Vittoria o morte

Danilo Soscia







Un vecchio medico, una volta, tentò di convincermi che è possibile leggere il futuro nel vomito di un uomo. Io gli ho creduto, e da allora svendo il mio tempo a interpretare il fondo di uno stomaco quando questo si manifesti alla luce, improvviso o annunciato che sia. Ho avuto fame tutta la vita. Sono nato affamato, sono stato giovane senza riserve, e sono diventato un uomo che ha goduto il bene supremo di pilotare infinite volte una jeep, di avere molti figli. Eppure, prima che tutto questo accadesse, ho dovuto combattere diverse guerre, morire un poco, lasciare che la malattia mi prendesse e mi facesse suo, senza che io opponessi resistenza. Dalla pubertà non ereditai peli di alcun tipo, solo una cute grassa, e la barba soffice dei ragazzi senza avvenire.
Quando presi posto sulla Granma alla volta di Cuba, potevo contare le ossa sul mio petto. Giorni prima, a Tuxpan, l’odore di resina degli scafi mi aveva bruciato i polmoni. Ero convinto che in mare aperto avrei respirato di nuovo. Fu una dolcissima illusione. Ci imbarcammo in ottantadue, ma non ho aperto bocca in nessuna occasione, tranne che per depositare il mio futuro sul palmo della mano, e non era buono. Ero ossessionato dalla certezza che avremmo dovuto abbandonare in mare non pochi cadaveri prima del nostro arrivo. E invece, seppure esangui, toccammo tutti terra. Volontario, fui il primo a sbarcare. L’acqua arrivava a segare in due l’ombelico ed era fangosa, invadente. Tenevo la macchina fotografica al collo avvolta in una cerata verde, e il fucile levato in alto, stretto tra le dita di entrambe le mani. La spiaggia di Las Coloradas si era disciolta, affollata di scarti vegetali, la sabbia increspata dal vento forte. Risorto dal fango, corsi al riparo dietro un fascio rialzato di alberi alieni. Da lì diedi il via libera, e la processione iniziò. Scattai una foto agli altri mentre riconquistavano terra, crocefissi ai fucili, in silenzio. Non ho mai saputo quella pellicola in quali mani fosse finita, al termine di tutto. Quando la fila si ricompose e ci immergemmo nel corpo della vegetazione, io mi posizionai nelle retrovie. Per questo vidi un attimo dopo quello che gli altri, increduli, si erano ritrovati senza merito davanti agli occhi. Alle pendici di una duna c’erano in fila dodici corpi morti, vestiti e ricomposti con ordine, a una distanza identica l’uno dall’altro.
Il primo era calvo, imbiancato, con un paio di baffi curati e l’espressione afflitta. Aveva una corporatura minuta e il ventre pronunciato sotto una tuta da sterratore. La seconda era un’anziana dalle ossa grandi e il naso adunco. Vidi che aveva le mani lise, per questo volli provarne la superficie. I palmi erano costellati di vesciche dure, e il suo seno appariva muscoloso, nonostante l’età. Il terzo era alto, fibroso, l’incarnato pallido, vestito con un cappotto nero, come fosse un prete. Mostrava il piglio osceno di chi avrebbe mangiato il proprio compagno per diletto, e le nocche delle mani scorticate a sangue. Il quarto era ancora più alto del terzo, e aveva il volto degli uomini d’accademia, la barba infossata sotto gli zigomi, gli occhiali dalla montatura spessa e scura. Teneva le labbra raccolte a cerchio e la mano destra, chissà per quale ragione, era posata sulla patta dei pantaloni di velluto grigio. La quinta era una giovane dai lunghi capelli rossi, sciolti sulla sabbia. Le palpebre dipinte di antracite e le labbra lucide, semiaperte. Era l’unica della fila ad avere il sesso in vista. Il petto era catturato da una blusa iridescente, ma le gambe e il resto erano all’aria, spalancate. La sesta era stata posata a terra