Ricordo di Marco Bellotto

Romolo Bugaro



Per un certo periodo, a Padova, un gruppo di scrittori ha dato vita a una sorta di collettivo. C’erano Giulio Mozzi, Marco Mancassola, Marco Franzoso, Umberto Casadei, Alberto Fassina, Massimiliano Nuzzolo, il sottoscritto. E c’era Marco Bellotto.

Ci incontravamo ogni lunedì sera e discutevamo fino a notte alta. Di letteratura, cinema, politica. Scambiavamo idee e mettevamo in cantiere progetti. Reading da organizzare, libri da pubblicare. A volte qualcuno aveva un impegno, oppure il raffreddore, e dava forfait. Marco Bellotto non mancava mai. Per due o tre anni, finché è durata quell’esperienza collettiva, è stato immancabilmente presente alle riunioni del lunedì. Era la colonna del gruppo. Animato da generosità vera, totale. E da un grandissimo bisogno di condivisione.

Marco parlava molto. Aveva un’ansia di dire. Interveniva, precisava, interrompeva. Aveva in mente grandi progetti. Niente era abbastanza ambizioso, per lui. Aveva slancio, entusiasmo, un pizzico di temerarietà. Era anche una persona inquieta, tormentata. Tutt’altro che in pace con sé stessa. Quando si alzava dalla seggiola e accendeva l’ennesima sigaretta, intuivi la folla dei suoi pensieri.

Marco è morto qualche giorno fa, ad Addis Abeba. Era stato portato in Africa dalla sua inquietudine, dal suo senso di giustizia, dalla sua radicalità. Quando qualcuno se ne va per sempre, resta il sentimento terribile del vuoto, certo. Ma anche la traccia, il senso del tratto di strada percorso insieme. Certi ricordi restano per tutta la vita. Forse, chissà, anche oltre. Spero che il ricordo delle vecchie serate piene di discussioni e progetti, per lui, sia stato importante quanto per me.

Pubblicato sul “Corriere della Sera – Corriere del Veneto”, ottobre 2012.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 16 ottobre 2012