Con un tuono di valanga

Teo Lorini



«Fermarsi voleva dire perdere tutto»: la frase con cui si apre Effetto domino, il bellissimo romanzo del padovano Romolo Bugaro è – nel senso più autentico del termine – lapidaria. L’ambiente è il Nordest italiano: un paesaggio che negli ultimi vent’anni (Schei di Gianantonio Stella è proprio del 1996) s’è riempito di cantieri e capannoni ora semivuoti, la regione che è stata la culla dell’ultimo boom economico italiano, con una crescita sussultoria e violenta almeno quanto la sua interruzione. Il Nordest che Bugaro cartografa è un panorama umano e sociale in cui etica e valori antichi hanno rapidamente lasciato il posto al linguaggio del potere economico, dello status symbol, degli ‘schei’, appunto.
Che devono girare e che non possono fermarsi. Mai.
Protagonista di Effetto domino è Franco Rampazzo, un costruttore di successo: bella moglie, bella auto, bella casa al mare dove lui non ha tempo per villeggiare, in primo luogo perché questa nuova razza di imprenditori sa che il denaro su cui si fondano le speculazioni non è MAI loro ma arriva sempre da qualche altra parte: «Dietro ogni appalto, ogni cantiere, c’erano soci e banche e leasing che ipotecavano quote di utili, di potere». Inoltre, per Franco Rampazzo, e per tutti i grandi e piccoli Rampazzo che Bugaro descrive con precisione entomologica, il riposo semplicemente non ha senso. Esiste la ditta, il cantiere, il capannone, il grattacielo da portare a tetto, la speculazione da concludere per poi ripartire con un’altra operazione. Quella che potrebbe essere il colpo della vita: duecentomila metri cubi, settemila abitanti, un quartiere intero, una sorta di cittadina ad altissimi standard qualitativi da costruire in un terreno appena convertito a uso edificabile. Il colpo più alto mai tentato da Rampazzo e dal suo collaboratore, l’ottuso Colombo, un faccendiere su cui nessuno scommetterebbe, ma sempre attento a cogliere un’occasione per riscattarsi.
E l’occasione stavolta è lì.
Gli investitori si trovano, il cantiere parte: un’operazione da cento milioni di euro di cui beneficeranno a pioggia fornitori grandi e minori e minimi, colossi del calcestruzzo ma anche piccole ditte a gestione famigliare che si aggiudicano l’appalto per la vernice delle facciate o l’isolamento dei muri, la piccola commessa per le piastrelle o le maniglie. Quando però un’importante banca milanese si sfila dall’affare, l’effetto domino (innescato, ironia della sorte, da una banale lotta di potere ai vertici dell’istituto) travolgerà tutto e tutti.

Tra le molte pagine magistrali di questo romanzo c’è quella dell’incontro fra Rampazzo e il responsabile della gestione crediti della banca. Con poche, asettiche parole, il funzionario si limita a notificare che «la banca vuole uscire da questa operazione. La prossima settimana avviseremo gli altri istituti e dal primo agosto fermeremo l’operatività sulle nostre linee». È in quell’istante che Franco Rampazzo avverte «il movimento del vuoto intorno ai corpi, una trazione difficile da contrastare». La valanga inizia così, per uno sgarbo tra due rivali in carriera a centinaia di chilometri di distanza, e nulla può contrastarla.
Le banche sono libere; «uno accorda venticinque milioni di finanziamento. Un altro li revoca». Un sì e un no: tra quei monosillabi c’è la rovina di un progetto da cui dipendono investimenti, ditte, anni di lavoro, famiglie, esseri umani. A dissolversi, in questo colossale, apocalittico crollo, è un mondo intero, il mondo in cui ancora il lavoro aveva un senso, un ruolo, un potere. Al suo posto, la potenza che non è data dalla cubatura del capannone, dal numero di impiegati o dal quantitativo di appalti vinti e di cantieri aperti, ma dall’oscuro movimento di flussi di denaro tanto impalpabili da essere astratti, concessi o negati da entità altrettanto evanescenti e imprevedibili. Così gli uomini che, come Rampazzo, ancora concepiscono la propria operatività nell’universo del pragma, del dato concreto, delle giornate di lavoro o dei quantitativi di prodotto, possono passare in un istante solo dalla parte di chi è un “cattivo pagatore”, di chi porta su di sé lo stigma del protesto, della «segnalazione di sofferenza».

Effetto domino è un romanzo splendido, che non si limita a fotografare il declino del “Modello Veneto” ma che parla di noi e della nostra realtà, del movimento che è tutto attorno ai nostri corpi e che in un attimo può trascinare le nostre esistenze, apparentemente sicure e protette, lungo un pauroso, ineludibile piano inclinato.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 20 settembre 2015