La corsa del book jockey, dieci anni dopo

Tiziano Scarpa



Oggi, su Repubblica, Valerio Magrelli torna a discutere sulla situazione della critica letteraria, e in generale sulla necessità di cognizioni specifiche che producano pareri e consigli autorevoli, per aiutare a scegliere cosa vale la pena di leggere, ascoltare, guardare fra i cosiddetti prodotti culturali.

A un certo punto, scrive:

“Riprendendo Tiziano Scarpa, potremmo dire che, come il musicologo si è trasformato in disk-jockey, il critico letterario dovrebbe diventare un book-jockey, – ossia il fantino che, salito in groppa al prodotto, lo sprona nelle classifiche delle vendite.”

Da questa frase, e in particolare da quel “dovrebbe”, sembra che io mi auguri questa trasformazione, mentre è l’esatto opposto. Eppure so che Magrelli non mi dovrebbe avere frainteso: non è la prima volta che fa riferimento a un mio intervento di dieci anni fa, in cui parlavo di book-jockey; ma a differenza delle altre volte (per esempio qui, o qui), il modo in cui riporta le mie idee sul giornale di oggi fa pensare al contrario di ciò che intendevo.
Già che ci siamo, allora, ripropongo qui sotto quell’intervento, in cui cercavo di mostrare quale fosse la situazione in cui operano – e, soprattutto, che sfruttano – certi cronisti culturali che si spacciano per critici letterari.


Il bee-jay

Nessuno, credo, si sognerebbe di dire che Linus o Albertino sono musicologi, né critici musicali. Loro per primi, ne sono convinto, rifiuterebbero queste qualifiche. Le considererebbero indebite, esagerate. Linus e Albertino sono due deejay.

Da dove viene il termine deejay? L’etimologia spiega che si tratta di un’abbreviazione di jockey of the disc: “fantino del disco”. I presentatori radiofonici salgono in sella a un disco e lo fanno correre. Proponendolo ai radioascoltatori, lo fanno conoscere, ne agevolano il successo. Tra l’altro, faccio notare che questa metafora ippica sottintende un’idea agonistica della musica pop: i consumi culturali sono una gara. C’è chi vince e c’è chi perde. E ci sono purosangue e ronzini. Ma un fantino che sappia come cavalcarli può fare la differenza.

Esistono molti deejay. Alcuni lavorano in radio assai ascoltate. Altri in piccole emittenti a diffusione limitata. Un disco lanciato da Linus o Albertino ha più possibilità di avere successo di quelli promossi dal deejay di RadioMozzarella. E non è detto che il deejay di RadioMozzarella sia meno preparato musicalmente o abbia gusti peggiori dei suoi colleghi più famosi. È una questione di ascolti, tutto qui.

Il fantino del disco ha dei gusti, che riesce a imporre. O meglio: non è nemmeno questione dei suoi gusti personali; spesso la sua abilità consiste nel capire se un disco può piacere alla gente, cioè al pubblico della sua radio. Di conseguenza, glielo proporrà. È un gioco di specchi, ma permette al deejay di dimostrare il suo potere di arbitro del gusto. Deve farlo: lavorare in una radio assai ascoltata fa gola a molti, e persone in grado di dire quattro parole al microfono fra un disco e l’altro ce ne sono tantissime.

Allo stesso modo, non sono sicuro che si possa parlare di critici letterari per una parte delle persone che recensiscono romanzi sui giornali. Sono esperti di letteratura? Non mi sembra. Che cosa hanno dato alla letteratura italiana, alla saggistica, all’interpretazione dei classici o dei grandi scrittori contemporanei? Nulla. Semplicemente, scrivono sui giornali. Esprimono pareri personali su un libro. Sono giornalisti che si occupano di romanzi. Niente di più.

Perciò eviterei di fare confusione. Gran parte di coloro che chiamiamo critici letterari sono semplicemente beejay. Sono book-jockey, fantini del libro. C’è chi scrive su giornali e riviste più diffusi, e chi meno.

Per dimostrare la sua effettiva incidenza, il beejay ha un sistema: prendere un esordiente che nessuno ha ancora letto, recensirlo tempestivamente il giorno stesso dell’uscita del libro, e incensarlo. Se l’esordiente avrà successo, tutti diranno che la recensione del beejay ha fatto la differenza decretando il successo di quel libro. Nessuno ne aveva parlato prima, l’autore era sconosciuto: è stato il beejay a tirare fuori il coniglio dal cappello!

Naturalmente, un abile beejay promuove soprattutto libri che possono incontrare il favore del pubblico, in un gioco di specchi spacciato per gerarchia di valori. In questo modo il beejay dimostra il suo potere di arbitro del gusto dei lettori. Deve farlo: lavorare per una testata a larga diffusione fa gola a molti, e persone in grado di mettere insieme quattro acche di pareri personali su un romanzo ce ne sono tantissime.

pubblicato su Nazione Indiana, 24 febbraio 2005.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica in teoria il 6 settembre 2015