La Vanité

Teo Lorini




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Cosa ci fanno un anziano signore al volante di un’auto d’epoca inglese, un giovane marchettaro di origini slave e una signora dall’aria dubbiosa in un bizzarro drive-in-motel all’americana fra le nevi delle Alpi svizzere? L’anziano si chiama David Miller. Afflitto da un tumore (forse) incurabile, si è rivolto a un’associazione che pratica l’eutanasia. Esperanza, la donna che lo ha raggiunto, è un rimpiazzo: ha infatti sostituito all’ultimo momento colei che avrebbe dovuto accompagnarlo alla morte. Quando però il figlio che Miller non ha mai amato rifiuta di fare da testimone alla dipartita di quel genitore mai davvero padre, entra in scena il prostituto della camera accanto.
Apprezzato dal pubblico della Piazza Grande, il nuovo film di Lionel Baier è un piccolo miracolo di equilibrio che fa (sor)ridere senza sbracare nella farsa e commuove senza mettere lo spettatore sotto il ricatto morale (che pure era pericolosamente a rischio) della commozione che si deve alla malattia.

Merito di una sceneggiatura scritta benissimo e di tre attori favolosi fra i quali, dovendo proprio scegliere con una pistola alla tempia, assegnamo la palma a Patrick Lapp, misurato e plausibile, asciutto ma intenso in ogni situazione. Tutti questi pregi forse non sarebbero abbastanza senza la mano di Baier. In primo luogo, il regista svizzero ha capito che una storia così aveva bisogno di asciuttezza (e infatti il film raggiunge appena i 75’). Inoltre Baier controlla cronometricamente ritmo e tensione del racconto, disponendo con maestria tanto le svolte nella trama, quanto i pochi ma essenziali flashback, prendendosi anche il lusso di omaggiare Lynch in una scena onirico-visionaria, che funziona proprio in virtù della sua misura.

La Vanité apre anche – e qualcuno dopo la proiezione stampa l’ha acutamente rilevato – una discussione sull’eutanasia di cui il film può essere letto come una critica. A noi è parso che il lavoro di Baier non prenda posizione pro o contro la pratica (in Svizzera legale e diffusa) del suicidio assistito, ma sia piuttosto, come suggerisce il titolo, un apologo sul senso della nostra vita, su ciò che ci lasciamo dietro quando i giorni sono un patrimonio talmente grande da permetterci il lusso di scialare, ma anche su ciò che ancora abbiamo e possiamo quando la luce del sole sembra ormai sparita dietro il crinale.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 18 agosto 2015