in modo disarticolato. Aveva una folta chioma di capelli ricci raccolti sulla nuca e chiusi da un fiocco rosso. Dovevano averla sfregiata sullo zigomo con la punta di un pugnale ben affilato. I tagli erano secchi, scritti. Era vestita da ballerina, le scarpette scollate, che lasciavano intravedere i solchi tra le piccole dita. Il settimo era magro, la chioma spessa e increspata, con un paio di calzoni militari al ginocchio e una fondina vuota legata alla cintura. I tratti che la morte gli aveva impresso erano sgradevoli in modo particolare. L’ottava era una donna minuscola, bionda, pettinata come i bambini della gioventù hitleriana. Indossava una lunga gonna fiorita e una camicetta bianca. Si intravedevano gli incisivi sporgenti, e per questo sembrava fosse morta baciando. La nona ricordava una ballerina di charleston, i capelli neri, sottili, tagliati alla francese. Le gambe erano muscolose, lunghe, coperte fino al ginocchio da una tunica grigia. Portava su di sé un’espressione di dolore senza rimedio. Il decimo era un bambino con il volto deturpato da uno sparo a bruciapelo, o forse da un’esplosione ravvicinata. Aveva i piedi scalzi e i polpastrelli delle mani bruciati. L’undicesimo era poco più che adolescente, con una peluria lanosa e triste, ancora intonsa, sul labbro superiore. Aveva cosce molto sviluppate, da giocatore di rugby, e i piedi larghi, sproporzionati rispetto alla sua altezza. Il dodicesimo aveva la nostra stessa uniforme e per questo sembrava assomigliare a ciascuno di noi. Il volto assente, verde, di chi ha attraversato a forza un tratto di mare infinito per arrivare da nessuna parte. Era senza nome come gli altri undici, eppure costui ci apparteneva. Da dietro, qualcuno disse piano, Sembra uno dei nostri. Cercai di distogliere lo sguardo. Compresi allora che tutti i morti sulla spiaggia avevano gli occhi ancora aperti.
Mi voltai verso gli altri, incerti davanti a quel piccolo sterminio, e dissi a voce alta, ridendo, Siate i benvenuti a casa.
Il rischio di essere spalmati sul bagnasciuga da una raffica era pressoché certo. La Granma dondolava in mare, destinata a rimanere nascosta, e forse presto smantellata. Da parte mia, avrei volentieri scavalcato quel cordone di benvenuto, ma lasciare quei morti senza sepoltura avrebbe condannato chiunque a una sconfitta certa. Infine cedemmo al rimorso, incapaci di risolvere la faccenda altrimenti. Dodici di noi scavarono una larga fossa dove posammo uno per uno i nostri ospiti.
Ore dopo, la selva umida mi aveva già tolto il respiro. Il caso volle che la nostra prima marcia nello stomaco di Cuba non durasse a lungo. Attraversata una macchia di piante ingrassate dall’acqua, ci ritrovammo davanti a una radura circolare. Nel mezzo di quel piccolo deserto c’era issato un tendone da circo. Forse già stanchi di tutto quel trovare, rimanemmo incerti, e in molti si inginocchiarono senza più forze. Solo io mi feci avanti, il corpo del fucile stretto nel palmo come una valigia, la schiena curva, arrivai a sfiorare la tela a strisce bianche e rosse del tendone. Ne perlustrai l’intero perimetro, e così ne guadagnai l’ingresso. Scostai la stuoia che proteggeva il varco, e vidi. La pista del circo era sgombra, gli spalti vuoti. Eppure le luci di scena erano accese. Un sapore polveroso di stalla e cibo fritto spezzava il fiato. Puntai la canna contro il fondo buio della quinta scenica, e dissi a voce roca, Fuori tutti o faccio minare il tendone. Nessuno, nemmeno lo schiodare di un giunto metallico. Ebbi il sospetto che l’asta del trapezio ancora oscillasse, ma non ne fui certo, e per questo in seguito non la menzionai tra le cose che mi toccò vedere.
