, ne esistono di nuovi costruiti negli anni Ottanta ma anche dopo; i più recenti, come quelli di via Golgi, sembrano di lego e hanno spesso colori estremi: dal nero al giallo fluorescente passando per svariate gradazioni pastello. Questo è uno degli elementi in grado di aggiungere fascino architettonico a quest’area di Milano, sommando al mix di palazzoni popolari e casette meno che bifamiliari, la grande varietà estetica offerta dagli Istituti universitari, fatta di una continua compenetrazione tra passato e presente.

Tra tutti i palazzi svetta quello dell’Istituto di ricerche chimiche e biochimiche Giuliana Ronzoni che da lontano appare come un luogo di culto esotico, bianco, appuntito, sormontato da una cupola e da un puntale celeste che lo fanno sembrare simile a una moschea altissima, ulteriormente distante da qualsiasi altra costruzione della zona. Si trova al numero 81 di via Colombo e ci si arriva anche da via Mangiagalli, dopo via Ponzio, girando a destra una volta raggiunta piazza Gorini, dove un numero più o meno ridotto di persone piange sempre, visibilmente, davanti all’obitorio.

Di questa zona ci si innamora passeggiando, possibilmente nel silenzio postprandiale dei sabati di primavera ma io il mio colpo di fulmine l’ho provato in una notte d’inverno passando in auto da piazza Occhialini, alzando la testa e trovandomi di fronte, quasi illuminato a giorno, l’ex Istituto Rizzoli per le Arti Grafiche, una moderna costruzione scolastica dai tratti vagamente assimilabili emotivamente a un Plattenbau post sovietico che non svolge più da tempo la sua originaria funzione. Quel palazzo vicino alle casette decorate della piazza - che poi spingendosi dentro via Colombo, ancora verso sud, si fanno sempre più colorate con un’alternanza precisa tra facciata e portoncino ricordando un po’ certe case abitazioni londinesi di Notting Hill – crea in me un clash emotivo da reale giramento di testa. Questa sensazione si ripete ogni volta che mi trovo in quella piazza e camminando scivolo giù verso via Beato Angelico incrociando via Moretto da Brescia dove molto spesso, negli orari di assoluto silenzio che in questa zona sono ricorrenti, non resisto al desiderio di fermarmi al centro della strada, girare su me stessa e osservare, godere di una sensazione che mi fa pensare che quello, precisamente quell’incrocio esatto, sia il nodo di Milano da cui passa un brivido di Storia che attraversa inspiegabilmente e ugualmente il tempo esterno del mondo, della città che più amo e la mia vita.

Solo dopo molte soste a quell’incrocio, dopo aver scattato lì un numero infinito di fotografie e aver lavorato in quel punto a un piccolo film sulla città, ho scoperto che proprio via Moretto da Brescia, il 17 settembre 1970, fu protagonista dell’attentato a Giuseppe Leoni, direttore centrale del personale della Sit – Siemens. Sulla porta del suo garage, contro cui furono fatte esplodere due taniche di benzina intorno alle 20.30, comparve una scritta in vernice che diceva “Brigate rosse”. Quello di via Moretto da Brescia fu a tutti gli effetti il primo attentato di tipo punitivo delle BR, una notizia che rende il brivido della Storia ancora più violento ogni volta che mi trovo nel mio incrocio preferito della città.

[Questo brano è tratto da AA.VV., Re/search Milano. Guida di una città a pezzi, Agenxia X, 2015]








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 23 ottobre 2015