Fuori, ritrovai il volto morto dei miei compagni. Tacevano. Poi, uno di loro scostò la testa. E io dissi senza conforto né attenzione, Non c’è nessuno qui dentro, uomo o animale. La palude ha mangiato tutti. Non potevamo approfittare del riparo offerto dal tendone. La marcia doveva proseguire. Così lo superammo. Dopo quasi tre ore di buio vegetale, ci arrestammo per mangiare. Vidi uno di noi scostarsi dal gruppo e ripararsi dietro un tronco con il suo barattolo di sopravvivenza. Gli andai dietro. Sbottonai ancora di più la camicia, avevo lo sterno impastato. Mi chinai su di lui che inghiottiva a occhi chiusi, Perché ti nascondi? E lui rispose, Mi vergogno a mangiare davanti a estranei.
Novembre è l’ultimo mese della stagione degli uragani, e intorno a noi ogni forma di vita appariva consumata dall’acqua. Arrivò la notte, ed eravamo impreparati. Ci assiepammo a terra, raccolti in gruppi più o meno piccoli. Calai forte il berretto sulla fronte. Il silenzio era tale che riuscivo a sentire miliardi di radici succhiare l’acqua, parlare. Accarezzai la superficie della terra con il dorso della mano. Cercai l’errore di quel luogo, e ne assaggiai l’ombra liquida con la punta della lingua. Al buio vidi uno di noi venire verso di me. Quando fu a pochi passi lo riconobbi. Era l’uomo che mangiava nascosto dagli altri. Mi sussurrò quasi sul viso, Conosci la città verso cui siamo diretti? E io gli sfiorai uno zigomo, la fronte, No, risposi, non conosco la città verso cui siamo diretti. Si sdraiò accanto a me, il volto verso le stelle che non riuscivamo a vedere, Tu credi, mi domandò, che davvero saremo capaci di incendiare, uccidere, prima di dare una casa ai nostri figli? All’Avana c’è il denaro degli americani, le donne, il caffè, il tabacco, ci sono i maiali e il mais. Che cosa siamo noi? La nostra vita vale qualcuno di questi beni? Siamo sicuri che basterà la nostra gioventù a riempire il vuoto che spalancheremo? Mi sollevai su un gomito e gli cercai gli occhi. Non li trovai. Dissi piano, Se tu fingessi di essere già morto, di attraversare la città che ancora non hai attraversato come fossi un fantasma, cosa mai vedresti? Chi di noi può dire che un giorno avrà una casa, una famiglia? Chiudi gli occhi, e immagina di incontrare te stesso fra dieci anni, in quella città dove stiamo andando. Cosa senti? Espirò a lungo dal naso. Poi, disse, Rabbia.
Un razzo segnalatore esplose sulle nostre teste e illuminò la vegetazione. Simile a un incubo, vidi brillare il pallore di ciascuno dei miei compagni, distesi a terra, alla ricerca del sonno. Ci rialzammo, a passo svelto, e non ci posammo più, fino a quando non fu giorno di nuovo.
Ci ricontammo. Di ottantadue approdati a Las Coloradas, ne mancava uno. Era l’uomo che mangiava di nascosto. Dissi a tutti che gli avevo parlato prima della fuga. Nessuno sembrava conoscere il suo nome.
Poco tempo dopo, un tempo che non saprei più dire con esattezza, fummo attaccati dall’esercito di Batista. Solo dodici di noi rimasero in vita. Penetrammo nella Sierra, e così anche noi superstiti fummo come sepolti.
In seguito, la nostra fu una vita felice.
L’Avana era una città finita, un cadavere dissepolto, e noi la colmammo di fiori e così i nostri figli, e i figli dei nostri figli. Le estati tormentate dalla pioggia, a Cuba, divennero la stagione della nostra compiutezza, e la guerra divenne agli occhi di ciascuno, amico o nemico, un evento giusto.
Anni dopo tornai in Bolivia, dove ero stato da ragazzo. Durante una notte all’aperto, dalle parti de La Higuera, feci un sogno. Sognai lo sbarco del 2 dicembre del 1956 sulla spiaggia di Las Coloradas. Rividi ogni cosa, il sudore, i fucili sulla testa, la fotografia che scattai. L’angoscia felice di essere giunti a Cuba ancora vivi, alla fine. Riprovai il conforto della sabbia sotto gli scarponi, fino a quando il mio passo non si arrestò davanti a una fila di dodici croci. Mi voltai e nessuno più marciava alle mie spalle. La spiaggia si spalancò, e i corpi dei dodici che allora trovammo cadaveri risorsero in carne e ossa, una alla volta. Si misero in cerchio, mani nelle mani, cantando. Ciascuno aveva ripreso voce e a me, nel sogno, sembrava di conoscerli tutti, e di conoscere alla perfezione quello che erano stato in vita. Poi si sciolsero, e presero a danzare a coppie, piccoli passi per piccole impronte lasciate in quel tratto ancora indeciso tra la sabbia e la terra. Uno di loro mi afferrò, non ricordo chi, e mi trattenne pochi secondi in quel ballo leggero. Quando mi lasciò, mi ritrovai davanti l’uomo che mangiava nascosto dagli altri. Mi sussurrò quasi sul viso, Conosci la città verso cui siamo diretti? E io gli sfiorai uno zigomo, la fronte, Sì, risposi, è l’Avana, ed è l’unica città che importa liberare. Vieni con me, ora conosco bene la strada. Ma l’uomo si voltò, e quasi fuggì nella vegetazione. Lo inseguii, implorandolo di fermarsi. Il tendone del circo era ancora lì. Scostai la stuoia che chiudeva l’ingresso, ed entrai. Una folla stipata di madri e bambine, bambini e anziani applaudivano la danza estatica di giganteschi orsi, il trotto di cavalli da gioco e trapezisti senza rete. Vidi un uomo vestito solo di uno straccio che gli copriva il sesso, ingoiare il fuoco e risputarlo di un colore diverso. Poi, una voce mi chiamò, e vidi che un clown vestito di bianco mi indicava. Mi invitava ad attraversare la platea, ad andare verso di lui. Rideva forte, immobile sotto la luce che faceva più grasso il suo corpo. Mi ritrovai così al centro della pista. Calò un microfono dall’alto e il clown bianco intimò gentile, Di’ a tutti come ti chiami. E io risposi, abbassando un poco il cranio perché la mia voce splendesse chiara.
Un applauso fragoroso fece quasi gonfiare il tendone. In molti si alzarono in piedi. Dall’ingresso principale vidi entrare l’uomo che mangiava nascosto dagli altri. Anche lui applaudiva. Mi raggiunse, mi abbracciò commosso. Bravo, ripeteva tra le lacrime. Mi indicava con insistenza la prima fila, e lì rividi i dodici redivivi che sorridevano e battevano felici le mani. Ricordai allora che nessuno era stato in grado di dire il suono nome, dopo la sua scomparsa, e così gli domandai come si chiamasse. Sgranò gli occhi terrorizzato, Non conosci il mio nome? mi domandò. Risposi, No. Battei le palpebre una volta, e quando le spalancai di nuovo il tendone era vuoto, silente. Ero solo.
Nonostante l’asma che mi ha sempre afflitto, a Cuba sono diventato eterno come l’albero del pane.






Danilo Soscia è autore di Condomino. Storie per 36 interni (Manni). Studioso di letteratura, ha curato In Cina. Il Grand Tour degli italiani verso il Centro del Mondo 1904-1999 (Ets). Suoi brani e racconti sono comparsi su Atelier, Cadillac, Piazzaemezza, e soprattutto sulla rivista Squadernauti presso cui ha pubblicato numerosi brani tratti dai due inediti I topi e Atlante delle meraviglie, al quale Vittoria o morte appartiene.








pubblicato da r.gerace nella rubrica racconti il 19 settembre 2015